GIORNALE DI BRESCIA, 11 NOVEMBRE 2008

Visita al ghetto, confine tra la vita e la morte

Ieri, dopo 22 ore di viaggio in treno, gli studenti bresciani hanno girato i quartieri di Cracovia

di Nuri Fatolahzadeh 

Cracovia. Chi pensava che le 22 ore di viaggio sa­rebbero state snervanti, si è dovuto ricredere. Il fi­schio del treno è giunto puntuale, alle 9 di ieri mattina, quasi ad annunciare l'arrivo educatamente, bussando alla porta di una Cracovia appannata dalla foschia, ma comunque accogliente. Così, tra uno sbadiglio e un buongiorno, i 450 bresciani ‑ 310 studenti e 140 ac­compagnatori ‑, hanno fatto il loro ingresso in città, scandendo la seconda tappa del viaggio della memo­ria. Quindi, ore 14.30: si riparte per "un pomeriggio ebraico", la visita ai quartieri ebraici, con quegli scorci che sanno estasiare come pure, girato l'angolo, ragge­lare di fronte all'incomprensibile.

 

Il ghetto

Le vie del quartiere di Kazimierz, il primo dei due visitati, tratteggiano un percorso fatto di sinagoghe in­castonate in ogni antro, di edifici che parlano di storia e, soprattutto, di storie. Le storie di chi ha percorso quelle strade e abitato in quegli appartamenti fino al '39 e di come, da quella data in poi, tutto si sia tinto di altri colori. Più spenti, più spietati, più truci. Ecco che dalla via dell'Ambra, in 5 minuti d'auto, l'arrivo nel ghetto, raggiunto dopo aver costeggiato “la collina del­le fucilazioni”, cambia tutto. E già le espressioni dei ragazzi cambiano e s'incupiscono. «Un tempo ‑ spiega la guida ‑ questa era una città a sé che confinava con Cracovia: il suo nome era appunto Casimiro, rimasta indipendente fino al XVIII secolo ed era un vero e pro­prio centro spirituale». Ecco perché un passo, una si­nagoga. «L'antico ospedale ebraico ‑ ricorda Giulia, memore degli approfondimenti in classe ‑ questo era uno dei ghetti più attrezzati ed organizzati per via di tutti i macchinari». Già. Perché ad un certo punto, quello che prima era il quartiere spirituale diventa il ghetto. E una differenza la si nota anche dai nomi delle strade in cui quelli della tradizione ebraica incrociano quelli della cultura cristiana.

 

Un crocevia, un intreccio

Poi, è la volta del quartiere di Podgorze. La prima cosa che balza all'occhio, qui, sono i frammenti di un muro grigiastro, consumato, quasi stanco di sostener­si. «Quello è il limite, il muro del ghetto» indicano tut­ti. E gli sguardi si fanno più gravi. Il messaggio è chiaro: il confine fra chi, al di fuori da quel grigiume, viveva e chi, costretto all'interno, era destinato a morire.

A non scordare quella sofferenza, quella della depor­tazione, dello strazio di attese lunghe giorni ‑ attese di una selezione malata, diabolica, aberrante ‑, ci sono le sedie. Disposte a cadenza regolare, per tutta la superfi­cie di una delle piazze, delle sedie semplici, ma massic­ce invitano alla riflessione, celebrano il ricordo e fungo­no da monito. «Qui arrivavano i deportati e venivano selezionati - racconta Mattia ‑ li costringevano a stare in piedi fermi e nudi per ore ed ore e chi osava muover­si dalla fila veniva freddato all'istante». Parole consapevoli, suoni sofferti. «In loro ricordo e in loro memoria, sono state fissate queste sedie, affin­ché tutti possano riflettere».

Fu il 21 settembre 1939, per «gestire altri 2 milioni di ebrei polacchi», che venne decretato l'inizio di uno dei capitoli più sconcertanti che precedevano la soluzio­ne finale: i ghetti. Zone malsane e decisamente troppo ristrette per l'enorme numero di persone che dovevano contenere. Pochissimi riuscirono a fuggire e a salvarsi. Tutti gli altri, furono portati nei campi di sterminio.