Care delegate e delegati, signori invitati,

Un doveroso ringraziamento per la Vostra partecipazione.

 

Un congresso serve per tracciare la linea che l’organizzazione vuole darsi per affrontare al meglio i problemi che travagliano il mondo del lavoro e la società.

La macchina organizzativa del congresso e per la celebrazione del centenario della Cgil, che ricorre nel 2006, che è stata messa in campo è gigantesca e per mesi assorbirà le energie finanziarie e umane della nostra organizzazione ai vari livelli.

Le assemblee congressuali hanno permesso di coinvolgere una buona parte dei ventimila iscritti del comprensorio e dei quasi sei milioni d’iscritti a livello nazionale, e il percorso congressuale si concluderà ai primi di marzo con l’assise Nazionale a Rimini.

Un congresso che è stato gestito con spirito d’unità da parte di tutto il gruppo dirigente, il voto sulle due tesi alternative non ha prodotto tensioni, anche se si è registrato qualche caso di disagio tra i lavoratori che si sono astenuti dal votare le tesi alternative.

È un segnale che non dobbiamo sottovalutare, dobbiamo cogliere quel disagio, allo stesso tempo c’è la necessità di riflettere sui limiti dei meccanismi che utilizziamo per dirimere le differenziazioni politiche all’interno dell’organizzazione e conseguentemente capire se le modalità usate sono quelle appropriate per fare vivere il valore della democrazia.

Il dato della partecipazione ai congressi di base e al voto sulle tesi alternative, lì trovate nella documentazione che vi è stata consegnata con tutto il materiale del congresso, c’e proprio da augurarsi che adesso tutto il gruppo dirigente riesca a trovare una sintesi nel congresso nazionale.

 

I problemi che dovremo affrontare nei prossimi mesi, sono tanti e presentano problematiche talmente complesse che avranno bisogno di una Cgil coesa e unita al suo interno, questa è la precondizione per affrontare al meglio il percorso da intraprendere, per potere contare nelle scelte che si dovranno assumere in rapporto con le altre organizzazioni sindacali.

 

UN “MONDO” D’INGIUSTIZIA

In questi ultimi anni a livello internazionale abbiamo assistito ad eventi drammatici che hanno finito per coinvolgere sul piano politico e sociale anche il nostro Paese.

L’invasione dell’Irak e i numerosi conflitti che sono in atto sul nostro pianeta, il dramma di un miliardo e 200 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua, la tragedia che ha colpito le popolazioni del sud-est asiatico, il continuo ripetersi di forti disastri naturali e il recente fenomeno dell’aviaria, bastano a farci capire come sia necessario svestirsi dai panni dell’opportunismo e dell’ipocrisia, per comprendere meglio e con più coerenza le condizioni dei popoli che subiscono per cause altrui ingiustizie ed iniquità.

Tanto tempo è passato da quei drammatici eventi che hanno scosso il mondo intero, ma dagli eventi che sconvolsero ogni essere umano, sembrano nascere quegli anticorpi che mobilitano le coscienze e riempiono le piazze di tutto il mondo in nome di valori importanti come la pace, la solidarietà e chiedono con forza uno sviluppo equo e solidale a livello planetario.

Le cronache giornalistiche e televisive riescono a suscitare le reazioni e a scuotere la gente, ma nello stesso tempo, hanno la capacità di far digerire a buona parte dell’opinione pubblica ogni orrore e ingiustizia.

Dopo un primo momento di partecipazione solidale a livello collettivo dettato anche dall’emotività che il dramma suscita in ogni persona, subentra l’indifferenza e tutto ineluttabilmente finisce per essere solo un problema per chi lo sta subendo, in una indecorosa solitudine e in un colpevole silenzio da parte degli altri.

Riemerge ogni tanto qualche pensiero in occasione magari del Natale, dove tutti ci si sente un po’ più buoni, per sgravarci la coscienza appesantita dal consumismo dilagante, si pensa per alcuni istanti a quelle sofferenze e si partecipa a qualche iniziativa di solidarietà verso quanti hanno l’esistenza compromessa.

Sono pertinenti allora alcuni interrogativi:

Dove sono le famose armi del dittatore Saddam?

Che fine ha fatto l’impegno preso dai paesi sviluppati sulla cancellazione del debito ai paesi in via di sviluppo?

Perché gli accordi internazionali, come quello di Kioto sull’inquinamento dell’atmosfera non sono rispettati?

Una risposta a questi interrogativi forse c’è: siamo in presenza di una prolungata e puntuale opera di condizionamento dei nostri cervelli, una ferita prodotta da un’arma nuova e micidiale: l’informazione manipolata o meglio definita come arma di “distrazione” di massa.

 

Un’arma che penetra senza far soffrire, ma in grado di nascondere le sofferenze causate e di portarci a credere a ragioni che tali non sono.

 

Il vero problema è il divario di sviluppo che esiste tra il nord e il sud del mondo, sono gli interessi di questi squilibri che alimentano le tensioni e di conseguenza generano le guerre.

I beni sono utilizzati in maniera eccessiva da una piccola parte del mondo, rappresentato dai Paesi sviluppati che finiscono per scaricare le conseguenze di questo sviluppo distorto sul Sud del mondo.

La gran maggioranza dei paesi e delle persone cercano di raggiungere il livello di benessere materiale delle nazioni dell’Occidente, industrializzandosi a loro volta secondo il modello occidentale (l’esempio della Cina evidenzia chiaramente tale situazione).

L’indiscusso dominio di questo modello di sviluppo potrebbe provocare gravi danni al sistema ecologico, se gli attuali livelli di produzione e di consumo si affermassero dappertutto.

Per il momento non è la scarsità di risorse a creare limiti allo sviluppo economico, quanto piuttosto la limitata capacità dei sistemi ecologici di ricevere inquinanti e rifiuti d’ogni tipo.

La minaccia costituita dall’effetto serra e da altri problemi ecologici non lascia dubbio sul fatto che l’economia, se non cambia strada, si troverà in rotta di collisione con la conservazione e la tutela dell’ambiente naturale.

È per l’irresponsabilità di alcuni potenti del mondo che l’inquinamento continua a crescere, al punto da generare fenomeni naturali disastrosi che negli ultimi tempi stanno colpendo buona parte del nostro pianeta.

Il potere sembra essere cieco e sordo, ma non ci si deve rassegnare.

 Occorre organizzare delle iniziative che permettono di sensibilizzare l’opinione pubblica, per far crescere il consenso attorno alla cultura dello sviluppo sostenibile.

Ambiente e sviluppo sono le due facce della stessa medaglia.

Questo concetto fondamentale nasce dal riconoscimento che i problemi di politica ambientale non possono essere affrontati separatamente dallo sviluppo economico e sociale.

Il tempo stringe. Bisogna rendersi conto che se si continua di questo passo la situazione farà crescere l’inquinamento a livelli incontrollabili e lo squilibrio dello sviluppo tra il nord e il sud del mondo finirà per alimentare tensioni e violenze in ogni angolo della terra.

Ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa, un comportamento individuale se diventa di massa è in grado di condizionare la politica economica e sociale d’ogni paese.

Questa prospettiva, deve tenere viva la speranza per un mondo migliore, in cui sia possibile fare incontrare le ragioni di quelli che soffrono con quelli che possono.


RIPROGETTARE IL PAESE

Il messaggio che la nostra organizzazione ha scelto per questo Congresso è quello di costruire una proposta politica in grado di riprogettare il Paese, per farlo tornare a crescere, ad essere competitivo, per rimettere al centro il lavoro, i saperi, i diritti, la libertà.

La Cgil non da oggi pone con forza il problema dello sviluppo, dell’occupazione, della qualità del prodotto, della formazione, della ricerca, fattori che sono determinanti per dare una competitività al nostro Paese.

Tre anni ci hanno tenuto in ballo con l’art.18, hanno mobilitato schiere d’intellettuali e di giornalisti, spot televisivi, assemblee confindustriali, un simile schieramento di forze per evidenziare una prospettiva in cui la competizione si poteva reggere solo comprimendo i costi.

Tra i costi da ridurre, qualcuno (Governo e Confindustria) ha pensato bene di includere anche i diritti dei lavoratori.

Hanno provato di tutto, hanno investito sulla divisione del sindacato, hanno costruito la strada degli accordi separati.

Sono arrivati al punto, certi mascalzoni, di collegare la legittima, trasparente, democratica battaglia per la difesa dell’art.18, condotta in primo luogo dalla Cgil e dal suo ex segretario Sergio Cofferati, con l’assassinio del professor Marco Biagi, ucciso barbaramente dalle Brigate Rosse.

La nostra organizzazione a risposto con le manifestazioni, con gli scioperi, persino con quei semplici ragionamenti che con chiarezza hanno evidenziato come l’art.18 non era poi quel macigno che frenava lo sviluppo.

Giusto quattro anni fa, eravamo a novembre del 2001 , quando si tagliava il nastro dell’epica lotta contro l’art.18.

Secondo la triade Maroni-D’Amato-Berlusconi e nell’ombra Sacconi, sarebbe bastato togliere questo laccio per aprire le porte al “miracolo italiano”, tutte le piccole aziende sarebbero cresciute per la ragione che non avrebbero più temuto di superare la soglia dei quindici dipendenti.

Si arrivò a firmare un “patto separato per l’Italia”, un oggetto che si è dimostrato per quello che era in realtà, un modo per dividere e indebolire il movimento dei lavoratori nel suo complesso, un oggetto talmente misterioso di cui nessuno si ricorda e sa più dire.

Una storia che dice concretamente del tempo sprecato, di un conflitto che ha consumato energie e tempo che sarebbe stato meglio utilizzare per mettere in piedi una proposta di politica industriale che scongiurasse la crisi.

Il declino inesorabilmente è avanzato, portando la crisi in interi settori del nostro apparato produttivo e manifatturiero.

 

UNA VERA POLITICA INDUSTRIALE

Non c’è stata solo la lotta per difendere l’art.18, ci sono state le nostre proposte per contrastare il declino industriale, per rifinanziare e ridisegnare l’intervento sugli ammortizzatori sociali, per puntare ad un reale intervento sulla formazione, sulla ricerca e sull’innovazione.

Su queste problematiche si è sollecitato una collaborazione tra l’attore pubblico con il privato.

L’obiettivo è quello di creare un intervento di tipo redistributivo, i finanziamenti a disposizione non devono essere distribuiti a pioggia alle singole imprese o in gran parte solo alle grandi imprese, ma devono essere finalizzati a concreti interventi in cui i diversi soggetti (pubblici e privati)siano chiamati a realizzare i progetti che possano creare sviluppo e occupazione.

Da qui la necessità di far maturare una forte convinzione e il dovuto coinvolgimento delle imprese affinché riescano a considerare in assoluta priorità la ricerca e l’innovazione, occorre unire le energie e fare sistema, i mezzi a disposizione sono già pochi e a far da soli non si va da nessuna parte.

Per questo la Cgil sente la necessità di lanciare la proposta per “riprogettare il Paese”, una proposta forte e autonoma del sindacato confederale, che avanziamo nell’interesse di quanti rappresentiamo, anche con l’ambizione di parlare ai nostri amici di Cisl e Uil e delle altre forze sociali, alle istituzioni, alla politica, a chi ci governa ora e a chi ci governerà dopo la primavera del 2006.

Il nostro è un paese oggi più disgregato, diviso, insicuro, un paese dove è stato intaccato il profilo della qualità della vita democratica e dell’etica politica.

Un Paese dove sono cresciute le illegalità, dove è venuta meno la cultura delle regole e dove si sono compromessi i delicati equilibri tra i poteri che regolano la nostra Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

Tutto questo è frutto delle politiche del centrodestra, un modello che ha distrutto la coesione sociale che aveva permesso di traguardare a suo tempo importanti risultati si è sconfitto l’inflazione, invertito la tendenza dell’aumento del debito pubblico e permesso l’entrata in Europa).

Il modello disegnato dal governo Berlusconi ha voluto una società caratterizzata dalla supremazia del capitale e della centralità assoluta dell’impresa, “liberi” di potere agire senza vincoli di costi e diritti per i lavoratori.

Se guardiamo con attenzione a com’era la situazione del paese quattro anni fa in rapporto alla situazione attuale, si vedono con chiarezza le responsabilità del governo di Centro Destra.

Questo governo ha legiferato con troppa disinvoltura, fino al punto di varare delle leggi che hanno garantito gli interessi di chi a deciso di scendere in politica non per servire il paese ma per mettersi al sicuro dai guai giudiziari e per tutelare i suoi interessi particolari.

Basta guardare al palese conflitto d’interessi in cui più volte si è venuto a trovare il Presidente del Consiglio, l’ultimo esempio lo abbiamo potuto constatare sul provvedimento legato alla Previdenza complementare.

La situazione dei conti pubblici è peggiorata, la qualità dello stato sociale ridotta a mercato delle prestazioni sanitarie e socio assistenziali.

 Non hanno istituito il fondo per la non autosufficienza, non accogliendo la proposta del sindacato pensionati che aveva proposto di utilizzare le risorse del fiscal drag per destinarle a tale scopo, e dove pur di istituire tale fondo si era disponibili anche a ridiscutere il sistema delle indennità di accompagnamento.

 

RISTABILIRE LA COESIONE SOCIALE E LA POLITICA DEI REDDITI

In buona sostanza questo Governo, il confronto con il sindacato l’ha considerato una perdita di tempo e portatore di ritardi e causa d’impacci competitivi.

In questi anni si è colpevolmente voluto annullare la pratica della concertazione, sostituendola con il dialogo sociale (più di valore mediatico), che si è tradotto in una semplice informativa e presa d’atto di quanto il Governo aveva già deciso.

Non parliamo poi della finanziaria per il 2006,contro la quale ci siamo unitariamente mobilitati con lo sciopero generale del 25 novembre 2005.

Nella finanziaria sono previsti ulteriori e ingenti tagli agli Enti Locali che saranno obbligati a tagliare i servizi o ad aumentare le tasse o la compartecipazione dei cittadini.

Eravamo un Paese che grazie al lavoro e alla capacità di fare risparmio nelle famiglie si era nonostante tutto garantito la possibilità di spendere e consumare, nello stesso tempo si sono promosse politiche di sviluppo e di contenimento del debito pubblico.

Quella cultura della coesione sociale, della solidarietà, della partecipazione, dell’etica politica, dell’interesse generale, è stata distrutta.

Al posto di un riconoscimento delle ragioni del lavoro, di una sua libera rappresentanza e di una contrattazione nei luoghi di lavoro e a livello territoriale, si è investito per ridimensionare il ruolo del sindacato, dividendolo e gradatamente portandolo ad una funzione di servizio, con l’obbiettivo di ridimensionarne il suo ruolo e facendogli temporaneamente svolgere un’attività preminente negli enti bilaterali nei quali qualcuno pensa di poter gestire il anche il collocamento e la certificazione dei rapporti di lavoro.

Questo, secondo noi, rischia di snaturare il ruolo del sindacato e può portare ad una sua uscita progressiva dai luoghi di lavoro, con la conseguente svalutazione del sua funzione di agente di contrattazione collettiva, per favorire gli spazi di un’ipotetica contrattazione individuale tra lavoratore e datore di lavoro che non ha niente a che vedere con “una libera pattuizione” e che tutti capiscono che è fittiziamente paritaria.

 

CENTRALITÀ DEL LAVORO

Come Cgil abbiamo una proposta globalmente alternativa a questa filosofia liberista. Noi sentiamo oggi più che mai la necessità che nel paese e nella società il lavoro ritorni ad avere una sua centralità, un valore sociale del lavoro che sa dare le dovute risposte sia ai vecchi sia ai nuovi lavori, garantendo un’equa retribuzione e un giusto corredo di diritti universali.

Una società che vuole progredire deve riconoscere la fatica e l’impegno delle persone, deve giustamente sapere mettere in correlazione diretta lo sforzo di chi è chiamato a produrre con quanti mettono a disposizione il denaro per creare posti di lavoro. Questo è il modello di società che può far ritornare a crescere e a sviluppare il paese. Quando la dignità e i diritti sono rispettati, i lavoratori sono naturalmente portati a partecipare attivamente agli obbiettivi dell’impresa, in quanto l’azienda in cui lavorano non è ritenuta un posto di sfruttamento ma bensì un bene sociale da difendere e da sviluppare.

 

L’illusione del miracolo italiano propagandato da Berlusconi si è dimostrato per quel che in realtà era: solo propaganda politica.

 

L’insicurezza è crescente in vasti strati della popolazione, l’impoverimento sociale è in aumento e acquista sempre più la caratteristica di una vera e propria spoliazione dei diritti delle persone.

Per questo occorre meno precarietà sul lavoro e più sicurezza nella vita delle persone e in ogni famiglia.

Questa situazione sta producendo ansia, stress sui cittadini, creando danni all’economia del paese, basti pensare alle conseguenze che si sono determinate sui consumi e sull’utilizzo del risparmio finalizzato alla costruzione della prima casa.

Vale la pena di cominciare anche a considerare un danno che al momento è di difficile quantificazione ma che nel medio e lungo periodo presenterà il conto.

Come si fa a non comprendere che uno stato di continua precarietà, alla lunga potrà causare danni alla salute e alla psiche delle persone?

Proviamo ad immaginare un giovane che deve formare famiglia, in quale stato d’animo affronta quelle scelte se non ha un lavoro stabile ed un’adeguata protezione sociale?

Proviamo a metterci nei panni di un padre di famiglia che perde il lavoro ed ha un’età avanzata, come vivrà quei momenti, sapendo che il mercato del lavoro non consente una politica attiva in grado di prevedere un conseguente reinserimento lavorativo?

Questi interrogativi bastano a farci comprendere la necessità di una giusta flessibilità gestita e contrattata tra le parti piuttosto che una precarietà che produce le conseguenze e i danni che già si toccano con mano.

Per la Cgil serve ricostruire un modello di sviluppo della società che deve garantire un nuovo stato sociale efficiente e di qualità, riaffermando l’universalità ed esigibilità dei diritti sociali: il Lavoro, l’Istruzione, la Scuola, la Salute, la Previdenza e l’Assistenza.

 

La situazione economica e sociale è già di per sé difficile, e di tutto abbiamo bisogno, meno che di aprire forti conflitti.

Abbiamo bisogno di recuperare la coesione sociale, unire gli sforzi, guardare all’interesse generale del paese.

 

In quest’ultimo decennio il sindacato e i lavoratori hanno creduto e sostenuto questa prospettiva, hanno sopportato pesanti sacrifici pur di fare diminuire l’inflazione e il debito pubblico, riuscendo a traguardare l’entrata in Europa.

Il movimento dei lavoratori responsabilmente si è assunto gli oneri per favorire l’interesse generale del Paese, grazie a queste nostre disponibilità date a quei tempi, si realizzarono profitti per le imprese che al posto di investirli in innovazione, in ricerca, finalizzati a sviluppare l’occupazione, li hanno invece dissipati nelle rendite speculative e finanziarie.

Mentre il sindacato unitariamente rispettava i patti, altri pensavano a sviluppare le politiche di potere alle imprese, pensando che la diminuzione dei diritti e la “libertà” di licenziare le persone, potesse creare le condizioni ideali per muovere il motore della competizione sul mercato globale.

Sono arrivati al punto di investire sulla divisione del sindacato, lo hanno indebolito, hanno alimentato e generato le condizioni che hanno portato agli accordi separati, si è rotta la coesione sociale che a fatica si era riusciti a costruire nel nostro Paese.

La politica economica e sociale di questo Governo ha dimostrato tutti i suoi limiti.

L’assoluta mancanza di una seria programmazione degli interventi è stata purtroppo segnata da azioni politiche che hanno finito per alimentare tensione e conflitti.

Al crescere delle evidenti difficoltà si è cercato di volta in volta di inventare capri espiatori a cui affibbiare le responsabilità del malessere e del disagio che serpeggia tra i cittadini del nostro Paese.

Quando non si è in grado di controllare i prezzi e le tariffe, s’incolpa l’Euro, quando non si ha la capacità di promuovere una seria politica industriale che sappia fare innovazione e ricerca, la colpa è data alle regole imposte dall’Unione Europea.

Quando le aziende rischiano la chiusura e licenziano, si inventano dei capri espiatori: nel passato erano i lavoratori del meridione, poi sono arrivati gli extracomunitari, adesso è l’invasore cinese e già si paventa il pericolo dell’allargamento dell’Unione Europea alla Turchia.

In buona sostanza, piuttosto che cercare di affrontare seriamente il problema della globalizzazione si finisce per alimentare gli istinti peggiori e al posto di parlare alla testa della gente si finisce per parlare alla pancia delle persone.

 

AUTONOMIA E UNITÀ

Nel Paese si respira la sensazione che sarà il centrosinistra a vincere la prossima competizione elettorale.

Da un lato auspichiamo che questo avvenga, giacché il giudizio che la Cgil da dell’attività di questo Governo è nettamente negativo.

Dall’altro vi è la necessità di sapere quali sono le scelte che s’intendono assumere nel breve periodo da parte del centrosinistra e quali saranno le linee programmatiche che s’intendono assumere nel programma di un futuro Governo.

L’autonomia del sindacato si dimostra nei fatti,dovremo guardare con molta attenzione al merito delle scelte e indipendentemente dall’ orientamento politico che avrà il futuro Governo

 

Non possiamo accettare che, vista la pesante situazione ereditata, siano ancora una volta chiamati i lavoratori e i pensionati a sopportare la politica dei due tempi: prima i sacrifici e poi a chissà quando le riforme.

I segnali devono essere dati al più presto in modo chiaro e senza tentennamenti.

 

Schematicamente indichiamo alcune priorità: colpire l’evasione, tassare le grosse rendite finanziare e immobiliari, togliere le norme odiose della legge 30 sul mercato del lavoro, riformare gli ammortizzatori sociali, elaborare e finanziare una seria politica industriale, dare una risposta ai lavoratori e ai pensionati in termini salariali e contemporaneamente, mettere in campo un serio controllo sull’aumento dei prezzi e delle tariffe, per alleviare il crescente malessere tra la gente e imprimere una ripresa dei consumi.

 

Il 25 novembre scorso abbiamo effettuato lo sciopero generale contro la Finanziaria del governo, l’adesione è stata grande, ma era palpabile tra i lavoratori la consapevolezza che la situazione è difficile, come è presente la preoccupazione delle conseguenze delle divisioni che hanno colpito anche il sindacato nel recente passato, e il realismo porta a far comprendere che non sarà così semplice rimettere in moto una macchina che negli ultimi anni è stata ferma e la “ruggine” ha intaccato gli ingranaggi che muove il motore delle iniziative unitarie.

Quello che è emerso con chiarezza dalla gente, è il crescente malessere, l’insicurezza, l’ansia e la preoccupazione per il futuro dei propri figli, ma anche la necessità che per modificare certi orientamenti governativi, oggi più che mai, serve recuperare il valore dell’unità d’azione di tutti i lavoratori, dei pensionati e delle loro organizzazioni sindacali.

È in questi momenti difficili che occorre dimostrare e non solo predicare il valore dell’autonomia.

Un vero sindacato autonomo e libero non deve mai ricercare la legittimazione accettando o subendo certi condizionamenti esterni al movimento dei lavoratori, ma la sua forza sta nell’applicare sempre il valore della democrazia nel rapporto con la globalità dei lavoratori.

Non ci si può trincerare dietro il mandato dei propri iscritti e bloccare la macchina del confronto unitario.

Tutti sanno che la divisione tra le organizzazioni indebolisce oggettivamente il movimento dei lavoratori. Non parliamo poi dei danni che hanno prodotto certi accordi separati.

Per questo la Cgil risollecita con forza la necessità di recuperare un’azione unitaria, che per vivere e durare, a nostro modo di vedere, ha bisogno di regole esigibili, non esposte alla volontà dei gruppi dirigenti di questa o quell’altra organizzazione ma al confronto che coinvolga tutti i lavoratori e insieme con loro si assumono le scelte che si ritengono più opportune.

La Cgil è sempre stato convinta che occorre una legge sulla rappresentanza,servono regole precise ed esigibili,alcune delle quali,tra l’altro sono già in vigore anche per il pubblico impiego e non capiamo come mai non possano valere anche per i lavoratori dipendenti del privato.

 

IL TERRITORIO, LE COMUNITÀ MONTANE, L’OSSERVATORIO

Il documento unitario che trovate allegato alla relazione (allegato n.1), rappresenta la sintesi d’alcune priorità che il sindacato ha aggiornato e consegnato in Regione a Brescia il 17 d’ottobre in occasione dell’audizione degli stati generali per lo sviluppo dell’economia Bresciana.

Trovate anche allegato il documento che evidenzia la problematica della depurazione delle acque (allegato n.2), i gravi ritardi dell’esecuzione delle opere e la necessità impellente che tali lavori debbano essere realizzati, se non si vuole colpevolmente lasciare che l’inquinamento delle acque e del lago si aggravino.

La Cgil comprensoriale, all’inizio di quest’anno ha organizzato a Breno un convegno per denunciare tale situazione e per sollecitare gli organi competenti ad assumersi le dovute responsabilità.

Chiediamo ancora una volta che quei progetti che in buona parte erano già finanziati, al più presto i lavori siano completati.

Ci sarebbe la necessità di approfondire il documento di piattaforma unitaria per capire meglio le ragioni o le cause dei problemi che da tempo attanagliano il nostro territorio.

Il tempo non consente di compiere un approfondimento completo, sarà il dibattito che potrà sviscerare meglio i problemi per cercare di capire le cause della situazione e vedere come mettere in campo le iniziative più adeguate. Da parte nostra riaffermiamo l’importanza del ruolo dell’Osservatorio Permanente per l’economia e l’occupazione e ne sollecitiamo una maggiore attività.

Serve recuperare un’efficacia del suo funzionamento, attraverso una maggiore operatività dell’ufficio di presidenza che non può essere convocato solo per affrontare le emergenze, ma deve cercare di prevenire le situazioni di difficoltà e tempestivamente sollecitare gli organi preposti affinché si ricerchino le terapie e gli interventi necessari ad affrontare le situazioni che si pongono a livello territoriale.

 

Il rilancio dell’attività dell’Osservatorio,ha bisogno di una cabina di regia che funzioni meglio, dall’altra anche le forze sociali, in particolare quelle imprenditoriali partecipino più attivamente.

Occorre mettere in atto uno sforzo per presentarsi alle riunioni dell’Osservatorio, con una sintesi già operata all’interno delle diverse rappresentanze che sono presenti nell’organismo in questione, questo già di per sé faciliterebbe il lavoro a chi deve trarre la sintesi e darebbe maggiore efficacia alle scelte che si devono assumere.

Ultimamente nell’osservatorio ci pare essere venuta meno la partecipazione delle Comunità montane del Sebino Bresciano e Bergamasco.

Si tratta di recuperare questo limite, ci auguriamo che le assenze non nascondano un problema ancora più serio di quello che potrebbe essere la semplice assenza, non vorremmo che l’articolazione politica che si è prodotta nelle realtà amministrative e Istituzionali a livello di schieramento politico, abbia fatto venir meno la volontà del confronto sui problemi del comprensorio.

 

La sensazione che abbiamo è che ogni realtà Istituzionale vada un po’ per la sua strada, preferendo un rapporto diretto con le Istituzioni a livello superiore e piuttosto che lavorare per far lo sviluppo comprensoriale, ogni realtà amministrativa ed Istituzionale pensi più al proprio campanile, rischiando di indebolire ulteriormente le ragioni del territorio e accentuando in questo modo la marginalità della realtà camuno-sebina.

Non scopriamo l’acqua calda, quando sosteniamo che per ottenere ascolto dai centri di potere, serve la capacità di elevare l’elaborazione politica e di individuare le priorità per le quali unitariamente tutto il territorio è disponibile a spendersi.

Questa è la strada da percorrere, nel passato, quando la sintesi unitaria si è stati in grado di farla emergere, ha permesso di ottenere le dovute attenzioni ai livelli superiori e avere anche i conseguenti risultati (Viabilità-Sanità-ecc).

 

La vicenda che ha visto questo Governo mettere in atto il tentativo di abolire il ruolo delle Comunità Montane, ha trovato una decisa e unanime risposta da parte di tutti i Presidenti delle Istituzioni Territoriali e dai sindaci, il tentativo è stato respinto, dimostrando che quando c’è unità e determinazione, i risultati si portano a casa. Tuttavia, questo risultato di per sé positivo, non deve sottacere i problemi.

Non è accettabile che si continui a spendere soldi da parte delle Comunità Montane per dotarsi di un Piano Socio-Economico ed Occupazionale del territorio, quando poi, nella realtà, ogni comune va per la propria strada. Servirebbe trasferire maggiori funzioni, competenze e deleghe.

Il trasferimento di poteri dovrebbe essere accompagnato anche dal coinvolgimento democratico per avere un riconoscimento diretto dai cittadini su chi è chiamato a dirigere le Istituzioni locali.

La nuova legge Regionale sulle Comunità Montane non ha permesso di ridefinire dei nuovi e auspicabili azzonamenti e nemmeno si è riusciti a prevedere il trasferimento di deleghe e competenze, in quanto si è dovuto contrastare il tentativo della Regione, e di recente di questo Governo che volevano lo scioglimento delle Comunità Montane.

Il pericolo è stato scongiurato. Ma il problema del ruolo delle Comunità Montane e della necessità di far crescere una visione integrata dello sviluppo montano per evitare la logica del ripiegamento localistico, è un problema tuttora aperto.

Il realismo politico ci porta a capire, che un’ipotesi radicale di successive trasformazioni, quand’anche ritenute auspicabili, richiederanno convergenze e tempi d’attuazione che non sono da considerare realizzabili nel breve periodo.

Ciò non deve tuttavia portare ad accantonare il problema, anzi, al più presto, occorrerà ripresentarne la necessità per evitare che si rafforzi una gestione politica e amministrativa tipicamente urbano-centrica, che difficilmente è in grado di cogliere tempestivamente i problemi e di gestire al meglio le situazioni che si pongono a livello territoriale.

 

LA SITUAZIONE OCCUPAZIONALE

Negli anni 80 la Valle subì la deindustrializzazione che colpì il settore siderurgico e che fu seguita dalla chiusura delle aziende industriali del settore delle confezioni e abbigliamento.

Dopo qualche anno assistemmo alla chiusura di centinaia di piccoli laboratori artigiani delle confezioni che colpi mortalmente l’occupazione femminile occupata in queste attività.

In quegli anni il sindacato unitariamente lanciò in anticipo l’allarme e propose la costituzione dei Consorzi tra i confezionisti, per unire le forze e fare sistema cercando di sottrarsi gradatamente dalle grosse agenzie commerciali che davano il lavoro in conto terzi a prezzi bassi.

Indicammo l’obbiettivo di costruire un marchio di prodotto in proprio, che avrebbe consentito una redditività maggiore per l’artigiano tale da permettere il rispetto dei contratti di lavoro alle lavoratrici e di mantenere sul territorio una parte di realtà produttive.

Non fummo ascoltati, anzi si preferì attaccare il sindacato,criminalizzando la nostra azione, al punto di accusarci di volere la chiusura delle aziende.

La miopia di quel pensiero padronale si è poi dimostrata con tutta la sua evidenza.

La globalizzazione del mercato ha fatto capire quanto il sindacato da tempo andava sostenendo,non era la riduzione del costo del lavoro, del salario e dei diritti delle persone che potevano nel medio lungo periodo dare ossigeno e futuro a quelle realtà produttive.

Oggi stiamo vivendo un'altra crisi che può portare a far scomparire il settore Tessile dal nostro territorio e a livello nazionale.

Nel nostro comprensorio vi è la presenza dei più grossi gruppi a livello nazionale (Franzoni, Nk, Olcese, Legnano) e la crisi mette a rischio oltre 800 posti di lavoro.

Sentiamo sempre più affermare che ormai occorre rassegnarsi a questo destino.

È il pensiero che anima le stesse cassandre che dicevano anche negli anni 80 che il settore era maturo e che doveva scomparire.

Da parte nostra sosteniamo invece che si può fare qualcosa per cercare almeno di salvare il salvabile.

Occorre avere la stessa lungimiranza e spirito d’impresa che negli anni 80 portò gli imprenditori a fare grossi investimenti in innovazione tecnologica.

Tali investimenti furono accompagnati da accordi con il sindacato sull’utilizzo degli impianti su 7 giorni la settimana per abbattere i costi aumentando la produzione e concedendo una riduzione d’orario di lavoro a parità di salario per mantenere l’occupazione che la tecnologia dei nuovi investimenti portava in esubero.

Gli investimenti furono cospicui, arrivarono fino a due miliardi delle vecchie lire per ogni posto di lavoro, il settore si trasformò e si qualificò al punto da diventare competitivo e a primeggiare sul mercato Europeo e Mondiale.

Oggi serve una ritrovata volontà imprenditoriale che crede all’obbiettivo di investire in innovazione di prodotto e di processo,ricercando le nicchie di mercato ad alto valore aggiunto in grado di dare una maggiore redditività.

È fin troppo evidente che questo processo ha bisogno di un sostegno da parte del Governo, serve incoraggiare gli investimenti sull’innovazione e sulla ricerca, serve quella politica industriale che da tempo rivendichiamo e di cui purtroppo non vediamo ancora segnali concreti.

Siamo consapevoli che tutto non potrà essere salvato, per questo abbiamo nell’osservatorio elaborato una strategia che possa analizzare la domanda di lavoro che emerge sul territorio Bresciano e Bergamasco, per mettere in campo un processo formativo finalizzato all’inserimento dei lavoratori espulsi dalle aziende in crisi in altre realtà facilitando l’incontro tra la domanda e l’offerta.

Questo è il percorso deciso all’interno dell’Osservatorio e sostenuto anche dall’Onorevole Davide Caparini,il quale interessando in particolare il Ministero del Lavoro, Italia Lavoro, Sviluppo Italia, insieme alle Istituzioni locali e alla Secas si è riusciti ad avere un finanziamento di oltre tre milioni di Euro attraverso una intesa Istituzionale che trovate in allegato (allegato n.3) assieme alla nostra nota integrativa unitaria (allegato n.4) che abbiamo redatto dopo aver letto il contenuto dell’intesa in questione.

Il sindacato disse subito che per com’era formulata quell’Intesa, rischiava d’essere inadeguata ad affrontare il problema che stava scoppiando nel settore tessile a livello territoriale.

Oggi sono centinaia i lavoratori che si trovano collocati in Cassa Integrazione Straordinaria e tra qualche mese cominceranno le procedure di licenziamento.

Quell’intesa,per come è formulata è difficile pensare di costruire una seria ed efficace politica attiva del lavoro, giacché è negata ogni forma d’integrazione sotto forma d’indennità spese o di borsa lavoro, per i lavoratori che accettano il percorso formativo e lo stage in aziende disposte a confermare in seguito il lavoratore a tempo indeterminato.

I firmatari dell’intesa Istituzionale si sono trovati in Regione e si sono divisi i compiti, si è anche consentito di riconoscere una forma d’indennità spese di 1.000 Euro per ogni partecipante al percorso formativo e d’inserimento e questo è un buon passo in avanti.

Resta tuttavia aperto il problema dell’incompatibilità per i percettori d’ammortizzatori sociali di avere erogata un’altra integrazione sotto forma d’indennità spese, per facilitare una politica attiva, finalizzata alla rioccupazione di una parte dei lavoratori che sono a rischio di espulsione.

Su questo l’Onorevole Caparini, accogliendo le proposte del sindacato, si è assunto l’impegno di proporre una modifica nel maxiemendamento alla finanziaria (allegato n.5), che aveva l’obiettivo di rendere compatibile il godimento dell’ammortizzatore sociale con la prestazione lavorativa.

Questo intervento consentirebbe ai lavoratori difficilmente collocabili per la loro età media alta, di mettersi a disposizione dell’azienda che li accoglie durante il periodo di godimento dell’ammortizzatore sociale e di continuare a lavorare per il restante periodo fino al raggiungimento della pensione.

Se resa possibile tale possibilità contribuirebbe, tra l’altro, a frenare il continuo dilagare del lavoro nero e irregolare. Il progetto è sperimentale, tutti dobbiamo cimentarci per tentare di dare una risposta al problema che nel giro di pochi mesi si farà sentire ancora con maggiore acutezza.

 

VIABILITÀ E FERROVIA

Sul problema della Viabilità non serve spendere tante parole, questa era e resta la telenovela di un’opera incompiuta.

Il sindacato si è fortemente impegnato per il completamento dei lotti sulle Ss 42 e 510 (Nella documentazione che vi è stata consegnata, troverete un DVD e un CD che fa un po’ la storia sulla viabilità camuno-sebina dal 1994 al 2004).

Dopo l’ultima inaugurazione pochi mesi fa del tratto Breno-Nadro, le preoccupazioni si concentrano sul tratto Capodiponte-Berzo Demo-Malonno.

Il Drammatico infortunio accaduto sul “viadotto della Vergogna”, ha messo in evidenza le gravi irregolarità dell’impresa che a suo tempo aveva eseguito i lavori e che il sindacato denunciò agli organi competenti,tale denuncia portò alla rescissione del contratto.

In seguito si aprì la procedura per aggiudicare il un grande appalto che comprende i lotti da completare, compresa la parte che era stata stralciata dal 4° lotto e precisamente il tratto di Nadro di Ceto dove sono stati rinvenute le incisioni rupestri.

Questo riappalto da Capodiponte a Malonno prevede un onere economico che si avvicinerà e forse anche supererà i 230-250 milioni d’Euro.

Le problematiche su quel tratto della Ss 42 sono diverse e non di poco conto:

* Oltre 5 km di galleria da eseguire

* Rifacimento di buona parte dei lavori in galleria eseguiti a suo tempo in difformità al progetto.

* Adeguamento della caratteristica costruttiva della galleria alle norme di sicurezza dopo la tragedia del Monte Bianco

* Problema dello smaltimento dello smarino

* Viadotto sotto sequestro della magistratura dopo l’infortunio mortale

* I tagli della finanziaria nei confronti dell’Anas fanno sorgere il dubbio se le risorse che erano previste per il completamento di questi lotti sono ancora disponibili.

·                        Lo svincolo in galleria a Demo è pericoloso per come è stato progettato e in parte realizzato.

·                         Visto che si deve mettere mano alla progettazione esecutiva, si potrebbe pensare ad una diversa soluzione e contemporaneamente far proseguire il tratto di superstrada con il lotto 6 bis fino a Malonno.

Questi problemi ci fanno affermare che avremo bisogno di tanta fortuna e serviranno meno polemiche e più unità di tutte le forze politiche se si vorrà completare quei lotti per evitare che restino ancora per molto tempo il monumento della vergogna.

 

Sulla ferrovia segnaliamo il gran convegno organizzato dalla Comunità Montana di Vallecamonica e tenutosi in questa sala il 30 maggio e 1 giugno del 2002 alla presenza del Ministro Lunardi.

È stato un importante momento di condivisione per rilanciare un’infrastruttura importante di mobilità qual’è la ferrovia.

Purtroppo non sono seguite, fino ad oggi, le scelte concrete in grado di confermare questa prospettiva. L’unico risultato, anche se non marginale, è quello di avere zittito certe cassandre che puntavano alla chiusura della ferrovia per privilegiare la realizzazione del collegamento con la Valtrompia.

La Cgil ha sempre sostenuto che il completamento delle opere avviate sulle Ss. 42 e 510 era una priorità, ma che la soluzione in prospettiva per la mobilità passa attraverso il rilancio della ferrovia.

Anche se datato nel tempo, v’invitiamo a leggere il documento che unitariamente elaborammo (allegato n.6) per capire quanto resta ancora da fare per dare una funzione strategica alla nostra strada ferrata.

 

LE SOCIETÀ A PARTECIPAZIONE PUBBLICA

La CGIL sollecita un approfondimento sulla situazione delle società a partecipazione pubblica, per capire meglio la situazione economica dei bilanci.

Serve un’analisi seria per capire se le operazioni su cui si sono investite nel corso degli anni non poche risorse, hanno raggiunto gli scopi per i quali le stesse società erano state costituite.

Non vogliamo generalizzare un giudizio negativo, ci sentiamo di dire che su alcune situazioni critiche occorre avere la capacità e il senso di responsabilità di dire che così non si può andare avanti, non si può continuare a ripianare i bilanci di certe società senza neanche porsi il problema di un conseguente piano di rilancio e di rientro dalle criticità che hanno prodotto tale situazione.

È doveroso bandire quelle forme di gestione amministrativa che badano più all’obbiettivo di rafforzare gli interessi di qualcuno piuttosto che al futuro dell’attività della società pubblica.

Da parte nostra ci limitiamo a far osservare e a denunciare un’esigenza, ci auguriamo che chi di dovere saprà raccogliere la sollecitazione e saprà ricondurre l’intervento pubblico agli interessi di tutta la comunità, senza accettare o subire che quelle operazioni siano funzionali ad una “occupazione del potere” da parte del politico di turno che pensa più a coltivare l’interesse particolare piuttosto che quello d’ordine generale.

Un approfondimento ci sentiamo di proporre alla vostra attenzione,quella sulla società Vallecamonica Servizi che potete leggere nell’allegato (allegato n.7).

Alle valutazioni e agli interrogativi che poniamo sarebbe interessante avere una risposta da dirigenti e soci delle società a partecipazione pubblica.

 

SANITÀ

Sul Comprensorio abbiamo voluto con grande determinazione l’Azienda Sanitaria Locale che gestisse al meglio le problematiche ad essa affidate per evitare che la politica decisa a livello più generale, finisse per dare maggiore attenzione ai grossi centri urbani, piuttosto che soddisfare le legittime aspettative dei cittadini che risiedono nelle periferie e soprattutto nelle zone di montagna, dove già subiamo penalizzazioni di altra natura (servizi, infrastrutture, ecc).

Non c’è il tempo per presentare oggi un’analisi compiuta sulla gestione della nostra ASL.

Sinteticamente ci sentiamo di dire che la situazione presenta forti elementi di criticità e lo stato dei rapporti e delle relazioni sindacali non sono dei migliori.

Evidenziamo un limite in particolare: assistiamo ad una direzione e ad una gestione di stampo verticistico con i poteri che sono quasi solo accentrati in una sola persona. Chi gestisce l’ASL di Vallecamonica lo fa con un atteggiamento che denota una certa disinvoltura, soprattutto nella gestione degli appalti, favorendo un aumento delle consulenze esterne, non sempre giustificate e che rischiano di tagliare fuori le professionalità che operano all’interno dell’ASL.

Proviamo ad immaginare se chi attualmente dirige se ne andasse o fosse sostituito e quanti chiamati da quest’ultimo a collaborare dall’esterno seguissero il suo destino: in che situazione si verrebbe a trovare l’ASL e in che condizioni si troverebbero ad operare chi rimane?

Abbiamo denunciato unitariamente tale pericolo come ci sentiamo di far presente che i servizi sul territorio lasciano a desiderare.

 La gente non trovando risposta e un’assistenza adeguata è costretta a rivolgersi al pronto soccorso che versa anch’esso in una situazione in cui chi vi opera non è messo nella condizione di operare nel modo migliore.

Il pronto soccorso non è dotato di una struttura adeguata.

Chi vi opera è continuamente assillato dall’evitare i ricoveri.

Gli impegni assunti del passato di dotare il Pronto soccorso d’alcuni posti letto d’osservazione non hanno mai avuto, ad oggi, un’adeguata applicazione (si veda l’allegato n.8).

 

Sull’Ospedale di Edolo qualche segnale in positivo è stato dato, anche se rimane aperto il problema della sua funzione se si vuole dargli un futuro nel medio lungo periodo.

 

TERZO SETTORE

Nel precedente congresso, quattro anni fa, avevamo lanciato un messaggio alle cooperative che operano nel nostro territorio (allegato n.9). Purtroppo quella sollecitazione non è stata raccolta e il pericolo che vedevamo allora ha cominciato a presentare il conto.

Cooperative di dimensioni rilevanti sono entrate in difficoltà e altre rischiano lo stesso destino.

Anche importanti realtà del terzo settore potrebbero andare ad aumentare la lista delle aziende in crisi o a rischio di chiusura.

Noi riteniamo che il terzo settore sia una realtà sulla quale occorre porre grande attenzione e investire sul suo sviluppo e consolidamento a livello territoriale.

Valutiamo positivamente la dimensione e il ruolo che svolgono nell’economia del territorio, per la risposta che hanno saputo dare al bisogno del lavoro, in particolare agli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate. Tuttavia non possiamo sottacere le problematicità che abbiamo sollevato. e che riproponiamo.

Non è possibile continuare a sostenere l’idea che chi lavora in una cooperativa lo fa in qualità di socio e quindi in caso di crisi è chiamato ad assumere gli oneri che possono derivare da una difficile situazione economica della cooperativa,quando non sono stati sufficientemente resi consapevoli di certe scelte.

Da parte nostra, pensiamo che innanzitutto un lavoratore aderisce perché ha bisogno del lavoro, quindi principalmente il suo status è quello del lavoratore con diritti e doveri che sono definiti nel contratto collettivo di lavoro e non siamo d’accordo con chi ritiene il socio vincolato in prevalenza al rispetto delle regole definite dallo statuto o regolamento della cooperativa, approvati in assemblee dove il livello di coinvolgimento di tutti i soci non permette a molti di esprimere con consapevolezza il parere su certe decisioni.

Per la Cgil deve prevalere lo status di lavoratore in una cooperativa, è in questa condizione che il lavoratore trova più facile maturare il giusto livello di partecipazione consapevole alla vita dell’impresa sociale.

Per queste ragioni la Cgil non avvallerà scelte in cui i lavoratori siano chiamati a rinunciare ai loro diritti, per effetto di una pseudo adesione come soci fatta sottoscrivere a molti all’atto dell’assunzione in virtù del bisogno del lavoro.

Chiarito questo, diciamo fin da adesso che se si riuscirà ad aprire un serio confronto sul ruolo della cooperazione e sul suo futuro a livello territoriale, la nostra organizzazione non farà mancare il suo contributo.

La collaborazione tra il mondo del lavoro e il terzo settore è una prospettiva a cui crediamo,purché i lavoratori non siano messi a disagio quando legittimamente chiedono di poter iscriversi al sindacato.

 

L’ORGANIZZAZIONE A LIVELLO COMPRENSORIALE

Il regolamento congressuale, come sapete, ha nuovamente riaffermato la scelta di arrivare a superare le strutture che comprendono territori a scavalco di più province, affidando al centro regolatore regionale la procedura d’attuazione di tale scelta di riassetto organizzativo a livello provinciale, ricercando la migliore funzionalità organizzativa.

È doveroso esprimere, come abbiamo fatto nel passato e recentemente quando abbiamo tenuto l’attivo dei delegati alla presenza dei segretari organizzativi del Nazionale e della struttura Regionale, il nostro disappunto per il modo come a suo tempo si è arrivati a decidere di superare le strutture a scavalco, senza neanche sentire la struttura che era coinvolta, e soprattutto alla presenza di un giudizio positivo sull’attività che in 25 anni il nostro comprensorio ha saputo realizzare.

Siamo la prima organizzazione sul territorio, abbiamo acquisito in proprietà la maggioranza delle nostre sedi a livello comprensoriale, non abbiamo particolari problemi d’ordine economico ed organizzativo e, nel 2005, concretizziamo il raggiungimento dell’obbiettivo dei 20.000 iscritti.

 

La Cgil comprensoriale rappresenta ormai il 15% della popolazione residente sul territorio camuno-sebino.

 

Se calcoliamo anche gli iscritti degli amici di Cisl e Uil, arriviamo a sfiorare il 30% dei cittadini del nostro territorio.

 Un livello di rappresentanza e d’insediamento di tutto rispetto.

In 25 anni di esperienza a livello comprensoriale, abbiamo potuto constatare che anche altri soggetti hanno puntato a caratterizzarsi sul territorio, basta guardare alle tre televisioni che operano a livello comprensoriale, alle associazioni imprenditoriali che stanno rafforzando la loro presenza decentrata sul territorio, ai giornali locali stampati per tutta la Provincia con uno spazio di una pagina dedicata alle questioni che riguardano l’ambito territoriale del comprensorio, alla attività dell’osservatorio per l’economia e l’occupazione che vede la partecipazione di tutti i soggetti istituzionali delle due province e di tutte le parti sociali.

Nonostante questo, la nostra organizzazione a livello nazionale ha scelto il superamento del comprensorio con il ritorno alla direzione nell’ambito dei confini delle rispettive Province.

Da parte nostra rispettiamo le decisioni assunte ai livelli superiori dell’organizzazione, continueremo a lavorare per rafforzare la presenza della Cgil sul territorio e non ci chiuderemo a riccio.

La necessità di riorganizzarsi nel medio periodo in un altro modo dovrà salvaguardare l’esperienza fin qui prodotta e consolidarne l’insediamento, garantendo alle zone congressuali la dovuta autonomia finanziaria, politica e organizzativa.

Nel frattempo continueremo a lavorare per realizzare la costituzione delle leghe intercategoriali degli iscritti a livello comunale, con l’elezione di un proprio responsabile e dotando ogni camera del lavoro comunale di una propria bacheca (la bozza la trovate nei documenti allegati) che stiamo collocando nei primi trenta Comuni del comprensorio che ad oggi ci hanno concesso l’autorizzazione.

Nel 2006, ricorre il centenario della Cgil, anche questi nostri sforzi, nel loro piccolo hanno contribuito a far diventare grande l’organizzazione a livello più generale.

Noi pensiamo che il processo di insediare la Cgil sul territorio debba trovare un suo rafforzamento indipendentemente dal livello di direzione che verrà dato alle strutture.

In noi vi è la preoccupazione che la dimensione provinciale può portare gradatamente a badare più a quel che avviene al centro che non a quello che avviene nelle periferie.

Per questo chiediamo che nel congresso regionale si debba modificare lo statuto, inserendo una norma che per il nostro territorio preveda la possibilità di istituire le Zone congressuali,alle quali garantire una autonomia finanziaria e politica.

 Su questo si dovrà concentrare il confronto tra le strutture interessate, coordinate dalla segreteria regionale lombarda che garante delle decisioni che si andranno ad assumere, svolga quel ruolo che sappia favorire un confronto costruttivo e di condivisione con le strutture di Brescia e di Bergamo.

Accetteremo di percorrere la strada che è stata tracciata e condivisa nella conferenza di organizzazione a livello regionale.

L’attuazione di questi passaggi deve vedere un rafforzamento dei rapporti tra le strutture, condizione necessaria per creare quel clima di serenità che è funzionale e propedeutico a gestire al meglio queste scelte, per far sì che non si disperda il patrimonio costruito in questi 25 anni di esperienza decentrata.

L’interesse di tutta l’organizzazione, a tutti i livelli, deve essere quello di dimostrare nei fatti che tutti vogliamo rafforzare l’insediamento della Cgil sul territorio.

Tutta l’organizzazione deve supportare e favorire questa transizione, per evitare che si producano comportamenti che rischiano di delegittimare l’azione della Cgil sul territorio e scongiurando quelle logiche che puntano all’ annessione,comportamenti questi che finirebbero per alimentare disagi con le conseguenze che produrrebbero effetti negativi sull’organizzazione.

Per questo chiediamo ai compagni di Brescia e di Bergamo di favorire un proficuo confronto e un lavoro comune tra le strutture.

 

Un maggiore rapporto è utile a favorire il processo d’integrazione, per ed evitare atteggiamenti che finiscono per ritenere una perdita di tempo la gestione del dispositivo definito dalla conferenza di organizzazione a livello regionale.

Questa è la preoccupazione che abbiamo, ed è suffragata dal fatto che il rapporto con i compagni di Bergamo deve necessariamente migliorare, se si vuole gestire al meglio la situazione.

Con Brescia va meglio, anche se ogni tanto qualche disattenzione si presenta nella gestione dei temi di confronto a livello provinciale.

Vedremo quale sarà l’attenzione che incontreremo, quando si tratterà di definire la necessaria autonomia finanziaria e politica da garantire alla zone congressuali e quale sensibilità troveremo quando si dovrà valorizzare i quadri cresciuti nell’esperienza del comprensorio in tutte le sue articolazioni organizzative a livello categoriale, confederale e nelle attività dei servizi.

Entro la fine del 2008 convocheremo un’altro appuntamento congressuale, in quel momento vedremo se avrà trovato l’attenzione auspicata e il dovuto rafforzamento dei rapporti tra le strutture permetta di sancire con serenità la decisione definitiva dello scioglimento del comprensorio Valcamonica-Sebino.

Abbiamo bisogno di gestire con la massima unità di tutto il gruppo dirigente a livello comprensoriale questa fase intermedia, per valorizzare il lavoro che abbiamo realizzato in 25 anni di attività comprensoriale, anni di lavoro e di impegno di tante compagne e compagni che hanno speso buona parte degli anni migliori della loro vita per rappresentare le lavoratrici, i lavoratori e i pensionati di questo territorio.

In questo modo la Cgil è cresciuta e si e radicata sul territorio, dobbiamo continuare a profondere con lo stesso impegno la nostra attività in nome dell’interesse più generale dell’organizzazione e delle persone che hanno aderito e aderiranno alla Cgil, che hanno riposto e ripongono in noi la loro fiducia e la loro speranza.


CONCLUSIONE E RINGRAZIAMENTI

Vi sarebbero tanti altri temi da trattare e da approfondire, sarà il dibattito e i contributi che arriveranno dai vostri interventi che colmeranno le lacune della relazione.

In conclusione, esprimiamo un caloroso ringraziamento alle compagne Alberta e Ilenia per il lavoro che sanno esprimere ogni giorno nell’organizzazione e per quanto in particolare hanno dovuto sopportare in queste settimane per permettere lo svolgimento dei congressi.

Vogliamo evidenziare l’importanza e il ruolo delle compagne e dei compagni che operano nei servizi (Patronato, Fiscale, Ufficio Vertenze, Servizio Informatica) è grazie al loro lavoro se molti lavoratori e cittadini maturano la convinzione di iscriversi alla Cgil e mantengono nel tempo questo attaccamento all’organizzazione.

 

Un abbraccio ad Elio e Andrea dell’Ufficio Immigrati, con il loro volontariato sono riusciti a gestire al meglio lo sportello che ha visto la frequentazione di una moltitudine di lavoratori immigrati, in media di 30-35 persone ogni giorno che si rivolgono nelle nostre sedi per chiedere informazioni,avere un aiuto o un semplice consiglio per come comportarsi sul lavoro o nel vivere quotidiano,in una società che non sempre riesce ad esprimere un’accoglienza degna del nome per una società civile.

Da oltre dieci anni stiamo gestendo una rubrica settimanale sulle emittenti locali del nostro territorio (Teleboario, Teletutto; PiùValliTV, Tele Clusone) che ci permette ogni giorno e per ben 10 mesi su 12 all’anno, di entrare nelle case di quanti ci seguono sempre di più, fornendo le informazioni sui temi che riguardano in particolare il mondo del lavoro,dei pensionati e dei giovani e riscuotendo un indice di ascolto di tutto rispetto. Questo è possibile, grazie alla disponibilità delle emittenti locali che ringraziamo.

Il maggiore riconoscimento va alla compagna Lilia che come conduttrice riesce con una buona professionalità a gestire la maggiore parte del lavoro, facilitando il compito a Davide che come operatore deve effettuare le riprese e il conseguente montaggio.

Il testimone ricevuto molti anni fa dal compagno Renato Picciolo, che fu il primo conduttore della trasmissione, è stato non solo raccolto dalla compagna Lilia, con determinazione lo continua a portare avanti con grande capacità e impegno e di questo noi tutti ne siamo fieri e gli diciamo grazie.

Sarebbero ancora tante le persone da ricordare, prima di tutti i nostri oltre ventimila iscritti e iscritte che volontariamente finanziano ogni mese la nostra attività, i compagni che in questi anni sono purtroppo scomparsi, ricordiamo in particolare Giandomenico Troletti e Giorgio Belotti, tutti i nostri attivisti volontari, I 395 delegati e delegate che abbiamo nei luoghi di lavoro e tra i pensionati, i rappresentanti delle leghe comunali degli iscritti, i responsabili delle sedi periferiche, i rappresentanti delle istituzioni, i sindaci del nostro territorio, i parlamentari e consiglieri regionali e provinciali eletti localmente, le associazioni imprenditoriali, le centrali delle cooperative, gli amici di Cisl, Uil e delle Acli, e con tutti gli operatori pubblici, i rappresentanti civili, religiosi.

Con tutti abbiamo cercato di intrattenere dei buoni rapporti e insieme si sono affrontati tanti problemi, per alcuni trovando le giuste soluzioni, in alcuni casi discutendo e magari anche litigando un po’, ma mai è venuto meno il rispetto reciproco.


In conclusione vorrei sottoporre alla vostra attenzione un video-messaggio realizzato dal nostro Giorgio Buffoli: l testo è tratto da una poesia (“Ultime lettere al figlio”) del poeta greco Nazim Hikmet, la voce è della signora Sandra Tolla, è un richiamo forte che aiuta a riflettere su quanto c’è ancora da fare affinché la nostra società e il mondo in cui viviamo mettano al centro il valore dell’uomo e della persona.

 

«Non vivere su questa terra come un estraneo

o come un turista nella natura.

Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra, al mare,

ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l’uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell’astro che si spegne, dell’animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell’uomo».