Il treno della memoria. Tappa nel campo di concentramento per i 330 studenti bresciani. Oggi il rientro a Brescia, dopo un viaggio per non dimenticare. Un’esperienza indimenticabile. Ora resta il tempo per riflettere sulla storia di ieri e su quella di oggi
Nel blocco 5 il primo pugno nello stomaco: in una teca i capelli tagliati ai deportati e usati per fare materassi. Nelle foto di donne, uomini e bambini lo stesso dolore, la stessa sofferenza e una sola domanda: «Perché?»
di Daniele Bonetti
Oggi saliranno sul treno che li riporterà in Italia. Ieri, hanno toccato con mano un pezzo importante di storia. I 330 studenti del «Treno per Auschwitz» organizzato dall'archivio storico Savoldi‑Milani e dalle sigle sindacali con il patrocinio delle istituzioni, hanno superato il cancello di Auschwitz. Hanno visto, dal vivo e non sulle fotografie riprodotte sui libri di storia, la scritta «Arbeit Macht Frei», «il lavoro rende liberi», ancora presente sul cancello d'ingresso. Un impatto forte con il passato: il tempo di capire e gli occhi si sono posati, senza volerlo, sul filo spinato, quindi sui casermoni utilizzati come dormitori e come celle di punizione.
L'impatto successivo, forte, è con il blocco numero 5: la prima "casa" di cui gli studenti bresciani hanno valicato il confine. E, subito dopo aver salito le scale, il nodo in gola si è stretto parecchio: in una teca, erano sparsi i capelli dei deportati, ancora li dal secolo scorso. Una presenza a testimoniare il «primo trattamento» riservato ai deportati. Gli stessi capelli che i nazisti mettevano nei sacchi di 25 chili per riutilizzarli per fare cuscini e materassi. Di seguito, i giovani hanno appreso la giornata tipo del deportato: dalle 15 ore di lavoro giornaliero, al cibo che non bastava mai, all'acqua per lavarsi che era sufficiente per meno della metà dei deportati. Dall'Italia, secondo una stima, ne arrivarono ad Auschwitz quasi 8 mila. Il passaggio successivo ha messo i giovani bresciani a confronto con le fotografie: quelle delle donne, spogliate di tutto, quelle degli uomini, con i visi scavati dal dolore e dalla fatica. Ben più problematico, senza dubbio, il confronto con i bambini: 13 anni, 15 o anche 16; dalla Finlandia, dalla Ungheria o dalla Jugoslavia, venivano da, subito messi a lavorare. In fondo, per gli studenti bresciani, è stato come guardare in faccia i loro coetanei degli anni '40.
Di blocco in blocco i gruppi hanno visto il muro delle fucilazioni, la cella dove andavano quelli condannati a morire di fame, altre stanze dove i gerarchi nazisti praticavano le torture. Una sequenza impressionante che ha spento, metro dopo metro, la voglia di parlare dei giovani. Via i telefonini, via. i lettori musicali, per qualche minuto c'è stato spazio solo per la riflessione.
Un confronto interiore che ha toccato l'apice poco prima dell'uscita, da Auschwitz: in una stanza, quasi nascosta dietro gli edifici, la guida ha mostrato le camere a gas. E, dall'altra parte del muro, i forni crematori. Ultima tappa per i deportati, la condanna già scritta fin dal momento di varcare il cancello.
Da Auschwitz a Birkenau il passo è brevissimo: pochi chilometri, un impatto però completamente diverso. Una distanza infinita, un sole primaverile che regala beffardamente un'aurea quasi «conciliatrice» al luogo. Ma dietro i ruderi, accanto alle piante, sorgono ancora torrette, camere a gas, separate, come spartiacque ideale ma non troppo, dal binario su cui viaggiavano i treni dei deportati. E in quell'immensa radura, meno museale e probabilmente più cruda rispetto ad Auschwitz qualcuno ha potuto approfondire il dialogo con la propria consapevolezza. Perdere lo sguardo nel bosco, incrociare il laghetto, immaginare, probabilmente, un parco.
E, come il più violento dei flash back ricordare all'improvviso le centinaia di migliaia di morti dell'Olocausto.
Un percorso sublimato con la cerimonia davanti al monumento. Poi, solo silenzio. Stamattina il treno per Auschwitz ripartirà: destinazione, Brescia E il tempo per le riflessioni non sarà abbastanza. Per la storia passata e recente.