GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2008
Sono più di 450 i bresciani che hanno partecipato al viaggio per la Polonia. Tornano oggi dopo aver visitato
di Nuri Fatolahzadeh
Ci sono le vittime, i superstiti, i liberatori e i carnefici. E i successori dei carnefici. C'è tutto questo negli sguardi dei 450 bresciani che, nel dignitoso silenzio di chi ha imparato tutte le lezioni della Storia e cerca ancora di delinearne bene le sfumature, alle dieci circa di questa mattina, potranno raccontare di persona l'esperienza di «Un treno per Auschwitz». Un viaggio vero «dentro se stessi». Un'esperienza che lascia dentro «troppo per non essere condiviso». Per rispetto. Per dovere. Per giustizia. Ma, pure, per orrore, sgomento, sdegno, «paura che qualcuno possa solo pensare di dimenticare».
Quello che resta è un capitolo infame della storia umana, un universo di abiezione che sembra impossibile. Eppure, è stato. «Ora, solo ora capisco appieno le parole tante volte lette sui libri di Primo Levi» confessa Stefano. E quelle stesse parole risuonano, altere e solenni, e d'un tratto si fanno suono: «Ogni uomo civile è tenuto a sapere che Auschwitz è esistito, e che cosa vi è stato preparato: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». Poi, una riflessione più ampia, sul valore aggiunto di aver visto il luogo in cui tutto è accaduto, di aver toccato i muri, respirato la stessa aria, sentito lo stesso freddo, ripercorso gli stessi percorsi. Anche se solo per un giorno. «Il sentimento che si prova è unico: finché leggi e studi la storia, questa storia, sui libri e non ti piace, puoi richiuderla quando vuoi. Ma così no» spiega Maria, che continua: «Per me quest'esperienza rappresenta l'inizio, il principio di un percorso personale». E ancora, a precisare, è Beatrice: «Questa sarà la nostra testimonianza».
Non mancano neppure i riferimenti ad un'attualità che si palesa, per certi versi, parallela. E che dopo Auschwitz e Birkenau si delinea e si compone peggiore e più cruda rispetto al giorno della partenza.
«Purtroppo le tragedie delle ideologie e degli estremismi non sono ancora passate» evidenziano in molti. E i tanti perché per don Flavio ‑ che ha scelto di partecipare come singolo all'esperienza ‑ si fondono in uno solo: «In Europa si sta purtroppo assistendo ad una sorta di genocidio culturale che sta trascinando tutti in un circolo vizioso che va spezzato».
Tra le pieghe della Storia, una cittadella stanca di tante tragedie, che cerca disperatamente di recuperare la sua «innocenza storica»: ecco la Auschwitz dei giorni nostri, così come la si percepisce.
Attorno al campo sono cresciuti vigne e frutteti. Le case degli agricoltori polacchi, sgombrati durante la guerra, sono ora riabitate e sembrano assorbite in una vita che dà le spalle a quel cancello infame.
Ma i visitatori continuano ad arrivare, da tutte le parti del mondo. Ma chi sono? A rispondere è Henry Swiboski, uno dei funzionari del campo, il gentile guardiano dei morti che ha conservato la capacità di indignarsi nonostante i tanti anni passati qui al campo‑museo. «Paradossalmente ‑ rivela ‑ dopo i polacchi, sono in maggioranza tedeschi». Dopo i suoi racconti, le sue descrizioni crude e dolorose, stridule e perentorie, si ripresentano nella testa, come in un film accelerato, le testimonianze, la voce e gli sguardi dei superstiti. «Ho visto tutto, ho guardato i morti negli occhi ‑ spiegava Angelo Ferretti ‑ ma ho avuto fortuna, sono vivo. Ai giovani auguro di non dover mai affrontare tutto questo». Un'espressione immobile, come chi affronta un destino inevitabile. Un fondo di grigio negli occhi chiari. Una stanchezza che li per li non si era notata. Forse è solo suggestione. Eppure, dopo la visita ad Auschwitz e Birkenau, si è colto qualcosa che prima era sfuggito. Il ritratto di un'eredità con cui è difficile convivere. Il freddo di Auschwitz.