Care delegate e
delegati, signori invitati,
Un doveroso
ringraziamento per la Vostra partecipazione.
Un congresso serve per
tracciare la linea che l’organizzazione vuole darsi per affrontare al meglio i problemi
che travagliano il mondo del lavoro e la società.
La macchina
organizzativa del congresso e per la celebrazione del centenario della Cgil,
che ricorre nel 2006, che è stata messa in campo è gigantesca e per mesi
assorbirà le energie finanziarie e umane della nostra organizzazione ai vari
livelli.
Le assemblee
congressuali hanno permesso di coinvolgere una buona parte dei ventimila
iscritti del comprensorio e dei quasi sei milioni d’iscritti a livello
nazionale, e il percorso congressuale si concluderà ai primi di marzo con
l’assise Nazionale a Rimini.
Un congresso che è
stato gestito con spirito d’unità da parte di tutto il gruppo dirigente, il
voto sulle due tesi alternative non ha prodotto tensioni, anche se si è
registrato qualche caso di disagio tra i lavoratori che si sono astenuti dal
votare le tesi alternative.
È un segnale che non
dobbiamo sottovalutare, dobbiamo cogliere quel disagio, allo stesso tempo c’è
la necessità di riflettere sui limiti dei meccanismi che utilizziamo per
dirimere le differenziazioni politiche all’interno dell’organizzazione e
conseguentemente capire se le modalità usate sono quelle appropriate per fare
vivere il valore della democrazia.
Il dato della
partecipazione ai congressi di base e al voto sulle tesi alternative, lì
trovate nella documentazione che vi è stata consegnata con tutto il materiale
del congresso, c’e proprio da augurarsi che adesso tutto il gruppo dirigente
riesca a trovare una sintesi nel congresso nazionale.
I problemi che dovremo
affrontare nei prossimi mesi, sono tanti e presentano problematiche talmente
complesse che avranno bisogno di una Cgil coesa e unita al suo interno, questa
è la precondizione per affrontare al meglio il percorso da intraprendere, per
potere contare nelle scelte che si dovranno assumere in rapporto con le altre
organizzazioni sindacali.
UN “MONDO”
D’INGIUSTIZIA
In questi ultimi anni
a livello internazionale abbiamo assistito ad eventi drammatici che hanno finito
per coinvolgere sul piano politico e sociale anche il nostro Paese.
L’invasione dell’Irak
e i numerosi conflitti che sono in atto sul nostro pianeta, il dramma di un
miliardo e 200 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua, la tragedia
che ha colpito le popolazioni del sud-est asiatico, il continuo ripetersi di
forti disastri naturali e il recente fenomeno dell’aviaria, bastano a farci
capire come sia necessario svestirsi dai panni dell’opportunismo e
dell’ipocrisia, per comprendere meglio e con più coerenza le condizioni dei
popoli che subiscono per cause altrui ingiustizie ed iniquità.
Tanto tempo è passato
da quei drammatici eventi che hanno scosso il mondo intero, ma dagli eventi che
sconvolsero ogni essere umano, sembrano nascere quegli anticorpi che mobilitano
le coscienze e riempiono le piazze di tutto il mondo in nome di valori
importanti come la pace, la solidarietà e chiedono con forza uno sviluppo equo
e solidale a livello planetario.
Le cronache
giornalistiche e televisive riescono a suscitare le reazioni e a scuotere la
gente, ma nello stesso tempo, hanno la capacità di far digerire a buona parte
dell’opinione pubblica ogni orrore e ingiustizia.
Dopo un primo momento
di partecipazione solidale a livello collettivo dettato anche dall’emotività
che il dramma suscita in ogni persona, subentra l’indifferenza e tutto
ineluttabilmente finisce per essere solo un problema per chi lo sta subendo, in
una indecorosa solitudine e in un colpevole silenzio da parte degli altri.
Riemerge ogni tanto
qualche pensiero in occasione magari del Natale, dove tutti ci si sente un po’
più buoni, per sgravarci la coscienza appesantita dal consumismo dilagante, si
pensa per alcuni istanti a quelle sofferenze e si partecipa a qualche
iniziativa di solidarietà verso quanti hanno l’esistenza compromessa.
Sono pertinenti allora
alcuni interrogativi:
Dove sono le famose
armi del dittatore Saddam?
Che fine ha fatto
l’impegno preso dai paesi sviluppati sulla cancellazione del debito ai paesi in
via di sviluppo?
Perché gli accordi
internazionali, come quello di Kioto sull’inquinamento dell’atmosfera non sono
rispettati?
Una risposta a questi
interrogativi forse c’è: siamo in presenza di una prolungata e puntuale opera
di condizionamento dei nostri cervelli, una ferita prodotta da un’arma nuova e
micidiale: l’informazione manipolata o meglio definita come arma di
“distrazione” di massa.
Un’arma che penetra
senza far soffrire, ma in grado di nascondere le sofferenze causate e di
portarci a credere a ragioni che tali non sono.
Il vero problema è il
divario di sviluppo che esiste tra il nord e il sud del mondo, sono gli
interessi di questi squilibri che alimentano le tensioni e di conseguenza
generano le guerre.
I beni sono utilizzati
in maniera eccessiva da una piccola parte del mondo, rappresentato dai Paesi
sviluppati che finiscono per scaricare le conseguenze di questo sviluppo
distorto sul Sud del mondo.
La gran maggioranza
dei paesi e delle persone cercano di raggiungere il livello di benessere
materiale delle nazioni dell’Occidente, industrializzandosi a loro volta
secondo il modello occidentale (l’esempio della Cina evidenzia chiaramente tale
situazione).
L’indiscusso dominio
di questo modello di sviluppo potrebbe provocare gravi danni al sistema ecologico,
se gli attuali livelli di produzione e di consumo si affermassero dappertutto.
Per il momento non è
la scarsità di risorse a creare limiti allo sviluppo economico, quanto
piuttosto la limitata capacità dei sistemi ecologici di ricevere inquinanti e
rifiuti d’ogni tipo.
La minaccia costituita
dall’effetto serra e da altri problemi ecologici non lascia dubbio sul fatto
che l’economia, se non cambia strada, si troverà in rotta di collisione con la
conservazione e la tutela dell’ambiente naturale.
È per
l’irresponsabilità di alcuni potenti del mondo che l’inquinamento continua a
crescere, al punto da generare fenomeni naturali disastrosi che negli ultimi
tempi stanno colpendo buona parte del nostro pianeta.
Il potere sembra
essere cieco e sordo, ma non ci si deve rassegnare.
Occorre organizzare delle iniziative che
permettono di sensibilizzare l’opinione pubblica, per far crescere il consenso
attorno alla cultura dello sviluppo sostenibile.
Ambiente e sviluppo
sono le due facce della stessa medaglia.
Questo concetto
fondamentale nasce dal riconoscimento che i problemi di politica ambientale non
possono essere affrontati separatamente dallo sviluppo economico e sociale.
Il tempo stringe.
Bisogna rendersi conto che se si continua di questo passo la situazione farà
crescere l’inquinamento a livelli incontrollabili e lo squilibrio dello
sviluppo tra il nord e il sud del mondo finirà per alimentare tensioni e
violenze in ogni angolo della terra.
Ognuno nel suo piccolo
può fare qualcosa, un comportamento individuale se diventa di massa è in grado
di condizionare la politica economica e sociale d’ogni paese.
Questa prospettiva,
deve tenere viva la speranza per un mondo migliore, in cui sia possibile fare
incontrare le ragioni di quelli che soffrono con quelli che possono.
RIPROGETTARE IL PAESE
Il messaggio che la
nostra organizzazione ha scelto per questo Congresso è quello di costruire una
proposta politica in grado di riprogettare il Paese, per farlo tornare a
crescere, ad essere competitivo, per rimettere al centro il lavoro, i saperi, i
diritti, la libertà.
La Cgil non da oggi
pone con forza il problema dello sviluppo, dell’occupazione, della qualità del
prodotto, della formazione, della ricerca, fattori che sono determinanti per
dare una competitività al nostro Paese.
Tre anni ci hanno
tenuto in ballo con l’art.18, hanno mobilitato schiere d’intellettuali e di
giornalisti, spot televisivi, assemblee confindustriali, un simile schieramento
di forze per evidenziare una prospettiva in cui la competizione si poteva
reggere solo comprimendo i costi.
Tra i costi da
ridurre, qualcuno (Governo e Confindustria) ha pensato bene di includere anche
i diritti dei lavoratori.
Hanno provato di
tutto, hanno investito sulla divisione del sindacato, hanno costruito la strada
degli accordi separati.
Sono arrivati al
punto, certi mascalzoni, di collegare la legittima, trasparente, democratica
battaglia per la difesa dell’art.18, condotta in primo luogo dalla Cgil e dal
suo ex segretario Sergio Cofferati, con l’assassinio del professor Marco Biagi,
ucciso barbaramente dalle Brigate Rosse.
La nostra
organizzazione a risposto con le manifestazioni, con gli scioperi, persino con
quei semplici ragionamenti che con chiarezza hanno evidenziato come l’art.18
non era poi quel macigno che frenava lo sviluppo.
Giusto quattro anni
fa, eravamo a novembre del 2001 , quando si tagliava il nastro dell’epica lotta
contro l’art.18.
Secondo la triade
Maroni-D’Amato-Berlusconi e nell’ombra Sacconi, sarebbe bastato togliere questo
laccio per aprire le porte al “miracolo italiano”, tutte le piccole aziende
sarebbero cresciute per la ragione che non avrebbero più temuto di superare la
soglia dei quindici dipendenti.
Si arrivò a firmare un
“patto separato per l’Italia”, un oggetto che si è dimostrato per quello che
era in realtà, un modo per dividere e indebolire il movimento dei lavoratori
nel suo complesso, un oggetto talmente misterioso di cui nessuno si ricorda e
sa più dire.
Una storia che dice
concretamente del tempo sprecato, di un conflitto che ha consumato energie e
tempo che sarebbe stato meglio utilizzare per mettere in piedi una proposta di
politica industriale che scongiurasse la crisi.
Il declino
inesorabilmente è avanzato, portando la crisi in interi settori del nostro
apparato produttivo e manifatturiero.
UNA VERA POLITICA
INDUSTRIALE
Non c’è stata solo la
lotta per difendere l’art.18, ci sono state le nostre proposte per contrastare
il declino industriale, per rifinanziare e ridisegnare l’intervento sugli
ammortizzatori sociali, per puntare ad un reale intervento sulla formazione,
sulla ricerca e sull’innovazione.
Su queste
problematiche si è sollecitato una collaborazione tra l’attore pubblico con il
privato.
L’obiettivo è quello
di creare un intervento di tipo redistributivo, i finanziamenti a disposizione
non devono essere distribuiti a pioggia alle singole imprese o in gran parte
solo alle grandi imprese, ma devono essere finalizzati a concreti interventi in
cui i diversi soggetti (pubblici e privati)siano chiamati a realizzare i
progetti che possano creare sviluppo e occupazione.
Da qui la necessità di
far maturare una forte convinzione e il dovuto coinvolgimento delle imprese affinché
riescano a considerare in assoluta priorità la ricerca e l’innovazione, occorre
unire le energie e fare sistema, i mezzi a disposizione sono già pochi e a far
da soli non si va da nessuna parte.
Per questo la Cgil
sente la necessità di lanciare la proposta per “riprogettare il Paese”, una
proposta forte e autonoma del sindacato confederale, che avanziamo
nell’interesse di quanti rappresentiamo, anche con l’ambizione di parlare ai
nostri amici di Cisl e Uil e delle altre forze sociali, alle istituzioni, alla
politica, a chi ci governa ora e a chi ci governerà dopo la primavera del 2006.
Il nostro è un paese
oggi più disgregato, diviso, insicuro, un paese dove è stato intaccato il
profilo della qualità della vita democratica e dell’etica politica.
Un Paese dove sono
cresciute le illegalità, dove è venuta meno la cultura delle regole e dove si
sono compromessi i delicati equilibri tra i poteri che regolano la nostra
Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.
Tutto questo è frutto
delle politiche del centrodestra, un modello che ha distrutto la coesione
sociale che aveva permesso di traguardare a suo tempo importanti risultati si è
sconfitto l’inflazione, invertito la tendenza dell’aumento del debito pubblico
e permesso l’entrata in Europa).
Il modello disegnato
dal governo Berlusconi ha voluto una società caratterizzata dalla supremazia
del capitale e della centralità assoluta dell’impresa, “liberi” di potere agire
senza vincoli di costi e diritti per i lavoratori.
Se guardiamo con
attenzione a com’era la situazione del paese quattro anni fa in rapporto alla
situazione attuale, si vedono con chiarezza le responsabilità del governo di
Centro Destra.
Questo governo ha
legiferato con troppa disinvoltura, fino al punto di varare delle leggi che
hanno garantito gli interessi di chi a deciso di scendere in politica non per
servire il paese ma per mettersi al sicuro dai guai giudiziari e per tutelare i
suoi interessi particolari.
Basta guardare al
palese conflitto d’interessi in cui più volte si è venuto a trovare il
Presidente del Consiglio, l’ultimo esempio lo abbiamo potuto constatare sul
provvedimento legato alla Previdenza complementare.
La situazione dei
conti pubblici è peggiorata, la qualità dello stato sociale ridotta a mercato
delle prestazioni sanitarie e socio assistenziali.
Non hanno istituito il fondo per la non
autosufficienza, non accogliendo la proposta del sindacato pensionati che aveva
proposto di utilizzare le risorse del fiscal drag per destinarle a tale
scopo, e dove pur di istituire tale fondo si era disponibili anche a
ridiscutere il sistema delle indennità di accompagnamento.
RISTABILIRE LA
COESIONE SOCIALE E LA POLITICA DEI REDDITI
In buona sostanza
questo Governo, il confronto con il sindacato l’ha considerato una perdita di
tempo e portatore di ritardi e causa d’impacci competitivi.
In questi anni si è
colpevolmente voluto annullare la pratica della concertazione, sostituendola
con il dialogo sociale (più di valore mediatico), che si è tradotto in una
semplice informativa e presa d’atto di quanto il Governo aveva già deciso.
Non parliamo poi della
finanziaria per il 2006,contro la quale ci siamo unitariamente mobilitati con
lo sciopero generale del 25 novembre 2005.
Nella finanziaria sono
previsti ulteriori e ingenti tagli agli Enti Locali che saranno obbligati a
tagliare i servizi o ad aumentare le tasse o la compartecipazione dei
cittadini.
Eravamo un Paese che
grazie al lavoro e alla capacità di fare risparmio nelle famiglie si era
nonostante tutto garantito la possibilità di spendere e consumare, nello stesso
tempo si sono promosse politiche di sviluppo e di contenimento del debito
pubblico.
Quella cultura della
coesione sociale, della solidarietà, della partecipazione, dell’etica politica,
dell’interesse generale, è stata distrutta.
Al posto di un
riconoscimento delle ragioni del lavoro, di una sua libera rappresentanza e di
una contrattazione nei luoghi di lavoro e a livello territoriale, si è
investito per ridimensionare il ruolo del sindacato, dividendolo e gradatamente
portandolo ad una funzione di servizio, con l’obbiettivo di ridimensionarne il
suo ruolo e facendogli temporaneamente svolgere un’attività preminente negli
enti bilaterali nei quali qualcuno pensa di poter gestire il anche il
collocamento e la certificazione dei rapporti di lavoro.
Questo, secondo noi,
rischia di snaturare il ruolo del sindacato e può portare ad una sua uscita
progressiva dai luoghi di lavoro, con la conseguente svalutazione del sua funzione
di agente di contrattazione collettiva, per favorire gli spazi di un’ipotetica
contrattazione individuale tra lavoratore e datore di lavoro che non ha niente
a che vedere con “una libera pattuizione” e che tutti capiscono che è
fittiziamente paritaria.
CENTRALITÀ DEL LAVORO
Come Cgil abbiamo una
proposta globalmente alternativa a questa filosofia liberista. Noi sentiamo
oggi più che mai la necessità che nel paese e nella società il lavoro ritorni
ad avere una sua centralità, un valore sociale del lavoro che sa dare le dovute
risposte sia ai vecchi sia ai nuovi lavori, garantendo un’equa retribuzione e
un giusto corredo di diritti universali.
Una società che vuole
progredire deve riconoscere la fatica e l’impegno delle persone, deve
giustamente sapere mettere in correlazione diretta lo sforzo di chi è chiamato
a produrre con quanti mettono a disposizione il denaro per creare posti di
lavoro. Questo è il modello di società che può far ritornare a crescere e a
sviluppare il paese. Quando la dignità e i diritti sono rispettati, i
lavoratori sono naturalmente portati a partecipare attivamente agli obbiettivi
dell’impresa, in quanto l’azienda in cui lavorano non è ritenuta un posto di
sfruttamento ma bensì un bene sociale da difendere e da sviluppare.
L’illusione del
miracolo italiano propagandato da Berlusconi si è dimostrato per quel che in
realtà era: solo propaganda politica.
L’insicurezza è
crescente in vasti strati della popolazione, l’impoverimento sociale è in
aumento e acquista sempre più la caratteristica di una vera e propria
spoliazione dei diritti delle persone.
Per questo occorre
meno precarietà sul lavoro e più sicurezza nella vita delle persone e in ogni
famiglia.
Questa situazione sta producendo
ansia, stress sui cittadini, creando danni all’economia del paese, basti
pensare alle conseguenze che si sono determinate sui consumi e sull’utilizzo
del risparmio finalizzato alla costruzione della prima casa.
Vale la pena di
cominciare anche a considerare un danno che al momento è di difficile
quantificazione ma che nel medio e lungo periodo presenterà il conto.
Come si fa a non
comprendere che uno stato di continua precarietà, alla lunga potrà causare
danni alla salute e alla psiche delle persone?
Proviamo ad immaginare
un giovane che deve formare famiglia, in quale stato d’animo affronta quelle
scelte se non ha un lavoro stabile ed un’adeguata protezione sociale?
Proviamo a metterci
nei panni di un padre di famiglia che perde il lavoro ed ha un’età avanzata,
come vivrà quei momenti, sapendo che il mercato del lavoro non consente una
politica attiva in grado di prevedere un conseguente reinserimento lavorativo?
Questi interrogativi
bastano a farci comprendere la necessità di una giusta flessibilità gestita e
contrattata tra le parti piuttosto che una precarietà che produce le
conseguenze e i danni che già si toccano con mano.
Per la Cgil serve
ricostruire un modello di sviluppo della società che deve garantire un nuovo
stato sociale efficiente e di qualità, riaffermando l’universalità ed
esigibilità dei diritti sociali: il Lavoro, l’Istruzione, la Scuola, la Salute,
la Previdenza e l’Assistenza.
La situazione
economica e sociale è già di per sé difficile, e di tutto abbiamo bisogno, meno
che di aprire forti conflitti.
Abbiamo bisogno di
recuperare la coesione sociale, unire gli sforzi, guardare all’interesse
generale del paese.
In quest’ultimo
decennio il sindacato e i lavoratori hanno creduto e sostenuto questa
prospettiva, hanno sopportato pesanti sacrifici pur di fare diminuire
l’inflazione e il debito pubblico, riuscendo a traguardare l’entrata in Europa.
Il movimento dei
lavoratori responsabilmente si è assunto gli oneri per favorire l’interesse
generale del Paese, grazie a queste nostre disponibilità date a quei tempi, si
realizzarono profitti per le imprese che al posto di investirli in innovazione,
in ricerca, finalizzati a sviluppare l’occupazione, li hanno invece dissipati
nelle rendite speculative e finanziarie.
Mentre il sindacato unitariamente
rispettava i patti, altri pensavano a sviluppare le politiche di potere alle
imprese, pensando che la diminuzione dei diritti e la “libertà” di licenziare
le persone, potesse creare le condizioni ideali per muovere il motore della
competizione sul mercato globale.
Sono arrivati al punto
di investire sulla divisione del sindacato, lo hanno indebolito, hanno
alimentato e generato le condizioni che hanno portato agli accordi separati, si
è rotta la coesione sociale che a fatica si era riusciti a costruire nel nostro
Paese.
La politica economica
e sociale di questo Governo ha dimostrato tutti i suoi limiti.
L’assoluta mancanza di
una seria programmazione degli interventi è stata purtroppo segnata da azioni
politiche che hanno finito per alimentare tensione e conflitti.
Al crescere delle
evidenti difficoltà si è cercato di volta in volta di inventare capri espiatori
a cui affibbiare le responsabilità del malessere e del disagio che serpeggia
tra i cittadini del nostro Paese.
Quando non si è in
grado di controllare i prezzi e le tariffe, s’incolpa l’Euro, quando non si ha
la capacità di promuovere una seria politica industriale che sappia fare
innovazione e ricerca, la colpa è data alle regole imposte dall’Unione Europea.
Quando le aziende
rischiano la chiusura e licenziano, si inventano dei capri espiatori: nel
passato erano i lavoratori del meridione, poi sono arrivati gli
extracomunitari, adesso è l’invasore cinese e già si paventa il pericolo
dell’allargamento dell’Unione Europea alla Turchia.
In buona sostanza,
piuttosto che cercare di affrontare seriamente il problema della
globalizzazione si finisce per alimentare gli istinti peggiori e al posto di
parlare alla testa della gente si finisce per parlare alla pancia delle
persone.
AUTONOMIA E UNITÀ
Nel Paese si respira
la sensazione che sarà il centrosinistra a vincere la prossima competizione
elettorale.
Da un lato auspichiamo
che questo avvenga, giacché il giudizio che la Cgil da dell’attività di questo
Governo è nettamente negativo.
Dall’altro vi è la
necessità di sapere quali sono le scelte che s’intendono assumere nel breve
periodo da parte del centrosinistra e quali saranno le linee programmatiche che
s’intendono assumere nel programma di un futuro Governo.
L’autonomia del
sindacato si dimostra nei fatti,dovremo guardare con molta attenzione al merito
delle scelte e indipendentemente dall’ orientamento politico che avrà il futuro
Governo
Non possiamo accettare
che, vista la pesante situazione ereditata, siano ancora una volta chiamati i
lavoratori e i pensionati a sopportare la politica dei due tempi: prima i
sacrifici e poi a chissà quando le riforme.
I segnali devono
essere dati al più presto in modo chiaro e senza tentennamenti.
Schematicamente
indichiamo alcune priorità: colpire l’evasione, tassare le grosse rendite
finanziare e immobiliari, togliere le norme odiose della legge 30 sul mercato
del lavoro, riformare gli ammortizzatori sociali, elaborare e finanziare una
seria politica industriale, dare una risposta ai lavoratori e ai pensionati in
termini salariali e contemporaneamente, mettere in campo un serio controllo
sull’aumento dei prezzi e delle tariffe, per alleviare il crescente malessere
tra la gente e imprimere una ripresa dei consumi.
Il 25 novembre scorso
abbiamo effettuato lo sciopero generale contro la Finanziaria del governo,
l’adesione è stata grande, ma era palpabile tra i lavoratori la consapevolezza
che la situazione è difficile, come è presente la preoccupazione delle
conseguenze delle divisioni che hanno colpito anche il sindacato nel recente
passato, e il realismo porta a far comprendere che non sarà così semplice
rimettere in moto una macchina che negli ultimi anni è stata ferma e la “ruggine”
ha intaccato gli ingranaggi che muove il motore delle iniziative unitarie.
Quello che è emerso
con chiarezza dalla gente, è il crescente malessere, l’insicurezza, l’ansia e
la preoccupazione per il futuro dei propri figli, ma anche la necessità che per
modificare certi orientamenti governativi, oggi più che mai, serve recuperare
il valore dell’unità d’azione di tutti i lavoratori, dei pensionati e delle
loro organizzazioni sindacali.
È in questi momenti
difficili che occorre dimostrare e non solo predicare il valore dell’autonomia.
Un vero sindacato
autonomo e libero non deve mai ricercare la legittimazione accettando o subendo
certi condizionamenti esterni al movimento dei lavoratori, ma la sua forza sta
nell’applicare sempre il valore della democrazia nel rapporto con la globalità
dei lavoratori.
Non ci si può
trincerare dietro il mandato dei propri iscritti e bloccare la macchina del
confronto unitario.
Tutti sanno che la
divisione tra le organizzazioni indebolisce oggettivamente il movimento dei lavoratori.
Non parliamo poi dei danni che hanno prodotto certi accordi separati.
Per questo la Cgil
risollecita con forza la necessità di recuperare un’azione unitaria, che per
vivere e durare, a nostro modo di vedere, ha bisogno di regole esigibili, non esposte
alla volontà dei gruppi dirigenti di questa o quell’altra organizzazione ma al
confronto che coinvolga tutti i lavoratori e insieme con loro si assumono le
scelte che si ritengono più opportune.
La Cgil è sempre stato
convinta che occorre una legge sulla rappresentanza,servono regole precise ed
esigibili,alcune delle quali,tra l’altro sono già in vigore anche per il
pubblico impiego e non capiamo come mai non possano valere anche per i
lavoratori dipendenti del privato.
IL TERRITORIO, LE
COMUNITÀ MONTANE, L’OSSERVATORIO
Il documento unitario
che trovate allegato alla relazione (allegato n.1),
rappresenta la sintesi d’alcune priorità che il sindacato ha aggiornato e
consegnato in Regione a Brescia il 17 d’ottobre in occasione dell’audizione
degli stati generali per lo sviluppo dell’economia Bresciana.
Trovate anche allegato
il documento che evidenzia la problematica della depurazione delle acque (allegato n.2), i gravi ritardi dell’esecuzione delle
opere e la necessità impellente che tali lavori debbano essere realizzati, se
non si vuole colpevolmente lasciare che l’inquinamento delle acque e del lago
si aggravino.
La Cgil
comprensoriale, all’inizio di quest’anno ha organizzato a Breno un convegno per
denunciare tale situazione e per sollecitare gli organi competenti ad assumersi
le dovute responsabilità.
Chiediamo ancora una
volta che quei progetti che in buona parte erano già finanziati, al più presto
i lavori siano completati.
Ci sarebbe la necessità
di approfondire il documento di piattaforma unitaria per capire meglio le
ragioni o le cause dei problemi che da tempo attanagliano il nostro territorio.
Il tempo non consente
di compiere un approfondimento completo, sarà il dibattito che potrà sviscerare
meglio i problemi per cercare di capire le cause della situazione e vedere come
mettere in campo le iniziative più adeguate. Da parte nostra riaffermiamo
l’importanza del ruolo dell’Osservatorio Permanente per l’economia e
l’occupazione e ne sollecitiamo una maggiore attività.
Serve recuperare
un’efficacia del suo funzionamento, attraverso una maggiore operatività
dell’ufficio di presidenza che non può essere convocato solo per affrontare le
emergenze, ma deve cercare di prevenire le situazioni di difficoltà e
tempestivamente sollecitare gli organi preposti affinché si ricerchino le
terapie e gli interventi necessari ad affrontare le situazioni che si pongono a
livello territoriale.
Il rilancio
dell’attività dell’Osservatorio,ha bisogno di una cabina di regia che funzioni
meglio, dall’altra anche le forze sociali, in particolare quelle
imprenditoriali partecipino più attivamente.
Occorre mettere in
atto uno sforzo per presentarsi alle riunioni dell’Osservatorio, con una
sintesi già operata all’interno delle diverse rappresentanze che sono presenti
nell’organismo in questione, questo già di per sé faciliterebbe il lavoro a chi
deve trarre la sintesi e darebbe maggiore efficacia alle scelte che si devono
assumere.
Ultimamente
nell’osservatorio ci pare essere venuta meno la partecipazione delle Comunità
montane del Sebino Bresciano e Bergamasco.
Si tratta di
recuperare questo limite, ci auguriamo che le assenze non nascondano un
problema ancora più serio di quello che potrebbe essere la semplice assenza, non
vorremmo che l’articolazione politica che si è prodotta nelle realtà
amministrative e Istituzionali a livello di schieramento politico, abbia fatto
venir meno la volontà del confronto sui problemi del comprensorio.
La sensazione che
abbiamo è che ogni realtà Istituzionale vada un po’ per la sua strada,
preferendo un rapporto diretto con le Istituzioni a livello superiore e
piuttosto che lavorare per far lo sviluppo comprensoriale, ogni realtà
amministrativa ed Istituzionale pensi più al proprio campanile, rischiando di
indebolire ulteriormente le ragioni del territorio e accentuando in questo modo
la marginalità della realtà camuno-sebina.
Non scopriamo l’acqua
calda, quando sosteniamo che per ottenere ascolto dai centri di potere, serve la
capacità di elevare l’elaborazione politica e di individuare le priorità per le
quali unitariamente tutto il territorio è disponibile a spendersi.
Questa è la strada da
percorrere, nel passato, quando la sintesi unitaria si è stati in grado di
farla emergere, ha permesso di ottenere le dovute attenzioni ai livelli
superiori e avere anche i conseguenti risultati (Viabilità-Sanità-ecc).
La vicenda che ha
visto questo Governo mettere in atto il tentativo di abolire il ruolo delle
Comunità Montane, ha trovato una decisa e unanime risposta da parte di tutti i
Presidenti delle Istituzioni Territoriali e dai sindaci, il tentativo è stato
respinto, dimostrando che quando c’è unità e determinazione, i risultati si
portano a casa. Tuttavia, questo risultato di per sé positivo, non deve
sottacere i problemi.
Non è accettabile che
si continui a spendere soldi da parte delle Comunità Montane per dotarsi di un
Piano Socio-Economico ed Occupazionale del territorio, quando poi, nella
realtà, ogni comune va per la propria strada. Servirebbe trasferire maggiori
funzioni, competenze e deleghe.
Il trasferimento di
poteri dovrebbe essere accompagnato anche dal coinvolgimento democratico per
avere un riconoscimento diretto dai cittadini su chi è chiamato a dirigere le
Istituzioni locali.
La nuova legge
Regionale sulle Comunità Montane non ha permesso di ridefinire dei nuovi e
auspicabili azzonamenti e nemmeno si è riusciti a prevedere il trasferimento di
deleghe e competenze, in quanto si è dovuto contrastare il tentativo della Regione,
e di recente di questo Governo che volevano lo scioglimento delle Comunità
Montane.
Il pericolo è stato
scongiurato. Ma il problema del ruolo delle Comunità Montane e della necessità
di far crescere una visione integrata dello sviluppo montano per evitare la
logica del ripiegamento localistico, è un problema tuttora aperto.
Il realismo politico
ci porta a capire, che un’ipotesi radicale di successive trasformazioni,
quand’anche ritenute auspicabili, richiederanno convergenze e tempi
d’attuazione che non sono da considerare realizzabili nel breve periodo.
Ciò non deve tuttavia
portare ad accantonare il problema, anzi, al più presto, occorrerà
ripresentarne la necessità per evitare che si rafforzi una gestione politica e
amministrativa tipicamente urbano-centrica, che difficilmente è in grado di
cogliere tempestivamente i problemi e di gestire al meglio le situazioni che si
pongono a livello territoriale.
LA SITUAZIONE
OCCUPAZIONALE
Negli anni 80 la Valle
subì la deindustrializzazione che colpì il settore siderurgico e che fu seguita
dalla chiusura delle aziende industriali del settore delle confezioni e
abbigliamento.
Dopo qualche anno
assistemmo alla chiusura di centinaia di piccoli laboratori artigiani delle
confezioni che colpi mortalmente l’occupazione femminile occupata in queste
attività.
In quegli anni il
sindacato unitariamente lanciò in anticipo l’allarme e propose la costituzione
dei Consorzi tra i confezionisti, per unire le forze e fare sistema cercando di
sottrarsi gradatamente dalle grosse agenzie commerciali che davano il lavoro in
conto terzi a prezzi bassi.
Indicammo l’obbiettivo
di costruire un marchio di prodotto in proprio, che avrebbe consentito una
redditività maggiore per l’artigiano tale da permettere il rispetto dei
contratti di lavoro alle lavoratrici e di mantenere sul territorio una parte di
realtà produttive.
Non fummo ascoltati,
anzi si preferì attaccare il sindacato,criminalizzando la nostra azione, al
punto di accusarci di volere la chiusura delle aziende.
La miopia di quel
pensiero padronale si è poi dimostrata con tutta la sua evidenza.
La globalizzazione del
mercato ha fatto capire quanto il sindacato da tempo andava sostenendo,non era
la riduzione del costo del lavoro, del salario e dei diritti delle persone che
potevano nel medio lungo periodo dare ossigeno e futuro a quelle realtà
produttive.
Oggi stiamo vivendo
un'altra crisi che può portare a far scomparire il settore Tessile dal nostro
territorio e a livello nazionale.
Nel nostro
comprensorio vi è la presenza dei più grossi gruppi a livello nazionale
(Franzoni, Nk, Olcese, Legnano) e la crisi mette a rischio oltre 800 posti di
lavoro.
Sentiamo sempre più
affermare che ormai occorre rassegnarsi a questo destino.
È il pensiero che anima
le stesse cassandre che dicevano anche negli anni 80 che il settore era maturo
e che doveva scomparire.
Da parte nostra
sosteniamo invece che si può fare qualcosa per cercare almeno di salvare il
salvabile.
Occorre avere la
stessa lungimiranza e spirito d’impresa che negli anni 80 portò gli
imprenditori a fare grossi investimenti in innovazione tecnologica.
Tali investimenti
furono accompagnati da accordi con il sindacato sull’utilizzo degli impianti su
7 giorni la settimana per abbattere i costi aumentando la produzione e
concedendo una riduzione d’orario di lavoro a parità di salario per mantenere
l’occupazione che la tecnologia dei nuovi investimenti portava in esubero.
Gli investimenti
furono cospicui, arrivarono fino a due miliardi delle vecchie lire per ogni
posto di lavoro, il settore si trasformò e si qualificò al punto da diventare
competitivo e a primeggiare sul mercato Europeo e Mondiale.
Oggi serve una
ritrovata volontà imprenditoriale che crede all’obbiettivo di investire in
innovazione di prodotto e di processo,ricercando le nicchie di mercato ad alto
valore aggiunto in grado di dare una maggiore redditività.
È fin troppo evidente
che questo processo ha bisogno di un sostegno da parte del Governo, serve
incoraggiare gli investimenti sull’innovazione e sulla ricerca, serve quella
politica industriale che da tempo rivendichiamo e di cui purtroppo non vediamo
ancora segnali concreti.
Siamo consapevoli che
tutto non potrà essere salvato, per questo abbiamo nell’osservatorio elaborato una
strategia che possa analizzare la domanda di lavoro che emerge sul territorio
Bresciano e Bergamasco, per mettere in campo un processo formativo finalizzato
all’inserimento dei lavoratori espulsi dalle aziende in crisi in altre realtà
facilitando l’incontro tra la domanda e l’offerta.
Questo è il percorso
deciso all’interno dell’Osservatorio e sostenuto anche dall’Onorevole Davide
Caparini,il quale interessando in particolare il Ministero del Lavoro, Italia
Lavoro, Sviluppo Italia, insieme alle Istituzioni locali e alla Secas si è
riusciti ad avere un finanziamento di oltre tre milioni di Euro attraverso una
intesa Istituzionale che trovate in allegato (allegato
n.3) assieme alla nostra nota integrativa unitaria (allegato
n.4) che abbiamo redatto dopo aver letto il contenuto dell’intesa in
questione.
Il sindacato disse
subito che per com’era formulata quell’Intesa, rischiava d’essere inadeguata ad
affrontare il problema che stava scoppiando nel settore tessile a livello
territoriale.
Oggi sono centinaia i
lavoratori che si trovano collocati in Cassa Integrazione Straordinaria e tra
qualche mese cominceranno le procedure di licenziamento.
Quell’intesa,per come
è formulata è difficile pensare di costruire una seria ed efficace politica
attiva del lavoro, giacché è negata ogni forma d’integrazione sotto forma
d’indennità spese o di borsa lavoro, per i lavoratori che accettano il percorso
formativo e lo stage in aziende disposte a confermare in seguito il lavoratore
a tempo indeterminato.
I firmatari dell’intesa
Istituzionale si sono trovati in Regione e si sono divisi i compiti, si è anche
consentito di riconoscere una forma d’indennità spese di 1.000 Euro per ogni
partecipante al percorso formativo e d’inserimento e questo è un buon passo in
avanti.
Resta tuttavia aperto
il problema dell’incompatibilità per i percettori d’ammortizzatori sociali di
avere erogata un’altra integrazione sotto forma d’indennità spese, per
facilitare una politica attiva, finalizzata alla rioccupazione di una parte dei
lavoratori che sono a rischio di espulsione.
Su questo l’Onorevole
Caparini, accogliendo le proposte del sindacato, si è assunto l’impegno di
proporre una modifica nel maxiemendamento alla finanziaria (allegato n.5), che aveva l’obiettivo di rendere
compatibile il godimento dell’ammortizzatore sociale con la prestazione
lavorativa.
Questo intervento
consentirebbe ai lavoratori difficilmente collocabili per la loro età media
alta, di mettersi a disposizione dell’azienda che li accoglie durante il
periodo di godimento dell’ammortizzatore sociale e di continuare a lavorare per
il restante periodo fino al raggiungimento della pensione.
Se resa possibile tale
possibilità contribuirebbe, tra l’altro, a frenare il continuo dilagare del
lavoro nero e irregolare. Il progetto è sperimentale, tutti dobbiamo cimentarci
per tentare di dare una risposta al problema che nel giro di pochi mesi si farà
sentire ancora con maggiore acutezza.
VIABILITÀ E FERROVIA
Sul problema della
Viabilità non serve spendere tante parole, questa era e resta la telenovela di
un’opera incompiuta.
Il sindacato si è
fortemente impegnato per il completamento dei lotti sulle Ss 42 e 510 (Nella
documentazione che vi è stata consegnata, troverete un DVD e un CD che fa un
po’ la storia sulla viabilità camuno-sebina dal 1994 al 2004).
Dopo l’ultima
inaugurazione pochi mesi fa del tratto Breno-Nadro, le preoccupazioni si
concentrano sul tratto Capodiponte-Berzo Demo-Malonno.
Il Drammatico
infortunio accaduto sul “viadotto della Vergogna”, ha messo in evidenza le
gravi irregolarità dell’impresa che a suo tempo aveva eseguito i lavori e che
il sindacato denunciò agli organi competenti,tale denuncia portò alla
rescissione del contratto.
In seguito si aprì la
procedura per aggiudicare il un grande appalto che comprende i lotti da
completare, compresa la parte che era stata stralciata dal 4° lotto e
precisamente il tratto di Nadro di Ceto dove sono stati rinvenute le incisioni
rupestri.
Questo riappalto da
Capodiponte a Malonno prevede un onere economico che si avvicinerà e forse
anche supererà i 230-250 milioni d’Euro.
Le problematiche su
quel tratto della Ss 42 sono diverse e non di poco conto:
* Oltre 5 km di
galleria da eseguire
* Rifacimento di buona
parte dei lavori in galleria eseguiti a suo tempo in difformità al progetto.
* Adeguamento della
caratteristica costruttiva della galleria alle norme di sicurezza dopo la
tragedia del Monte Bianco
* Problema dello
smaltimento dello smarino
* Viadotto sotto
sequestro della magistratura dopo l’infortunio mortale
* I tagli della
finanziaria nei confronti dell’Anas fanno sorgere il dubbio se le risorse che
erano previste per il completamento di questi lotti sono ancora disponibili.
·
Lo svincolo in galleria a Demo è pericoloso per
come è stato progettato e in parte realizzato.
·
Visto
che si deve mettere mano alla progettazione esecutiva, si potrebbe pensare ad
una diversa soluzione e contemporaneamente far proseguire il tratto di
superstrada con il lotto 6 bis fino a Malonno.
Questi problemi ci fanno
affermare che avremo bisogno di tanta fortuna e serviranno meno polemiche e più
unità di tutte le forze politiche se si vorrà completare quei lotti per evitare
che restino ancora per molto tempo il monumento della vergogna.
Sulla ferrovia
segnaliamo il gran convegno organizzato dalla Comunità Montana di Vallecamonica
e tenutosi in questa sala il 30 maggio e 1 giugno del 2002 alla presenza del
Ministro Lunardi.
È stato un importante
momento di condivisione per rilanciare un’infrastruttura importante di mobilità
qual’è la ferrovia.
Purtroppo non sono
seguite, fino ad oggi, le scelte concrete in grado di confermare questa
prospettiva. L’unico risultato, anche se non marginale, è quello di avere
zittito certe cassandre che puntavano alla chiusura della ferrovia per
privilegiare la realizzazione del collegamento con la Valtrompia.
La Cgil ha sempre
sostenuto che il completamento delle opere avviate sulle Ss. 42 e 510 era una
priorità, ma che la soluzione in prospettiva per la mobilità passa attraverso
il rilancio della ferrovia.
Anche se datato nel
tempo, v’invitiamo a leggere il documento che unitariamente elaborammo (allegato n.6) per capire quanto resta ancora da
fare per dare una funzione strategica alla nostra strada ferrata.
LE SOCIETÀ A
PARTECIPAZIONE PUBBLICA
La CGIL sollecita un
approfondimento sulla situazione delle società a partecipazione pubblica, per
capire meglio la situazione economica dei bilanci.
Serve un’analisi seria
per capire se le operazioni su cui si sono investite nel corso degli anni non
poche risorse, hanno raggiunto gli scopi per i quali le stesse società erano
state costituite.
Non vogliamo
generalizzare un giudizio negativo, ci sentiamo di dire che su alcune
situazioni critiche occorre avere la capacità e il senso di responsabilità di
dire che così non si può andare avanti, non si può continuare a ripianare i
bilanci di certe società senza neanche porsi il problema di un conseguente
piano di rilancio e di rientro dalle criticità che hanno prodotto tale
situazione.
È doveroso bandire
quelle forme di gestione amministrativa che badano più all’obbiettivo di
rafforzare gli interessi di qualcuno piuttosto che al futuro dell’attività
della società pubblica.
Da parte nostra ci
limitiamo a far osservare e a denunciare un’esigenza, ci auguriamo che chi di
dovere saprà raccogliere la sollecitazione e saprà ricondurre l’intervento
pubblico agli interessi di tutta la comunità, senza accettare o subire che
quelle operazioni siano funzionali ad una “occupazione del potere” da parte del
politico di turno che pensa più a coltivare l’interesse particolare piuttosto
che quello d’ordine generale.
Un approfondimento ci
sentiamo di proporre alla vostra attenzione,quella sulla società Vallecamonica
Servizi che potete leggere nell’allegato (allegato
n.7).
Alle valutazioni e
agli interrogativi che poniamo sarebbe interessante avere una risposta da
dirigenti e soci delle società a partecipazione pubblica.
SANITÀ
Sul Comprensorio
abbiamo voluto con grande determinazione l’Azienda Sanitaria Locale che
gestisse al meglio le problematiche ad essa affidate per evitare che la
politica decisa a livello più generale, finisse per dare maggiore attenzione ai
grossi centri urbani, piuttosto che soddisfare le legittime aspettative dei
cittadini che risiedono nelle periferie e soprattutto nelle zone di montagna,
dove già subiamo penalizzazioni di altra natura (servizi, infrastrutture, ecc).
Non c’è il tempo per
presentare oggi un’analisi compiuta sulla gestione della nostra ASL.
Sinteticamente ci
sentiamo di dire che la situazione presenta forti elementi di criticità e lo
stato dei rapporti e delle relazioni sindacali non sono dei migliori.
Evidenziamo un limite
in particolare: assistiamo ad una direzione e ad una gestione di stampo
verticistico con i poteri che sono quasi solo accentrati in una sola persona.
Chi gestisce l’ASL di Vallecamonica lo fa con un atteggiamento che denota una
certa disinvoltura, soprattutto nella gestione degli appalti, favorendo un aumento
delle consulenze esterne, non sempre giustificate e che rischiano di tagliare
fuori le professionalità che operano all’interno dell’ASL.
Proviamo ad immaginare
se chi attualmente dirige se ne andasse o fosse sostituito e quanti chiamati da
quest’ultimo a collaborare dall’esterno seguissero il suo destino: in che
situazione si verrebbe a trovare l’ASL e in che condizioni si troverebbero ad
operare chi rimane?
Abbiamo denunciato
unitariamente tale pericolo come ci sentiamo di far presente che i servizi sul
territorio lasciano a desiderare.
La gente non trovando risposta e
un’assistenza adeguata è costretta a rivolgersi al pronto soccorso che versa
anch’esso in una situazione in cui chi vi opera non è messo nella condizione di
operare nel modo migliore.
Il pronto soccorso non
è dotato di una struttura adeguata.
Chi vi opera è
continuamente assillato dall’evitare i ricoveri.
Gli impegni assunti
del passato di dotare il Pronto soccorso d’alcuni posti letto d’osservazione non
hanno mai avuto, ad oggi, un’adeguata applicazione (si veda l’allegato n.8).
Sull’Ospedale di Edolo
qualche segnale in positivo è stato dato, anche se rimane aperto il problema
della sua funzione se si vuole dargli un futuro nel medio lungo periodo.
TERZO SETTORE
Nel precedente
congresso, quattro anni fa, avevamo lanciato un messaggio alle cooperative che operano
nel nostro territorio (allegato n.9). Purtroppo
quella sollecitazione non è stata raccolta e il pericolo che vedevamo allora ha
cominciato a presentare il conto.
Cooperative di
dimensioni rilevanti sono entrate in difficoltà e altre rischiano lo stesso
destino.
Anche importanti
realtà del terzo settore potrebbero andare ad aumentare la lista delle aziende
in crisi o a rischio di chiusura.
Noi riteniamo che il
terzo settore sia una realtà sulla quale occorre porre grande attenzione e
investire sul suo sviluppo e consolidamento a livello territoriale.
Valutiamo
positivamente la dimensione e il ruolo che svolgono nell’economia del
territorio, per la risposta che hanno saputo dare al bisogno del lavoro, in
particolare agli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate. Tuttavia
non possiamo sottacere le problematicità che abbiamo sollevato. e che
riproponiamo.
Non è possibile
continuare a sostenere l’idea che chi lavora in una cooperativa lo fa in
qualità di socio e quindi in caso di crisi è chiamato ad assumere gli oneri che
possono derivare da una difficile situazione economica della cooperativa,quando
non sono stati sufficientemente resi consapevoli di certe scelte.
Da parte nostra,
pensiamo che innanzitutto un lavoratore aderisce perché ha bisogno del lavoro,
quindi principalmente il suo status è quello del lavoratore con diritti e
doveri che sono definiti nel contratto collettivo di lavoro e non siamo
d’accordo con chi ritiene il socio vincolato in prevalenza al rispetto delle
regole definite dallo statuto o regolamento della cooperativa, approvati in
assemblee dove il livello di coinvolgimento di tutti i soci non permette a
molti di esprimere con consapevolezza il parere su certe decisioni.
Per la Cgil deve
prevalere lo status di lavoratore in una cooperativa, è in questa condizione
che il lavoratore trova più facile maturare il giusto livello di partecipazione
consapevole alla vita dell’impresa sociale.
Per queste ragioni la
Cgil non avvallerà scelte in cui i lavoratori siano chiamati a rinunciare ai
loro diritti, per effetto di una pseudo adesione come soci fatta sottoscrivere
a molti all’atto dell’assunzione in virtù del bisogno del lavoro.
Chiarito questo,
diciamo fin da adesso che se si riuscirà ad aprire un serio confronto sul ruolo
della cooperazione e sul suo futuro a livello territoriale, la nostra
organizzazione non farà mancare il suo contributo.
La collaborazione tra
il mondo del lavoro e il terzo settore è una prospettiva a cui crediamo,purché
i lavoratori non siano messi a disagio quando legittimamente chiedono di poter
iscriversi al sindacato.
L’ORGANIZZAZIONE A
LIVELLO COMPRENSORIALE
Il regolamento
congressuale, come sapete, ha nuovamente riaffermato la scelta di arrivare a
superare le strutture che comprendono territori a scavalco di più province,
affidando al centro regolatore regionale la procedura d’attuazione di tale
scelta di riassetto organizzativo a livello provinciale, ricercando la migliore
funzionalità organizzativa.
È doveroso esprimere,
come abbiamo fatto nel passato e recentemente quando abbiamo tenuto l’attivo
dei delegati alla presenza dei segretari organizzativi del Nazionale e della
struttura Regionale, il nostro disappunto per il modo come a suo tempo si è
arrivati a decidere di superare le strutture a scavalco, senza neanche sentire
la struttura che era coinvolta, e soprattutto alla presenza di un giudizio
positivo sull’attività che in 25 anni il nostro comprensorio ha saputo
realizzare.
Siamo la prima
organizzazione sul territorio, abbiamo acquisito in proprietà la maggioranza
delle nostre sedi a livello comprensoriale, non abbiamo particolari problemi
d’ordine economico ed organizzativo e, nel 2005, concretizziamo il
raggiungimento dell’obbiettivo dei 20.000 iscritti.
La Cgil comprensoriale
rappresenta ormai il 15% della popolazione residente sul territorio
camuno-sebino.
Se calcoliamo anche
gli iscritti degli amici di Cisl e Uil, arriviamo a sfiorare il 30% dei
cittadini del nostro territorio.
Un livello di rappresentanza e d’insediamento
di tutto rispetto.
In 25 anni di
esperienza a livello comprensoriale, abbiamo potuto constatare che anche altri
soggetti hanno puntato a caratterizzarsi sul territorio, basta guardare alle
tre televisioni che operano a livello comprensoriale, alle associazioni
imprenditoriali che stanno rafforzando la loro presenza decentrata sul
territorio, ai giornali locali stampati per tutta la Provincia con uno spazio
di una pagina dedicata alle questioni che riguardano l’ambito territoriale del
comprensorio, alla attività dell’osservatorio per l’economia e l’occupazione
che vede la partecipazione di tutti i soggetti istituzionali delle due province
e di tutte le parti sociali.
Nonostante questo, la
nostra organizzazione a livello nazionale ha scelto il superamento del
comprensorio con il ritorno alla direzione nell’ambito dei confini delle
rispettive Province.
Da parte nostra
rispettiamo le decisioni assunte ai livelli superiori dell’organizzazione,
continueremo a lavorare per rafforzare la presenza della Cgil sul territorio e
non ci chiuderemo a riccio.
La necessità di riorganizzarsi
nel medio periodo in un altro modo dovrà salvaguardare l’esperienza fin qui
prodotta e consolidarne l’insediamento, garantendo alle zone congressuali la
dovuta autonomia finanziaria, politica e organizzativa.
Nel frattempo
continueremo a lavorare per realizzare la costituzione delle leghe
intercategoriali degli iscritti a livello comunale, con l’elezione di un
proprio responsabile e dotando ogni camera del lavoro comunale di una propria
bacheca (la bozza la trovate nei documenti allegati) che stiamo collocando nei
primi trenta Comuni del comprensorio che ad oggi ci hanno concesso
l’autorizzazione.
Nel 2006, ricorre il
centenario della Cgil, anche questi nostri sforzi, nel loro piccolo hanno
contribuito a far diventare grande l’organizzazione a livello più generale.
Noi pensiamo che il
processo di insediare la Cgil sul territorio debba trovare un suo rafforzamento
indipendentemente dal livello di direzione che verrà dato alle strutture.
In noi vi è la
preoccupazione che la dimensione provinciale può portare gradatamente a badare
più a quel che avviene al centro che non a quello che avviene nelle periferie.
Per questo chiediamo
che nel congresso regionale si debba modificare lo statuto, inserendo una norma
che per il nostro territorio preveda la possibilità di istituire le Zone
congressuali,alle quali garantire una autonomia finanziaria e politica.
Su questo si dovrà concentrare il confronto
tra le strutture interessate, coordinate dalla segreteria regionale lombarda
che garante delle decisioni che si andranno ad assumere, svolga quel ruolo che
sappia favorire un confronto costruttivo e di condivisione con le strutture di
Brescia e di Bergamo.
Accetteremo di
percorrere la strada che è stata tracciata e condivisa nella conferenza di
organizzazione a livello regionale.
L’attuazione di questi
passaggi deve vedere un rafforzamento dei rapporti tra le strutture, condizione
necessaria per creare quel clima di serenità che è funzionale e propedeutico a
gestire al meglio queste scelte, per far sì che non si disperda il patrimonio
costruito in questi 25 anni di esperienza decentrata.
L’interesse di tutta
l’organizzazione, a tutti i livelli, deve essere quello di dimostrare nei fatti
che tutti vogliamo rafforzare l’insediamento della Cgil sul territorio.
Tutta l’organizzazione
deve supportare e favorire questa transizione, per evitare che si producano
comportamenti che rischiano di delegittimare l’azione della Cgil sul territorio
e scongiurando quelle logiche che puntano all’ annessione,comportamenti questi che
finirebbero per alimentare disagi con le conseguenze che produrrebbero effetti
negativi sull’organizzazione.
Per questo chiediamo
ai compagni di Brescia e di Bergamo di favorire un proficuo confronto e un
lavoro comune tra le strutture.
Un maggiore rapporto è
utile a favorire il processo d’integrazione, per ed evitare atteggiamenti che
finiscono per ritenere una perdita di tempo la gestione del dispositivo
definito dalla conferenza di organizzazione a livello regionale.
Questa è la
preoccupazione che abbiamo, ed è suffragata dal fatto che il rapporto con i
compagni di Bergamo deve necessariamente migliorare, se si vuole gestire al
meglio la situazione.
Con Brescia va meglio,
anche se ogni tanto qualche disattenzione si presenta nella gestione dei temi di
confronto a livello provinciale.
Vedremo quale sarà
l’attenzione che incontreremo, quando si tratterà di definire la necessaria
autonomia finanziaria e politica da garantire alla zone congressuali e quale
sensibilità troveremo quando si dovrà valorizzare i quadri cresciuti
nell’esperienza del comprensorio in tutte le sue articolazioni organizzative a
livello categoriale, confederale e nelle attività dei servizi.
Entro la fine del 2008
convocheremo un’altro appuntamento congressuale, in quel momento vedremo se
avrà trovato l’attenzione auspicata e il dovuto rafforzamento dei rapporti tra
le strutture permetta di sancire con serenità la decisione definitiva dello
scioglimento del comprensorio Valcamonica-Sebino.
Abbiamo bisogno di
gestire con la massima unità di tutto il gruppo dirigente a livello
comprensoriale questa fase intermedia, per valorizzare il lavoro che abbiamo
realizzato in 25 anni di attività comprensoriale, anni di lavoro e di impegno
di tante compagne e compagni che hanno speso buona parte degli anni migliori
della loro vita per rappresentare le lavoratrici, i lavoratori e i pensionati
di questo territorio.
In questo modo la Cgil
è cresciuta e si e radicata sul territorio, dobbiamo continuare a profondere
con lo stesso impegno la nostra attività in nome dell’interesse più generale
dell’organizzazione e delle persone che hanno aderito e aderiranno alla Cgil,
che hanno riposto e ripongono in noi la loro fiducia e la loro speranza.
CONCLUSIONE E
RINGRAZIAMENTI
Vi sarebbero tanti
altri temi da trattare e da approfondire, sarà il dibattito e i contributi che
arriveranno dai vostri interventi che colmeranno le lacune della relazione.
In conclusione,
esprimiamo un caloroso ringraziamento alle compagne Alberta e Ilenia per il
lavoro che sanno esprimere ogni giorno nell’organizzazione e per quanto in
particolare hanno dovuto sopportare in queste settimane per permettere lo
svolgimento dei congressi.
Vogliamo evidenziare
l’importanza e il ruolo delle compagne e dei compagni che operano nei servizi
(Patronato, Fiscale, Ufficio Vertenze, Servizio Informatica) è grazie al loro
lavoro se molti lavoratori e cittadini maturano la convinzione di iscriversi
alla Cgil e mantengono nel tempo questo attaccamento all’organizzazione.
Un abbraccio ad Elio e
Andrea dell’Ufficio Immigrati, con il loro volontariato sono riusciti a gestire
al meglio lo sportello che ha visto la frequentazione di una moltitudine di
lavoratori immigrati, in media di 30-35 persone ogni giorno che si rivolgono
nelle nostre sedi per chiedere informazioni,avere un aiuto o un semplice
consiglio per come comportarsi sul lavoro o nel vivere quotidiano,in una
società che non sempre riesce ad esprimere un’accoglienza degna del nome per
una società civile.
Da oltre dieci anni
stiamo gestendo una rubrica settimanale sulle emittenti locali del nostro
territorio (Teleboario, Teletutto; PiùValliTV, Tele Clusone) che ci permette
ogni giorno e per ben 10 mesi su 12 all’anno, di entrare nelle case di quanti
ci seguono sempre di più, fornendo le informazioni sui temi che riguardano in
particolare il mondo del lavoro,dei pensionati e dei giovani e riscuotendo un
indice di ascolto di tutto rispetto. Questo è possibile, grazie alla
disponibilità delle emittenti locali che ringraziamo.
Il maggiore
riconoscimento va alla compagna Lilia che come conduttrice riesce con una buona
professionalità a gestire la maggiore parte del lavoro, facilitando il compito
a Davide che come operatore deve effettuare le riprese e il conseguente montaggio.
Il testimone ricevuto
molti anni fa dal compagno Renato Picciolo, che fu il primo conduttore della
trasmissione, è stato non solo raccolto dalla compagna Lilia, con
determinazione lo continua a portare avanti con grande capacità e impegno e di
questo noi tutti ne siamo fieri e gli diciamo grazie.
Sarebbero ancora tante
le persone da ricordare, prima di tutti i nostri oltre ventimila iscritti e
iscritte che volontariamente finanziano ogni mese la nostra attività, i compagni
che in questi anni sono purtroppo scomparsi, ricordiamo in particolare
Giandomenico Troletti e Giorgio Belotti, tutti i nostri attivisti volontari, I
395 delegati e delegate che abbiamo nei luoghi di lavoro e tra i pensionati, i
rappresentanti delle leghe comunali degli iscritti, i responsabili delle sedi
periferiche, i rappresentanti delle istituzioni, i sindaci del nostro
territorio, i parlamentari e consiglieri regionali e provinciali eletti
localmente, le associazioni imprenditoriali, le centrali delle cooperative, gli
amici di Cisl, Uil e delle Acli, e con tutti gli operatori pubblici, i
rappresentanti civili, religiosi.
Con tutti abbiamo
cercato di intrattenere dei buoni rapporti e insieme si sono affrontati tanti
problemi, per alcuni trovando le giuste soluzioni, in alcuni casi discutendo e
magari anche litigando un po’, ma mai è venuto meno il rispetto reciproco.
In conclusione vorrei
sottoporre alla vostra attenzione un video-messaggio realizzato dal nostro Giorgio
Buffoli: l testo è tratto da una poesia (“Ultime lettere al figlio”) del poeta
greco Nazim Hikmet, la voce è della signora Sandra Tolla, è un richiamo forte
che aiuta a riflettere su quanto c’è ancora da fare affinché la nostra società
e il mondo in cui viviamo mettano al centro il valore dell’uomo e della
persona.
«Non vivere su questa terra come un estraneo
o come un turista nella natura.
Vivi in questo mondo come nella casa di tuo
padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne, dell’animale ferito
che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore
dell’uomo».