BRESCIAOGGI, 12 NOVEMBRE 2008

Il treno della memoria. Tappa nel campo di concentramento per i 330 studenti bresciani. Oggi il rientro a Brescia, dopo un viaggio per non dimenticare. Un’esperienza indimenticabile. Ora resta il tempo per riflettere sulla storia di ieri e su quella di oggi

Nell’orrore di Auschwitz il simbolo dello sterminio

Nel blocco 5 il primo pugno nello stomaco: in una teca i capelli tagliati ai deportati e usati per fare materassi. Nelle foto di donne, uomini e bambini lo stesso dolore, la stessa sofferenza e una sola domanda: «Perché

di Daniele Bonetti      

Oggi saliranno sul treno che li riporterà in Italia. Ieri, hanno toccato con mano un pezzo im­portante di storia. I 330 stu­denti del «Treno per Au­schwitz» organizzato dall'ar­chivio storico Savoldi‑Milani e dalle sigle sindacali con il pa­trocinio delle istituzioni, han­no superato il cancello di Au­schwitz. Hanno visto, dal vivo e non sulle fotografie riprodot­te sui libri di storia, la scritta «Arbeit Macht Frei», «il lavo­ro rende liberi», ancora pre­sente sul cancello d'ingresso. Un impatto forte con il passa­to: il tempo di capire e gli occhi si sono posati, senza volerlo, sul filo spinato, quindi sui ca­sermoni utilizzati come dormi­tori e come celle di punizione.

L'impatto successivo, forte, è con il blocco numero 5: la pri­ma "casa" di cui gli studenti bresciani hanno valicato il con­fine. E, subito dopo aver salito le scale, il nodo in gola si è stret­to parecchio: in una teca, era­no sparsi i capelli dei deporta­ti, ancora li dal secolo scorso. Una presenza a testimoniare il «primo trattamento» riserva­to ai deportati. Gli stessi capel­li che i nazisti mettevano nei sacchi di 25 chili per riutilizzar­li per fare cuscini e materassi. Di seguito, i giovani hanno appreso la giornata tipo del de­portato: dalle 15 ore di lavoro giornaliero, al cibo che non ba­stava mai, all'acqua per lavarsi che era sufficiente per meno della metà dei deportati. Dall'Italia, secondo una stima, ne arrivarono ad Auschwitz quasi 8 mila. Il passaggio successivo ha messo i giovani bresciani a con­fronto con le fotografie: quelle delle donne, spogliate di tutto, quelle degli uomini, con i visi scavati dal dolore e dalla fatica. Ben più problematico, sen­za dubbio, il confronto con i bambini: 13 anni, 15 o anche 16; dalla Finlandia, dalla Ungheria o dalla Jugoslavia, veni­vano da, subito messi a lavora­re. In fondo, per gli studenti bresciani, è stato come guarda­re in faccia i loro coetanei degli anni '40.

Di blocco in blocco i gruppi hanno visto il muro delle fuci­lazioni, la cella dove andavano quelli condannati a morire di fame, altre stanze dove i gerar­chi nazisti praticavano le tortu­re. Una sequenza impressio­nante che ha spento, metro do­po metro, la voglia di parlare dei giovani. Via i telefonini, via. i lettori musicali, per qualche minuto c'è stato spazio solo per la riflessione.

Un confronto interiore che ha toccato l'apice poco prima dell'uscita, da Auschwitz: in una stanza, quasi nascosta dietro gli edifici, la guida ha mostra­to le camere a gas. E, dall'altra parte del muro, i forni cremato­ri. Ultima tappa per i deporta­ti, la condanna già scritta fin dal momento di varcare il can­cello.

Da Auschwitz a Birkenau il passo è brevissimo: pochi chi­lometri, un impatto però com­pletamente diverso. Una di­stanza infinita, un sole prima­verile che regala beffardamen­te un'aurea quasi «conciliatri­ce» al luogo. Ma dietro i rude­ri, accanto alle piante, sorgono ancora torrette, camere a gas, separate, come spartiacque ideale ma non troppo, dal bina­rio su cui viaggiavano i treni dei deportati. E in quell'im­mensa radura, meno museale e probabilmente più cruda ri­spetto ad Auschwitz qualcuno ha potuto approfondire il dia­logo con la propria consapevo­lezza. Perdere lo sguardo nel bosco, incrociare il laghetto, immaginare, probabilmente, un parco.

E, come il più violento dei flash back ricordare all'im­provviso le centinaia di miglia­ia di morti dell'Olocausto.

Un percorso sublimato con la ceri­monia davanti al monumento. Poi, solo silenzio. Stamattina il treno per Auschwitz ripartirà: destinazione, Brescia E il tem­po per le riflessioni non sarà abbastanza. Per la storia passa­ta e recente.