GIORNALE DI BRESCIA, 10 NOVEMBRE 2008

In 310 sui vagoni della memoria

Sono gli studenti bresciani partiti ieri per Auschwitz

di Nuri Fatolahzadeh 

È partito lentamente, sotto un cielo un po' im­bronciato, il Treno della memoria che, per il quinto anno consecutivo, ieri mattina ha lasciato la stazio­ne di Brescia puntando verso nord, per raggiunge­re Auschwitz‑Birkenau. In marcia in nome della memoria da salvare, «affinché la storia non ripeta i suoi errori». A salutare i giovani, nel piazzale anti­stante, la presidente del Consiglio comunale Simona Bordonali e il vicesindaco Fabio Rolfi. Poi, inter­vallati da musiche e riflessioni, gli interventi dei se­gretari generali di Cgil, Marco Fenaroli, Cisl, Rena­to Zaltieri e Uil, Angelo Zanelli, portavoce di un messaggio corale: «Che mai più ci si debba vergo­gnare di essere uomini».

 

Sui binari della riflessione

Sono 310 i ragazzi, di 14 istituti superiori di città e provincia ‑ accompagnati da 140 adulti tra docen­ti, dirigenti scolastici e rappresentanti istituziona­li, tra cui i sindaci di Vobarno, Ghedi e Manerbio ‑ che, dopo un viaggio di 22 ore e la visita ai quartieri di Kazimierz e Podgorze, martedì mattina varche­ranno il cancello del campo di sterminio di Au­schwitz, per ripercorrere la storia delle sue vittime. Ai finestrini il disegno delle rotaie avvolte dal filo spinato, una specie di invito a ricordare, sia pure per lontana assonanza, i convogli della morte. Die­tro i vetri il clima di una gigantesca scolaresca. Eppure questa non è, non è mai stata scambia­ta, per una vacanza. Sarà piuttosto una partenza da se stessi, un viaggio che «cambierà la prospetti­va su tutte le cose, nostra e dei ragazzi» prevedono gli insegnanti. A lungo preparato con incontri, let­ture, proiezioni, «ma che non potrà mai essere qualcosa di rituale» spiega Lorena Pasquini dell'Ar­chivio storico Bigio Savoldi e Livia Bottardi Mila­ni, sul treno sin dalla prima volta. Negli scompartimenti ‑ nei momenti di pausa tra un laboratorio e l'altro ‑ si ascolta musica, si legge. ma nell'aria c'è qualcosa di sospeso: « È vero, siamo tutti in attesa» spiegano Alberto e Matteo, 18 anni, dell'Istituto Capirola di Ghedi. «Ci siamo preparati, ma un conto è parlare, un conto è essere li» conferma Anna del Liceo classico Arnaldo.

 

La storia si fa attuale

E dunque sì, è vero: «Abbiamo paura». Di essere sbattuti molto al di là di quello che l'immaginazio­ne può aver preparato. «Cerchiamo di godere que­ste prime ore di eccitazione ‑ racconta Laura, 16 anni, di Palazzolo ‑ perché poi...». Non si dice, masi sa, che la curiosità, (emozione della lontananza da casa, si scioglieranno fra po­che ore in qualcosa di ignoto, che forse imporrà a lungo il silenzio. Si tenta di tenere a bada l'ansia circoscrivendo l'attesa: «È un'esperienza che ci fa­rà capire meglio anche la storia di oggi» spiegano le ragazze del Gambara. Ma è ben presente l'idea che si scoprirà qualcosa che non interpellerà sol­tanto come grande problema politico culturale: «Auschwitz ci pone grandi domande sulla storia, del passato e di oggi, su quello che tutt'oggi si ri­schia, sia pure con meccanismi diversi ‑ incalza Antonella del liceo Copernico ‑ ma forse, sentiremo prima di tutto un cazzotto nello stomaco». Si parla di antisionismo e antisemitismo e il pa­rallelismo con l'attualità si fa audace: «La vera epi­demia dell'Europa d'oggi, è l'intolleranza latente e generalizzata» riflettono i ragazzi.

Un viaggio che chiama 310 studenti a caricarsi di una responsabilità enorme ma doverosa. E a chi volesse sottrarvisi, risuonano le parole lasciate in eredità dai supersiti Angelo Ferretti e Cornelio Za­netti dell'Aned, alla partenza: «Raccontiamo e ri­percorriamo quei momenti solo per voi giovani. Sa­rete la nostra voce. E con la visita ad Auschwitz vi consegniamo il compito di ricordare l'indicibile or­rore che non deve ripetersi».