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UN MOMENTO DI CRISI, UN
IMPOVERIMENTO GENERALE
Andiamo a congresso in una situazione molto delicata e
difficile, di forte crisi economica e sociale, di poche speranze di fronte a
quello che tutti – addetti ai lavori, ma anche opinione pubblica in genere –
definiscono come fase di declino.
C’è una perdita evidente – e facilmente misurabile – del
potere di acquisto dei salari e delle pensioni dei lavoratori: a fronte del
raddoppio dei prezzi a causa dell’assenza di quei controlli minimi in fase di
introduzione dell’euro, è mancato un aumento dei salari, indispensabile per
superare la semplice equazione lira-euro che ha contraddistinto le “nuove”
buste paga.
La famosa “sindrome” della quarta settimana del mese – cioè
la fatica ad avere ancora soldi liquidi indispensabili per fare gli acquisti
dello stretto necessario per vivere – è una dimostrazione chiara di come il
costo della vita sia aumentato troppo rispetto alle reali possibilità della
gente.
Ricerche di mercato dicono anche che in Italia è aumentata
la forbice tra ricchi e poveri: calano i consumi dei generi di prima necessità,
ma, paradossalmente, aumentano i beni di lusso, come le grandi automobili.
C’è stato quindi un trasferimento forte di ricchezza da una
parte (di gran lunga maggioritaria) all’altra (minoritaria), e lo si vede bene
anche dalle crescenti speculazioni finanziarie e dai giochi borsistici di note
personalità.
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UNA FINANZIARIA COMPLETAMENTE
SBAGLIATA
Anche per questi motivi abbiamo da poco scioperato, tra
l’altro con un buon successo di partecipazione.
Lo abbiamo fatto contro la punta dell’iceberg, cioè quella
Finanziaria che continuiamo a chiamare ingiusta, perché, tra le altre cose, non
apre spiragli e non contiene un’idea precisa su quello che si vuole fare nel
prossimo futuro.
Taglia drasticamente lo stato sociale, andando a ridurre i
servizi socio-assistenziali che sono invece indispensabili per garantire un
welfare all’altezza.
Ne sanno qualcosa coloro i quali da tempo faticano a pagare
i ticket per le prestazioni ospedaliere.
Ne sanno qualcosa coloro che non riescono a coprire la retta
per l’ospitalità di un parente in una casa di riposo.
Ne sanno qualcosa coloro che non si possono permettere una
collaboratrice domestica.
Questa finanziaria contiene inoltre provvedimenti che
tagliano fortemente i trasferimenti agli enti locali, i quali, a loro volta,
per garantire i servizi minimi essenziali, sono costretti a rivedere le
aliquote, andando a tartassare chi già fatica ad arrivare alla fine del
mese.
Per quanto riguarda le ripercussioni sulla nostra categoria,
possiamo citare i (mancati!) rinnovi contrattuali.
Non c’è traccia di disponibilità economiche e sono a dir
poco scandalosi i cronici ritardi con cui ormai si firmano i contratti.
È un problema più generale, che riguarda anche altre
categorie (i metalmeccanici venerdì hanno scioperato per questo, noi il 25
novembre ci siamo fermati 8 ore anziché 4), ma non dobbiamo abbassare la
guardia.
Tutto lascia intendere che si andrà a concludere alle porte
della primavera, con un provvedimento dal tono elettoralistico, alla vigilia
delle elezioni (e sulla conseguente copertura economica saranno problemi di chi
vincerà…).
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UN GOVERNO INADATTO A RISOLVERE
I PROBLEMI
Del resto questa manovra è in linea con la politica della
coalizione di centrodestra, al governo del Paese in questi cinque anni.
Una coalizione che ha sempre visto le parti sociali come un
problema, anziché come una risorsa con cui dialogare.
Una coalizione che non ha mai nascosto di ambire anche ad
uno scontro frontale, con l’obiettivo di eliminare il sindacato.
Il rapporto del Governo con la Cgil, infatti, non è stato (e
non è) buono.
La nostra organizzazione – oltre che tenere alta la bandiera
dei diritti – ha dovuto pure difendersi dai numerosi attacchi e limitarsi a
prendere atto delle mancate convocazioni ai tavoli della contrattazione.
Il tentativo di abrogare l’articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori è stato l’esempio forse più chiaro.
Eliminare l’impossibilità di licenziare i dipendenti delle
imprese con meno di 15 dipendenti significava ledere l’impianto fondamentale
dello Statuto, quindi snaturarlo completamente e dare un colpo di frusta a
tutti i lavoratori.
Ci dicevano che era il mercato che si doveva regolare da
solo, che l’economia traeva in sé le regole con cui continuare ad esistere e a
moltiplicare sviluppo e ricchezza.
Guai ad inserire lacci e regole, massimo liberismo e quindi
fine del sindacato.
Le conseguenze, invece, sono sotto gli occhi di tutti.
Ecco che la battaglia, quella contro l’attacco allo Statuto,
è stata necessaria e si è rivelata alla fine vittoriosa.
Ci ha visto protagonisti in una grande manifestazione a Roma
(il 23 marzo del 2002, due milioni in
piazza) e le mire del Governo sono state bloccate e così oggi sono davvero
pochissimi i “coraggiosi” che sul versante della destra rilanciano la folle
idea di toccare l’articolo 18.
Non ci piace affatto la Devolution appena approvata.
Essa stravolge radicalmente la Costituzione, spezzetta lo
stato e fa a pugni con l’idea di un sano decentramento.
Perché frammenta
istituti importanti come la sanità, la scuola, fino a minacciare la
contrattazione nazionale, ipotizzando venti contratti diversificati e quindi
disparità di trattamento economico da regione a regione.
Le gabbie salariali sono un brutto ricordo del passato e la
probabile mobilitazione della Cgil per far vincere il “No” in fase di
referendum confermativo la dobbiamo sostenere tutti convintamente, portando
alle urne più persone possibile.
E che dire della Legge 30, la famosa Legge Biagi?
Sull’onda di una flessibilità che viene decantata come
necessaria per stare al passo con i tempi, ha peggiorato le condizioni di vita
di un sempre crescente numero di lavoratori, fino a decretare quasi la fine del
lavoro a tempo indeterminato, in favore di contratti misurati sulle esigenze di
profitto delle imprese e non sui diritti di chi quei contratti di precarietà è
costretto purtroppo a subirli.
Da questo punto di vista si è fatta più difficile la
possibilità, soprattutto per i giovani, di programmarsi il futuro.
La flessibilità è diventata di fatto precarietà, cioè
incertezza e paura di una qualsiasi prospettiva di vita.
Non ci ha trovato favorevoli nemmeno la legge Bossi-Fini
sull’immigrazione.
Perché parte dal presupposto che l’immigrato è un problema,
spesso solo di ordine pubblico, facendo leva sugli istinti di paura che trovano
espressione in quello che è il fenomeno dilagante del voto alla Lega (le nostre
zone ne sanno qualcosa!).
Mi pare che questa legge faccia invece finta di non capire
che il lavoratore straniero è soprattutto una risorsa, perché, per necessità,
si adatta a fare quel tipo di lavoro che nessun italiano vuole più fare.
Perché l’immigrato fa figli e contribuisce ad invertire
quella crescita demografica con il segno meno che interessa da qualche tempo
l’Italia.
Perché l’immigrato paga le tasse e aiuta il sistema
previdenziale a reggersi.
Perché l’immigrato non delinque se si ha il coraggio e la
volontà di proporgli un’alternativa di lavoro stabile.
Sul tema della scuola la nostra organizzazione si è
ampiamente fatta sentire, ci è toccato dire più volte no alla riforma targata
Moratti.
L’abolizione del tempo pieno – ottimo servizio per le
famiglie e buona proposta formativa per
lo studente – non ha riscosso il nostro consenso.
Idem per quanto riguarda il non adeguamento dell’obbligo
scolastico a quelli che sono gli standard europei.
Idem per quanto riguarda il favoritismo lampante nei confronti
degli istituti privati, che – nonostante le regalie pubbliche – rimangono
inaccessibili economicamente a gran parte delle famiglie italiane e offrono
spesso una cultura a senso unico, non pluralista come una società multirazziale
ed in continua evoluzione imporrebbe.
Inoltre è una discriminante – una volta si sarebbe detto “di
classe” – la forte divaricazione circa la scelta del ciclo secondario: da una
parte i licei e dalla parte diametralmente opposta gli istituti professionali,
senza quella giusta mezza misura oggi rappresentata dagli istituti tecnici.
Non ci sono piaciute, infine, quelle numerose leggi “ad
personam” che si sono susseguite durante la legislatura, volte a modificare il
corso della giustizia per impedire condanne e favorire scorciatoie giudiziarie
per i soliti noti.
Non solo si solleva una questione di etica, di moralità
della politica, ma si è andati anche a ferire la democrazia, perché il
principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge – così
come sancisce la Costituzione – ne è uscito con le ossa irrimediabilmente
rotte.
E l’insistenza del Governo su questo fronte non ha fatto
altro che rimandare le cose importanti da fare: oltre che un danno è stata una
vera e propria beffa, uno spreco inutile di tempo invece prezioso.
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LA CGIL E LA FUNZIONE PUBBLICA A
CONGRESSO
È in questo quadro complessivamente negativo che si svolge
il nostro congresso.
E lo slogan molto ambizioso “Riprogettare il paese. Lavoro,
saperi, diritti, libertà” vuole essere un principio di speranza, una proposta
nostra, da lanciare all’attuale Governo, ormai agonizzante, ma anche a quello –
speriamo di diversa collocazione politica – che uscirà vittorioso dalle urne,
ad aprile.
Per quanto riguarda il “Lavoro” vogliamo partire
dall’articolo 1 della Costituzione, che lo indica come fondamento della nostra
Repubblica. Ci proponiamo quindi di discutere di quale lavoro, con quali
tutele, quale sicurezza, quale fisco e quali pensioni.
Con il concetto di “Sapere” poniamo l’accento invece sul
grande tema dell’informazione, in tempi che ci appaiono bui da questo punto di
vista, e sulla formazione, la conoscenza, per avere gli strumenti per poter
leggere gli avvenimenti del mondo.
Quindi passiamo ai “Diritti”, ma non solo alla loro difesa,
in una posizione insomma solo conservativa, ma anche ad un rilancio, ad una
conquista di nuovi.
Lo slogan congressuale finisce con la parola “Libertà”, che
non merita ulteriori commenti, perché va a braccetto con i concetti di
democrazia e di partecipazione.
È probabile che la scelta, molto dibattuta, di fare il
congresso prima delle elezioni sia dovuta forse anche ad una necessità di
autonomia del Sindacato dalla politica.
In pratica mettiamo in chiaro le nostre idee e la nostra
piattaforma prima del responso elettorale di primavera, perché le nostre
rivendicazioni sono valide sempre e non cambiano a seconda del colore politico,
cioè di chi vincerà le elezioni.
Insomma, da questo punto di vista non vogliamo e non abbiamo
intenzione di fare sconti a nessuno.
In queste settimane di assemblee di base nei vari posti di
lavoro (21 in totale) abbiamo avuto modo di discutere di questi argomenti,
incontrando voi iscritti.
La partecipazione, attestatasi attorno al 40%, è all’incirca
in linea con l’andamento più generale, che interessa anche le altre categorie e
le altre Camere del Lavoro lombarde.
Oggi dobbiamo darci un’organizzazione, ragionare insieme sul
futuro della nostra categoria, la Funzione Pubblica, così interessante ma così
complessa.
Tanti contratti da seguire, tante realtà frammentate e
sparse. L’impossibilità nostra di arrivare dappertutto, tanti chilometri da
percorrere e poco tempo a disposizione.
Inoltre diversi sono i problemi che si fanno sentire: in
particolare il mondo così delicato delle cooperative (la Cooperativa
Margherita, per esempio, in fortissima crisi), oppure i processi di
esternalizzazione e privatizzazione dei servizi, che – con l’obiettivo di
contenere i costi – ristrutturano fortemente il lavoro e chi paga sono sempre i
dipendenti.
L’elenco potrebbe continuare citando la precarietà del
distretto dell’Arpa di Darfo, alcuni Comuni, Case di Riposo ed Aziende
Ospedaliere…
Ci rincuora il dato del tesseramento, poiché è molto
lusinghiero. Nella cartelletta che vi è stata data trovate un grafico con
l’andamento delle adesioni: sempre in costante crescita! Forse è un segno che
in fondo a qualcosa serviamo…
Questo è stato possibile grazie al lavoro del segretario
generale Aleandro Martinelli, di Luciano Tolla, di tutte le Rsu e dei semplici
tesserati che si sono dati da fare nei vari posti di lavoro. Sempre con un
costante ed apprezzabile impegno.