GIORNALE DI BRESCIA, 12 NOVEMBRE 2008
Il campo dove fu inter nato Primo Levi e Birkenau terza tappa di “Un treno per Auschwitz»
di Nuri Fatolahzadeh
Bisognerebbe tornare sempre a vedere la ferrovia, il filo spinato, la rampa, le baracche, i forni. E bisognerebbe portarci i propri figli. E raccomandargli di portarci i loro figli. E non smettere mai di raccontare l'inspiegabile, di tramandare lo sdegno infinito. È un pensiero costante, ossessivo, mentre un crepuscolo sfumato dal vento cala sulla landa gelata e mortifera di Birkenau.
È la terza tappa di «Un treno per Auschwitz», la più complicata, la più toccante peri 450 bresciani coinvolti. I campi di sterminio di Auschwitz, il più piccolo e dedicato ai soli uomini ‑ è qui che fu internato Primo Levi ‑, e Birkenaù, immenso e agghiacciante.
Il percorso della morte
Le scarpe ammucchiate a migliaia: mocassini, sandaletti, babbucce. «La cosa più commovente sono le valigie con i nomi scritti sopra», sostiene Maria. Due rotaie nere, lucide, ormai morte, conducono verso un edificio abbandonato. Parole come «tradotta», «deportazione», «treni blindati» tornano veloci alla memoria. Basta socchiudere gli occhi per scorgere i fantasmi del doloroso passato aggirarsi tra una baracca e l'altra, con i loro pigiami a righe, gli zoccoli privi di suono, in cerca di una memoria «ormai trasformata in museo», dice Claudia.
Cosa possono dire questi fili spinati, coperti di ruggine? Molto. Possono far «vedere». Possono, soprattutto, far capire perché molti prigionieri, non reggendo alla sistematica distruzione della persona, vi si buttavano sopra. «Ma la cosa che non scorderò mai, giuro, sono le valigie», ripete Maria. Di cartone, di pelle, con i nomi scritti sopra: KIara Fochmann, Vienna, 1942; Peter Eisler, Berlino, 1943 e così via. «Le possiamo immaginare, quelle valigie ‑ spiega Alberto ‑ appese alle mani di uomini e donne» che si avviavano, inconsapevoli, verso il loro ultimo viaggio.
Da una parte il bisogno di catalogare, schedare, immagazzinare dati, dall'altra la necessità di cancellare la testimonianza delle nefandezze: «dal campo di Auschwitz si capisce la follia dei nazisti», sussurra Ivan. Per non parlare delle fotografie, dei filmati, delle testimonianze dei sopravvissuti. Su 40mila italiani deportati, sé ne sono salvati solo 3mila, meno del 10 per cento: i ragazzi rabbrividiscono. Sono volti, quelli appesi nei corridoi dei block, che in silenzio gridano: facce di ragazzine strappate agli studi, di uomini dagli occhi persi, di madri rimaste senza figli, di giovani combattivi che intuivano l'orrore ma cercavano di sorridere, nonostante tutto.
Riflessione e ricordo a
Birkenau
È una giornata che segna. «Per la vita», sono convinti in molti. La conclusione, è il raccoglimento nel campo di concentramento di Birkenau, a ridosso della ferrovia, per commemorare, con il silenzio, il coraggio e l'umiliazione di chi su quelle stesse rotaie è stato ucciso, perché «chi non poteva lavorare non serviva». Un momento di memoria e riflessione, di mestizia e orgoglio, di monito e promessa. I ragazzi, a coppie, uno di fronte all'altro, con un filo che li distanzia e li lega nel contempo. In mezzo, le rotaie. Di sottofondo, la canzone degli angeli, il salino che le donne pronunciavano il sabato in segno di benvenuto.
La storia d'Europa nel secolo breve si ritrova tutta in quel fazzoletto di terra, dove gli uomini del dottor Mengele facevano «la selezione», distribuendo in pochi secondi morte e sopravvivenza. «Com'è stato possibile tutto questo?» è l'interrogativo costante, che si legge negli sguardi, persi, di ognuno. Di fronte a questo «non si può non pensare che la memoria sia un dovere», bisbiglia categorica Beatrice. Un vero e proprio «atto morale». E che questi campi dovrebbero essere visitati da tutti, generazione dopo generazione, per ribadire che non ci si può permettere il lusso di dimenticare.