Prestine, 20 luglio 2007
Il decennale della tragica morte sul lavoro di Fausto Spagnoli viene celebrato in due distinti momenti. Nel pomeriggio di giovedì 19 luglio viene collocata una nuova lapide, accanto a quella di dieci anni fa («così che le due lapidi si confronteranno, perché sono lo specchio di due verità», dirà il segretario della Cgil camuno-sebina Domenico Ghirardi), sul luogo della sciagura. Un evento quasi intimo, con la partecipazione dei familiari, di alcuni sindacalisti e compagni di lavoro e di qualche amico, ed il commento del parroco di Bienno e Prestine, che non farà troppi complimenti: «Il paradosso del nostro tempo nella storia è che abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità più basse, autostrade sempre più larghe ma orizzonti più ristretti».
Il giorno successivo, invece, viene dedicato ad un convegno sul tema della sicurezza, nella biblioteca civica di Prestine, con la partecipazione del magistrato Federico Bisceglia, i giornalisti Elisabetta Reguitti e Giampiero Rossi (Bresciaoggi e L’Unità) ed il segretario regionale della Fillea, Franco De Alessandri. La Cgil camuno-sebina, il cui segretario generale coordinerà il dibattito, con una folta partecipazione di delegati sindacali. Il dibattito, dopo il saluto del sindaco di Prestine, Franco Monchieri, viene introdotto dalla presentazione del segretario comprensoriale della Fillea, Gabriele Calzaferri.
Gabriele Calzaferri
A dieci anni dalla tragica morte di Fausto Spagnoli, abbiamo voluto promuovere questa duplice iniziativa: ieri la deposizione di una lapide sul luogo dell’infortunio ed oggi un convegno pubblico per discutere sul tema della sicurezza sul lavoro, al fine di richiamare l’attenzione sulle troppe contraddizioni che ancora caratterizzano il mondo dell’economia nel nostro paese.
Pochi giorni fa, a Tivoli, nei pressi della capitale, il corpo di un operaio rumeno, Claudio Orakmelo, è stato abbandonato come un sacco di immondizia all’ingresso di un ospedale. E come non riandare col pensiero a quel giorno di luglio di dieci anni fa, quando il corpo di Fausto Spagnoli venne lasciato a lungo sul selciato di quella stradina sui monti di Prestine?
Dall’inizio dell’anno ad oggi, nel nostro Paese, ci sono stati 572 morti sul lavoro. Quindici solo in provincia di Brescia dei quali ben 8 nel settore dell’edilizia.
Se poi, oltre ai casi mortali (oltre 1300 nel 2006) prendiamo in considerazione anche tutti gli altri casi di infortunio, i dati Inail parlano di quasi un milione solo nel 2006. L’edilizia rappresenta in questo triste scenario uno dei settori più a rischio, con la nostra regione, la Lombardia, che negli ultimi tre anni detiene un triste e preoccupante primato: 1376 morti; quasi mezzo milione di infortuni e circa 8mila malattie professionali.
Un triste primato che, oltre alla drammaticità umana, rappresenta un costo sociale assurdo ed inaccettabile. Un dramma umano e sociale contro il quale ci troviamo a dover scontare i limiti e le carenze degli organismi preposti.
Interventi ed iniziative in tal senso non possono certo prescindere né dalle risorse finanziarie né da uno stretto coordinamento tra i vari enti né, tantomeno, da un’efficace lotta contro le condizioni di precarietà del lavoro, con un particolare impegno politico e sociale verso fenomeni come il sempre più diffuso lavoro nero.
Nello specifico, pensiamo ad interventi che abbiano come obiettivo una diversa cultura del lavoro, anche attraverso adeguati processi di formazione, pensiamo ad una rapida e positiva definizione del Testo unico in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e, per quanto riguarda in modo particolare il settore edile, pensiamo ad una intensificazione dell’attività di controllo da parte di organismi come gli Enti paritetici ed i Rappresentanti territoriali dei lavoratori.
Domenico Ghirardi
Vorrei innanzitutto ringraziare Sergio Cotti Piccinelli, qui presente, autore del libro che abbiamo pubblicato sulla vicenda Spagnoli. Con il suo lavoro meticoloso – è andato a sfogliarsi tutti gli atti giudiziari – ha sicuramente contribuito a rendere giustizia, anche se non la Giustizia degli atti processuali, perché credo che ormai in Valcamonica (e non solo), la gente sa come sono andate le cose.
Il secondo ringraziamento va a don Danilo Vezzoli per essere stato vicino ai familiari di Fausto, consigliandoli di rivolgersi al sindacato per chiedere giustizia, era ed è il parroco di Fucine, dove Nicoletta e Fausto vivevano all’epoca dei fatti, avevano appena formato la loro famiglia, era nata da pochi mesi la bambina Deborah, che oggi è qui presente e che fra poco compirà gli undici anni, attraverso questa iniziativa rivivrà il dramma e toccherà con mano come il suo papà, in nome del bisogno del lavoro, ha incontrato la morte.
C’è anche Nicoletta, la moglie di Fausto, una donna minuta, esile, ma con molto coraggio e molta determinazione. Con Nicoletta e Vanna, la sorella di Fausto, la Cgil ha percorso tutta la vicenda nel sui iter giudiziario, però non si è arrivati all’esito sperato, perché la Giustizia vuole le prove, e le prove non si è riusciti a farle uscire a causa delle reticenze e dell’omertà incontrata, e quindi la Giustizia non ha potuto condannare, mancando appunto le prove.
Però ci sarà pure da chiedere, e qui anticipo una domanda al magistrato dottor Bisceglia, che è qui a sostituire il dottor Quaranta, ringraziandolo per aver accolto questo nostro invito, e gli chiediamo come sia possibile che nel funzionamento della Giustizia si possa avere una persona imputata che, di fronte a palesi contraddizioni, reticenze e incongruenze, possa avvalersi della facoltà di non rispondere...
A distanza di dieci anni, siamo qui a Prestine, nel luogo in cui Fausto ha trovato la morte, per questa “tavola rotonda”, alla quale è presente anche il sindaco di Prestine. Abbiamo voluto mettere attorno a questo “tavolo” il mondo dell’informazione, con la presenza di Elisabetta Reguitti, di Bresciaoggi, e Giampiero Rossi, dell’Unità. Un giornalista locale e uno nazionale, che hanno seguito molte vicende di infortuni sul lavoro. Il ruolo dell’informazione è un ruolo determinante, per far conoscere e per mantenere vivi i drammatici fatti che la cronaca giornalistica definisce “le morti bianche”. Spesso e volentieri, quando capita appunto un infortunio mortale, al momento in cui succede c’è una grande partecipazione corale, un grande cordoglio, solo che il giorno dopo tutta continua come prima, nella società sembra prevalere e prendere corpo una grande ipocrisia collettiva che è partecipe nel momento del dolore e poi ognuno si chiude nel proprio particolare e la famiglia che è stata colpita,spesse volte si trova sola. Ecco che le persone direttamente impegnate e che operano sia sulla carta stampata sia sulla comunicazione e informazione televisiva, hanno un ruolo molto importante nel mantenere viva una certa memoria e scuotendo le coscienze…
Abbiamo invitato un Magistrato, perché mettere in relazione l’informazione e il mondo della Giustizia non è un compito facile, spesso e volentieri, i tempi per ottenere giustizia, quando la si ottiene, non sono tempi veloci. Durano anni e anni, e non sono tempi “neutri”, ma tendono a portare rassegnazione, specialmente nelle famiglie colpite, portano le persone colpite a rimuovere il problema, perché ogni volta che se ne parla significa riaprire una tremenda ferita. E allora è utile interrogarci sul come si riesce a fare giustizia, al come funziona la macchina della Giustizia, sentendo dalla viva voce di chi opera quali sono i problemi, quali sono le loro valutazioni, quali sono le condizioni in cui spesso e volentieri si trovano ad operare...
E infine la voce del sindacato, qui rappresentata da Franco De Alessandri, Segretario Regionale della Fillea-Cgil, perché crediamo che questo genere di convegni e di discussioni, questo contaminarsi a vicenda tra soggetti diversi, deve avere l’obiettivo del fare, chiedendoci che cosa ci proponiamo di fare domani mattina, come mettiamo in campo l’iniziativa sindacale, in modo che questi tre soggetti, l’Informazione, la Giustizia e l’iniziativa del Sindacato possa creare le condizioni affinché nella nostra società, il bisogno del lavoro serva per vivere, e non per morire.
Iniziamo quindi questa discussione dando la parola alla Giornalista del BresciaOggi, Elisabetta Reguitti che ringraziamo per aver accettato il nostro invito.
Elisabetta Reguitti
Prima di parlare della mia esperienza leggerò alcune parole di una persona che, pur non essendo fisicamente qua, ha voluto condividere questo momento (si tratta di una breve “memoria” del giudice Emilio Quaranta - magistrato e Gip all’epoca dei fatti -, che viene allegata separatamente). Quando Domenico Ghirardi mi ha contattata per questo convengo mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza da cronista che si occupa anche di incidenti nei luoghi di lavoro. La mia esperienza è iniziata con persone come Debora e Niki, nel senso che l’avvicinarmi alle tragedie delle morti nei luoghi di lavoro è stato conoscere e raccontare anche le storie di vita che proseguono dopo un grave evento luttuoso come la morte di un lavoratore. Anche le famiglie rappresentano l’anello debole della filiera delle “morti bianche” che di bianco, secondo me, non hanno proprio nulla. Al massimo sono morti grigie o, peggio ancora, nere: il nero del precariato, il nero degli invisibili, di quelle donne e uomini che di fatto non esistono sulla carta ma che lavorano… Io mi sono avvicinata al fenomeno degli infortuni sul lavoro iniziando a conoscere le persone iscritte all’Anmil (associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro) e che riunisce tante storie del “dopo” infortunio. Un incidente sul lavoro è un fatto di cronaca ma, per quanto mi riguarda, dalle pagine del quotidiano Bresciaoggi – che si è sempre dimostrato sensibili a queste tematiche –, ho cercato di raccontare anche le vicende delle famiglie che si trovano a dover affrontare un dramma che prosegue negli anni. Domenico mi ha chiesto anche di spiegare quale fosse, dal mio punto di vista, il ruolo dei mezzi di comunicazione. Io credo che sia davvero rilevante. Ma purtroppo il nostro è un paese abituato a considerare notizia un fatto di cronaca solamente quando ci scappa il morto.
Veniamo da un periodo buio nel quale lavoro, salute, sicurezza dei lavoratori non erano considerati notizia. In questo periodo gli infortuni sul lavoro sono tornati ad essere nell’occhio del ciclone della comunicazione ma non dobbiamo fermarci solamente all’evento, ai titoli che richiamano l’attenzione dei passanti. Il “famoso” potere della penna, che io modestamente rappresento, potrebbe essere veicolato verso una sensibilizzazione sociale alla sicurezza del lavoro, partendo dai lavoratori del futuro e che sono i giovani. Ritengo sia necessario avviare anche un processo di vera cultura della sicurezza. Quindi, il mio punto di vista giornalistico, relativo agli infortuni che avvengono nei luoghi di lavoro è anche cercare di capire le cause che hanno provocato l’incidente o, peggio ancora, perché è possibile che alcuni eventi dolosi si ripropongano sempre con le stesse modalità. Nella mia esperienza ho riscontrato che a volte possono davvero essere “solamente” distrazioni; distrazioni che fanno cadere da un ponteggio… distrazioni che non lasciano scampo che vengono pagate con la stessa vita. I tempi di lavoro sono sempre più pressanti e incalzanti: il rispetto dei tempi delle consegne e soprattutto , per quanto riguarda situazioni di lavoro precario, i lavoratori sono obbligati a svolgere più lavori per mantenere la propria famiglia. Tempi di lavoro che sfiorano il fenomeno del lavoro a cottimo...gli uomini e le donne diventano più vulnerabili e quindi più facilmente vittime di infortuni. Ma nella mia esperienza ho potuto constatare che gli incidenti sul lavoro si verificano soprattutto in aziende in cui gli stessi imprenditori non hanno alcuni ritorno, in termini economici, ad effettuare investimenti sulla sicurezza. Perché molto spesso la vita di una persona vale molto poco…
È necessario quindi mantenere alta la guardia, anche con
sistemi che da un punto di vista della comunicazione possono avere un impatto
“forte”. Come nel caso di un “contatore” che esiste e sul quale vengono registrati i morti, gli invalidi e i feriti della
“guerra del lavoro”. Questo contatore è stato istituito da un’associazione
composta da giornalisti volontari – alla quale faccio parte – che si chiama “Articolo 21” liberi di…
L’articolo 21 è l’articolo della Costituzione che regola la libertà di informazione ma in questo caso è la denominazione anche del portale – via internet – nel quale, per l’appunto, è stato istituito il canale lavoro: un’area tematica interamente dedicata al tema degli infortuni sul lavoro nella che lampeggia ogni qual volta una persona muore sul posto di lavoro. Il contatore di “Articolo21” ieri sera (19 luglio 2007) segnava 575 morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, 575.174 infortuni e 14.379 invalidi. Ecco per quanto mi riguarda, sono del tutto convinta che il compito di un giornalista che si occupa di queste tematiche sia quello di cercare di essere “sentinella” o, quantomeno, cercare di ricordare ai lettori e noi stessi in quanto lavoratori, che non si può morire sul lavoro. Anche per questo l’associazione “Articolo 21” si è fatta portavoce di una disposizione già approvata all’unanimità dalla commissione parlamentare di vigilanza della Rai. Cosa significa? Che la Rai - emittente del servizio pubblico -, istituirà una campagna nazionale di sensibilizzazione sul tema delle morti sul lavoro.
Domenico Ghirardi
Grazie a Elisabetta. Se siete d’accordo, potremmo organizzarci così: un primo giro di comunicazioni da parte dei relatori, dando adesso la parola al dottor Bisceglia, poi a Giampiero Rossi ed infine a Franco De Alessandro, per un primo giro, dopodiché aprire un breve dibattito...
Sono preso un po’ anch’io dall’emozione, e quindi qualche gaffe l’ho fatta. Credo sia giusto scusarmi col Sindaco Franco Monchieri, perché era previsto anche il suo saluto all’inizio del convegno. Lo ringrazio per la disponibilità e la sensibilità che ha voluto dimostrare, e quindi gli darei la parola ora.
Franco Monchieri (Sindaco di
Prestine)
Auguro a tutti i presenti un buon lavoro. L’ampia partecipazione di oggi dimostra l’attualità dell’argomento. Entrando subito nel merito del dibattito, pensare che nel Duemila si possa morire ancora di lavoro non si può ritenere cosa normale. Sul caso Spagnoli inoltre uso il termine “evento” in quanto, dopo dieci anni, anche i procedimenti giudiziari che dovevano far emergere la verità dei fatti non sono stati chiarificatori e quanto accaduto rimane così una cosa strana, un avvenimento.
Di fronte a questi avvenimenti non ci dobbiamo assuefare, pensare che siano inevitabili, che siano uno dei volti del progresso e della nostra economia. A volte gli infortuni derivano dall’assopimento della mente, dalla mancanza di riflessione sugli atti compiuti, dalla distrazione su quanto si sta facendo, come diceva poco prima Elisabetta Reguitti. Quando poi la tragedia si consuma, si piange e queste lacrime diventano sempre più amare. Ripercorrendo quanto è accaduto, le modalità dell’accaduto, le sciocchezze che l’hanno determinato. Vi ringrazio, auguro una buona giornata e positiva riflessione.
Domenico Ghirardi
Chiederei ora al dottor Bisceglia di portare qui le sue valutazioni, il suo contributo da magistrato, che forse ci aiuta a capire... quanto disse anche Nicoletta, la moglie di Fausto, di fronte alla sentenza di appello che assolve per insufficienza di prove il titolare dell’impresa. “la Giustizia, in sostanza, è forte con i deboli e debole con i forti”...So che è una provocazione… ma sono sicuro che Lei ci fornirà delle opportune valutazioni.
Federico Bisceglia
Ringrazio per l’invito che mi avete rivolto per intervenire in questa sede. Ho l’incarico di portare anche il ringraziamento del mio procuratore, Emilio Quaranta, il quale ha avuto un ruolo importante nella vicenda che ha coinvolto il povero Spagnoli.
Devo complimentarmi per l’iniziativa, che serve a tenere alta l’attenzione su un tema che va alla ribalta della cronaca sempre e soltanto quando si verifica un infortunio, per poi tornare nel dimenticatoio e riproporsi ciclicamente senza trovare soluzioni effettive idonee ad eliminare o, quantomeno, a ridurre effettivamente gli infortuni sul lavoro.
Non essendo magistrato inquirente in questo territorio, quindi non conoscendo nulla della vicenda Spagnoli se non dalla lettura del libro, spero di potervi essere utile cercando di spiegare alcuni meccanismi tecnici che operano nel sistema giudiziario.
Debbo innanzitutto portare la solidarietà ai familiari di Fausto Spagnoli, per questa cerimonia che, senza fare retorica, è assolutamente commovente.
E vengo subito alla “provocazione”, perché altrimenti poi mi dimentico di rispondere. Purtroppo, il nostro sistema giudiziario non funziona. Perché? È mia opinione, ma magari sarà un’opinione sbagliata, che questo fa comodo a livello trasversale a tutti gli schieramenti politici. Mi perdonerete per la chiarezza e l’irruenza con cui faccio questa affermazione. Ma io non posso pensare che la politica, che p. es. s’è messa d’accordo per abrogare la norma per abuso d’ufficio, non riesce a trovare soluzioni utili ed efficaci per un tema quale l’infortunistica sul lavoro.
Allora vi devo dire che le norme giuridiche attualmente vigenti sono totalmente inefficaci e insufficienti a tutelare quello che è il bene primario della vita.
Prima di dirci favorevoli all’approvazione del cosiddetto Testo unico in materia di infortuni sul lavoro, che giace in Parlamento da svariato tempo, ma nessuno lo va a discutere, io vi invito ad andare a leggere cosa c’è scritto, perché molto spesso queste sono norme capziose, scritte in maniera tale da non poter essere applicate. Ora, la magistratura, ed in particolare la magistratura penale, opera sulla base di un principio, che è un principio assolutamente irrinunciabile: il cosiddetto principio di legalità. Io cerco di riassumerlo e semplificarlo al massimo: il Parlamento fa le leggi e il magistrato deve applicare queste leggi. Il Parlamento non si deve sostituire al magistrato nell’applicazione delle norme e il magistrato non si deve sostituire al Parlamento nella creazione delle norme.
Spesso, troppo spesso, le disposizioni normative alle quali il Magistrato deve attenersi in forza del citato principio di legalità sono di difficile applicazione. Inoltre, quando si riesce ad arrivare ad una condanna arriva l’indulto che, votato quasi all’unanimità dal nostro parlamento, vanifica tutti gli sforzi compiuti dal sistema giustizia inteso nel suo complesso. Con l’indulto si vanifica tutta l’attività giudiziaria svolta negli anni scorsi e, badate bene, quella che si svolgerà in futuro dal momento che si celebreranno processi che non avranno alcun esito pratico. Sarebbe stato molto più utile approvare l’amnistia perché in tal modo si sarebbe evitato di dover effettuare processi assolutamente inutili e, dunque, di risparmiare risorse pubbliche.
La vicenda che ci vede riuniti oggi è caratterizzata per l’assoluta assenza di collaborazione da parte dei soggetti che hanno assistito all’evento ovvero che sapevano cosa fosse in realtà accaduto. Essa è caratterizzata, almeno da quello che ho letto nel libro di Cotti Piccinelli, da una impossibilità oggettiva da parte degli inquirenti nel ricostruire la vicenda per l’assoluta assenza di testimonianze utili. Ho che nel libro, “fortunatamente”, l’autore punta di più l’attenzione sulle omissioni delle forze di Polizia e, invece, valorizza il ruolo del Procuratore e del Gip. Ciò contrasta con quella che è la raffigurazione che si da della magistratura negli ultimi tempi; basti pensare alle serie televisive nelle quali c’è sempre un carabiniere o un poliziotto che sono bravissimi e un Pubblico Ministero che sembra che abbia come unico scopo quello di “ostacolare” le indagini anziché promuoverle. Devo purtroppo dirvi che è sbagliato, allo stato attuale della legislazione, riporre aspettative nella magistratura. Soprattutto in materia antinfortunistica, quando interviene la magistratura il danno è già fatto. Qualsiasi processo, qualsiasi pena, qualsiasi risarcimento del danno, non riusciranno mai a riportare in vita o a limitare il danno dell’infortunato.
La legislazione italiana prevede la cosiddetta “prescrizione”. In sostanza, quando si accerta una violazione alla normativa infortunistica, la Polizia Giudiziaria e la Magistratura possono semplicemente ordinare all’imprenditore di rimettere a posto la situazione riscontrata mediante la “prescrizione”. Ora, è chiaro – qualcuno lo accennava già prima – che in queste condizioni l’imprenditore fa un ragionamento molto semplice e banale: io affronterò i costi per la sicurezza nel momento in cui mi sarà fatta la prescrizione, forse, perché solo in casi eccezionali la pubblica autorità può disporre la chiusura dell’azienda, dovendo, al contrario, consentire la regolarizzazione della situazione riscontrata. In tal modo, si favorisce la messa in pericolo della salute e della vita del lavoratore.
Oltre al sistema della prescrizione, cito la norma che, per quanto riguarda l’edilizia, consentiva al datore di lavoro di dichiarare la presenza dell’operaio entro cinque giorni successivi alla data dell’assunzione. Fortunatamente l’ultima Finanziaria ha eliminato questa assurdità normativa. Da un lato si diceva che il lavoratore dovesse essere dichiarato e, dall’altra parte, si dava la possibilità di farlo entro cinque giorni. È assolutamente evidente che le statistiche ci dicono che la maggior parte degli infortuni sul lavoro si verificano al secondo o al terzo giorno di lavoro in cantiere. Ho lavorato in una realtà, quella napoletana, dove l’omertà è sovrana; ebbene, vi assicuro che nel Napoletano non c’era un lavoratore dell’edilizia che venisse messo a posto, perché tutti venivano messi a posto il giorno successivo al controllo da parte delle forze di Polizia.
Intendo dire che fin quando la normativa non ci darà la possibilità di fare l’immediato sequestro dell’attività non si potrà avere un’efficace contrasto agli infortuni sul lavoro. Se è vero, come abbiamo visto nel filmato, che l’unica legge che conosce l’imprenditore è quella del profitto, è altrettanto vero che noi dobbiamo combattere contro questa ideologia colpendo chi non rispetta le regole a livello economico, bloccando l’attività dell’azienda. Il legislatore può scegliere se utilizzare una sanzione amministrativa o una sanzione di tipo penale, a condizione che si blocchi l’attività.
Ritorno un attimo a parlare del caso di cui ci si occupa per dire che in molte parti del libro io ho letto la presunta omissione, fra virgolette, da parte delle forze di Polizia che non hanno interrogato la moglie dell’imprenditore. Ora io devo dirvi però che la normativa da al coniuge dell’indagato il diritto di avvalersi di quella facoltà di non rispondere, di cui si lamentava anche Nicoletta, come abbiamo visto nel filmato. Allora, quell’atto investigativo di sentire la moglie o la figlia del datore di lavoro, sarebbe stato un atto assolutamente inutile e, comunque, inutilizzabile a livello processuale.
Con le attuali norme non c’è nemmeno la possibilità di costringere, in maniera più veemente di come ha fatto il GIP nella persona del dottor Quaranta, i testimoni dell’evento a dire la verità. Quei testimoni sono stati imputati, grazie ad un’ordinanza del GIP, per il reato di omissione di soccorso, grazie alla tecnologia. In pratica, si è andati a studiare il tabulato delle telefonate per vedere a quale ora è stato chiamato l’imprenditore per avvertirlo dell’avvenuto infortunio e a quale ora è stato chiamato invece il Pronto Soccorso. Al sistema giudiziario, per come oggi è strutturato, non è possibile chiedere di più. Basti pensare che nel sistema degli Stati Uniti si può limitare la libertà personale del teste fino a quando non dice la verità; ciò in Italia è vietato.
Altro aspetto di particolare rilievo è quello dei tempi del processo. Il processo è lungo e i tempi della Giustizia ricadono inevitabilmente sulla parte debole. Il processo è lungo per una pluralità infinita di ragioni. È lungo innanzitutto perché, sempre a mio giudizio, il nostro processo da troppa attenzione all’indagato, all’imputato, e scarsa o nulla attenzione alla parte offesa e alla parte civile. Voglio dire che la parte civile nell’ambito processuale ha pochissimi poteri, e se non trova un Pubblico ministero che recepisce le proprie istanze è praticamente impossibilitata a intervenire, se non nella parte del giudizio.
Infine, osservo che il sistema processuale è assolutamente squilibrato. Ciò è dovuto al fatto che le varie norme che si sono succedute nel corso degli anni sono sempre legate ad eventi contingenti. È così che si inseriscono, di volta in volta, disposizioni che alterano e complicano il sistema processuale, così facendo si allungano i tempi processuali.
Vi faccio un esempio, cercando sempre di essere il più chiaro possibile. Nel 1999 viene introdotta una norma che stabilisce che il Pubblico ministero che intende avviare un’azione penale deve inviare un avviso all’indagato; in pratica si avverte l’indagato che ha venti giorni di tempo per proporre istanze, chiedere un interrogatorio, presentare ulteriori elementi di prova. All’origine era previsto che il Pubblico Ministero doveva notificare il decreto che dispone il giudizio 45 giorni prima della data fissata per l’udienza. Dopo la modifica a questi 45 giorni (che sono rimasti tali) si sono aggiunti i 20 giorni dell’avviso che è stato introdotto. In tal modo si sono dilatati notevolmente i tempi processuali. Se si prende in considerazione il reato contravvenzionale (i reati in materia antinfortunistica ad eccezione delle lesioni personali o dell’omicidio sono tutti di natura contravvenzionale), si ottiene un termine di prescrizione di quattro anni.
Voglio dire, in conclusione, che noi abbiamo un processo penale che non si può fare perché la parità delle parti, di cui tutti ci siamo riempita la bocca, non tiene conto di un fatto, che il Pubblico ministero, l’organo che sostiene l’accusa, è pagato dallo Stato, e quindi, sostanzialmente non ha interesse a portare a giudizio qualcuno che sa essere innocente; il difensore, ci piaccia o non ci piaccia, è pagato dall’indagato, quindi, ha tutto l’interesse a fare attività per il vantaggio di questo indagato. Le due parti, a mio giudizio, non possono essere tenute sullo stesso piano.
Domenico Ghirardi
Credo che il dottor Bisceglia abbia chiarito perfettamente in quale condizione si trova ad operare chi è chiamato a gestire la Giustizia. La cosa che mi ha colpito è: “Dovrebbero avere il potere per fare giustizia, e invece operano in un sistema giudiziario dove ci sono troppe storture che in un certo qual modo li porta ad operare con molte limitazioni . Chiederei a Giampiero Rossi, giornalista dell’Unità, che sicuramente ha gestito molti casi anche in ambito nazionale, il suo parere sul modo di fare informazione. Spesso e volentieri quando capita un infortunio si parla di “tragica fatalità”, certi commentatori usano un certo linguaggio per riferire su un infortunio e parlano di “ha messo un piede in fallo”, “è stato schiacciato da...”, “è stato afferrato da...”, “è stato sommerso”, “soffocato da...”, sembrano voler delineare che si tratta di fatalità,e che in buona sostanza, la responsabilità va ricondotta alla disattenzione della vittima. Chiedo quindi a lui, come persona, come giornalista e come cittadino, come ci si sente nell’affrontare queste situazioni...
Giampiero
Rossi
Vorrei parlare di informazione, legata a questo tema, ma prima vorrei dire una cosa che mi viene da dire -senza la benché minima piaggeria, ma solo con l’atteggiamento da cronista – proprio a proposito della vostra iniziativa di oggi.
Questa mattina, arrivando qui, riflettevo su questo appuntamento. Un’iniziativa che a me non interessa nemmeno sapere se è senza precedenti, perché quantomeno è assolutamente una rarità. Nel senso che io, una commemorazione di una persona con un nome, un cognome, un volto, una storia, un carattere, degli affetti, dieci anni dopo, francamente non la ricordo. Noi, sulle pagine dell’Unità, parliamo parecchio delle cosiddette “morti bianche”, abbiamo un contatore che aggiorna quotidianamente il tragico bilancio,quindi siamo attenti all’argomento. Ecco, da giornalista che cerca di impegnarsi su un tema così delicato, dico che un’iniziativa come questa ha il pregio,tra le altre cose, di dare il senso che queste persone, morte sul lavoro, sono esistite, che non sono solo numeri di una macabra statistica.
L’informazione si perde, perché se non ci scappa il morto, come diceva la collega prima, non c’è notizia. Vorrei aggiungere, però, che purtroppo anche quando ci scappa il morto non sempre c’è notizia, nel senso che i giornali non parlano di tutti gli incidenti mortali sul lavoro. C’è una data precisa in cui, secondo me, c’è stato un piccolo salto di qualità su questo punto, anche in televisione, nel giugno 2006, quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano disse: “Basta con la piaga delle morti bianche!”. Era morto un ragazzo di venticinque anni sotto un viadotto, una “grande opera” che era venuta giù come un castello di carta... Ecco, quello è il momento in cui c’è stato un salto di qualità, una maggiore attenzione...
Nel frattempo, alla Fillea di Milano, avevo avuto modo di scoprire la figura del sindacalista in edilizia, quel modo di fare sindacato che rappresenta quasi un’attività di frontiera,cioè andare a portare conoscenza e informazione dei diritti, ma portare proprio fisicamente, superando anche una certa diffidenza, perché nei cantieri c’è questa tendenza, questo orizzonte unico e totalizzante rappresentato dal datore di lavoro.
È necessario riportare in primo piano la tutela di queste persone più deboli, e non stiamo parlando solo di operai cinesi, marocchini, rumeni, o degli indiani, pakistani e vietnamiti che lavorano lontano dai nostri occhi in condizioni terribili, ma anche dei nostri anche, dei nostri emigranti interni, degli italiani.
Ho scoperto, come tanti altri colleghi per carità, ma non la maggioranza forse, che c’è ancora un senso nel nostro lavoro ad occuparsi di questi temi. Quello che ho notato, però, è che c’è un andamento un po’ isterico, nel modo in cui sono stai ridotti i media, che riflette un po’ anche la politica... Chissà chi dei due alimenta l’altro? Un po’ come il cane che si morde la coda, cioè è la politica che si dedica di meno perché noi lasciamo perdere, o noi che diamo più attenzione ad un tema come questo perché l’ha detto Napolitano...?
Insomma, il 26 di giugno del 2006, quando ha parlatoli presidente, c’è stata questa discontinuità, in uno Stato che non era quello del brigadiere Pasquale Cafiero di Fabrizio De André: “Lo Stato si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità...”. Ecco, questo è ciò che noi, l’informazione, dovremmo riuscire a pungolare senza dover andar dietro alle sollecitazioni del momento. È una questione di umanità, di civiltà, di... lasciatemi dire una parolaccia: di cultura. Proviamo a pensare alla fiction, cioè ai telefilm che vengono prodotti e trasmessi in quantità industriale. C’è il prete, la guardia costiera, l’avvocato, il medico legale, il veterinario, poliziotti e carabinieri a iosa... Ma il lavoro non c’è. Perché non prendere, per esempio, la figura del sindacalista come soggetto per raccontare storie dal mondo del lavoro. Il giallo? Ci vuole il giallo per fare la fiction? Ma più giallo di una vicenda come questa…
Ma torniamo alle questioni più direttamente legate al tema della sicurezza sul lavoro. Io riconosco la discontinuità in questo governo rispetto al passato. Per esempio: il fatto che un’alta percentuale di infortuni, specialmente nei cantieri edili, avvenga – formalmente – durante il primo giorno di lavoro, con una lettura e una spiegazione perfino logica - ma certo - l’inesperienza. Allora, dobbiamo dire che intanto il lavoratore tu lo registri prima che metta piede in cantiere, e questa cosa è finalmente passata grazie alle misure adottate dal governo in carica. Ma qual è il problema? Che anche la migliore delle soluzioni legislative e normative possibili - il magistrato ci insegna - non cammina da sola, se non ci sono gli strumenti per farla funzionare. Perché se io stabilisco tutte le norme del mondo, e poi agli ispettori del lavoro nego i soldi per la benzina, e i cantieri purtroppo non te li fanno sempre di fronte agli uffici ispettivi, allora cosa ho risolto?
Tra l’altro quest’anno noi “rischiamo” di festeggiare un numero statisticamente positivo: se arriveremo a poco più di mille, a mille e cento, i morti sul lavoro saranno cento in meno dell’anno scorso e duecento in meno dell’anno prima. Festa! Champagne! Dopo di che andiamo a comparare il dato con il resto d’Europa ed è imbarazzante, è umiliante... Come civiltà del lavoro, ci presentiamo, con questi numeri in Europa?
So che a proposito di Testo unico c’è una commissione che sta lavorando per una revisione, una armonizzazione della legge 231 che, mi si corregga se sbaglio, prevede la responsabilità penale della società, della persona giuridica, che risponde penalmente con sanzioni anche a livello interdittivo, in caso di reati di corruzione, concussione, aggiotaggio e inside trading, reati insomma che vanno a toccare il denaro. Mi risulta che questa commissione, presieduta dal sostituto procuratore di Milano Francesco Greco, sta lavorando per aggiungere a questa lista di reati, per i quali l’azienda risponde penalmente, anche l’omicidio colposo e le lesioni aggravate, colpose, eccetera, cioè i reati tipici legati a un incidente sul lavoro. E decide la responsabilità anche lungo l’asse gerarchico, dal capocantiere fino all’amministratore delegato. È una materia delicata,lo sappiamo bene, non si può andare avanti animati soltanto dall’ansia di punire qualcuno.
Reclamiamo giustizia, ma facciamo bene attenzione a non farci prendere la mano dalla smania di mandare la gente in galera, per carità! Mi permetto di dirlo perché per anni ho dovuto tacitarmi, di fronte a un garantismo peloso e in malafede, però, tra noi, teniamo conto anche di cose di questo genere, è legittimo, come si fa con la mafia, andare a colpire l’interesse, il cuore dell’azienda, cioè i soldi... Altrimenti, di nuovo, lo Stato si indigna, si impegna...
L’anno scorso, in luglio, sono morte due ragazze, due materassaie (così venivano chiamate), in provincia di Salerno, Giovanna Curcio e Annamaria Mercadante, sono morte abbracciate, perché non avevano scampo, come topi in trappola. Le hanno trovate carbonizzate e abbracciate, quindi hanno capito immediatamente di essere intrappolate, chiuse dentro questa fogna chiamata “fabbrica di materassi”. Nella primavera scorsa, il titolare ha riaperto l’azienda, a dieci chilometri di distanza, con gli stessi criteri, un altro tugurio fetente, malsicuro, al di fuori di ogni possibile normativa... Grazie alle iniziative decise del sindacato locale si è riusciti in qualche maniera a farla chiudere... Ecco, questo sì deve essere reso impossibile, nessuno sconto, insomma. Su questo, accidenti, io credo che non sia troppo chiedere che cessino le strumentalizzazioni politiche. Ma chissenefrega se lo fa la destra o la sinistra? A volte mi sento dire, anche da persone colte, quando contesto il disinteresse del governo di centrodestra, “e chi se non la sinistra deve occuparsi dei lavoratori che muoiono”. Eh no, ragazzi, i morti non sono né di destra né di sinistra, i morti sul lavoro sono soltanto troppi!
Domenico Ghirardi
Mentre ascoltavo Giampiero Rossi mi veniva in mente una situazione che forse permetterebbe anche al sindacato, alle forze della cultura, ai giornalisti di mettere in evidenza come nella nostra società sia troppo facile mettere su un’attività d’impresa ,senza che siano richieste e debbano essere fornite alcune garanzie e credenziali. In questo Paese si parla molto di liberalizzazioni, e per certi aspetti è anche giusto puntare ad avere meno burocrazia... Ma in nome della libertà d’impresa, tutto è legittimo? com’è possibile continuare ad accettare che nel giro di ventiquattro ore un cittadino possa aprire un’impresa - bastano poche centinaia di Euro e un codice fiscale - e subito si apre una partita IVA e si può operare, si fanno girare attività economiche e umane senza fornire le opportune credenziali e garanzie, si possono arrivare a ledere i diritti dei lavoratori,fare tra l’altro concorrenza sleale e quando certi personaggi sono chiamati a rispondere del non rispetto delle regole non pagano perché la maggior parte di questi personaggi sono nullatenenti. E allora bisogna chiedersi se per creare la cultura della sicurezza e puntare a sviluppare l’obbiettivo vero che è la prevenzione non ci sia anche un’azione da far scattare, e precisamente quella di chiedere che per mettere in piedi un’attività d’impresa bisogna fornire alcune garanzie, proprio perché, tratti con persone che hanno sì dei doveri, ma hanno anche dei diritti, tratti anche di situazioni e di interessi che hanno bisogno di regole, e le regole non devono essere ritenute come dei lacci e dei laccioli contro l’interesse dell’impresa, non si può semplicemente lasciare fare in nome del dio mercato, come se alla fine dovesse per forza essere al centro di ogni cosa.
Se non si pone qualche ripiego alla fine non aiuta a qualificare il lavoro ne tutela gli interessi che vivono in nome di questo bisogno essenziale per le persone e per la società nel suo complesso. E allora chiedo a Franco De Alessandri, che segue una categoria come quella degli edili, su cui credo, bisogna riconoscerlo, c’è in atto un confronto positivo fra le parti, se non c’è, dentro questa bilateralità, il modo per andare un attimino oltre. E’ vero che in Cassa Edile vige la regola che se un impresa non versa le sue quote e non rispetta le regole scatta un richiamo alla regolarizzazione. Ma quando si tratta di dover denunciare l’impresa che non ha provveduto a regolarizzare la sua posizione, c’è un po’ un atteggiamento pilatesco da parte degli imprenditori, che dicono: noi non possiamo denunciare un nostro collega. Allora chiedo, cosa intende fare il sindacato?
Franco De Alessandri
Prima di rispondere alla domanda vorrei esprimere qualche concetto brevissimo e fare qualche esempio. Partirei dal fatto che anch’io ho vissuto e sto vivendo con una certa emozione, a dieci anni dalla scomparsa di Fausto, perché noi oggi testimoniamo il fatto che un battaglia è continuata, da parte della Cgil di Valcamonica, e la vuole continuare per i prossimi anni. Testimoniamo di un contesto fatto di due parti. Lo diceva nell’intervista Domenico, nel film: una sconfitta dal punto di vista della Giustizia, però, nello stesso tempo, non è vero che non c’è verità. In questo territorio, ma direi in tutta la regione Lombardia, la verità è che lì non c’è stato un incidente con la moto, ma c’è stato un morto sul lavoro. Ci sono delle responsabilità, ci sono state delle omertà, e noi chiediamo, come ha chiesto la moglie più volte, che anche da questo punto di vista gli uomini, coloro che dovrebbero avere un minimo di dignità, devono fare un altro passo avanti...
Ed ora una considerazione di carattere generale. C’è un filo rosso che sottintende a tutti i ragionamenti che fa il sindacato, che fa la magistratura, che fanno i politici, che fa la stampa, rispetto al tema degli incidenti sul lavoro e soprattutto delle “morti bianche”. C’è un perché grande come una casa, sul fatto che succedono... Abbiamo dei numeri che sono come un bollettino di guerra: 575 morti sono una cosa inimmaginabile, in un Paese che dovrebbe essere un Paese civile, alla soglia del terzo millennio... Di questi 575 morti ne abbiamo 122 solo in edilizia, di cui 22 in Lombardia, quelli che sappiamo, perché poi c’è tutto il lavoro nero...
Ma abbiamo anche – provate a riflettere su questo fatto, se non è vero che è impressionante – un milione di infortuni all’anno! Un milione di infortuni all’anno, di cui più di centomila invalidanti. E guardate che spesso anche noi non riusciamo a [due parole incomprensibile], e quando facciamo le vertenze, su cento pratiche che istruiamo, ne portiamo a casa due o tre. È una cosa di un’ingiustizia tale, che non può più continuare così...
È vero, come dice Giampiero Rossi, che noi abbiamo avuto una svolta perché Napolitano ha fatto un grido di dolore, con quelle dichiarazioni sulle morti bianche”, però io comincio a preoccuparmi, perché le grida di dolore di Napolitano cominciano ad essere quattro o cinque, nell’ultima in ordine di tempo ha parlato dei morti sul lavoro come di “martiri della patria”.
Io dico, adesso ferma! Perché se il presidente della Repubblica continua a fare questi discorsi, e noi abbiamo un Parlamento distratto! E noi abbiamo delle resistenze anche sul Testo unico sulla sicurezza, abbiamo delle resistenze fortissime, perché non è ancora stato approvato alla Camera dei deputati, vuol dire che i poteri forti, nel nostro Paese, quelli economici, riescono a incidere... Perché se non c’è qualche risultato, anche gli appelli di un presidente della Repubblica che ha a cuore il popolo e il lavoro, rischiano di diventare retorica. E quando diventa retorica diventa senso comune, e non si può più fare niente. Arriva il senso dell’impotenza... E anche noi, anche il sindacato, anche voi che vi battete e che fate questa battaglia...
E la ragione vera, quella profonda, come dobbiamo chiamarla? Sociale?, Politica? È che è in atto nel nostro Paese, almeno da venticinque anni a questa parte, un’opera mastodontica, gigantesca, politica, culturale, massmediloga, di svalorizzazione del lavoro, della funzione del lavoro, del ruolo del lavoro, del ruolo sociale del lavoratore all’interno di questa società. Per cui il lavoro è diventato una cosa che non conta più, parlo soprattutto del lavoro manuale, del lavoro produttivo...
Insomma, io direi che dopo la sconfitta alla Fiat, negli anni Ottanta, dopo che in Italia sono arrivati i influssi di Regan e poi della Tatcher... Cioè chi parlava ancora di operai era vecchio, era vetero, chi parlava di sfruttamento sul lavoro, della fatica, era uno che... Per cui, grande valore al mercato, all’impresa... E non abbiamo ancora recuperato, neanche con e dopo un governo di centrosinistra... Questo è uno dei punti sui quali io credo vada fatta una riflessione.
Terzo punto, il Testo unico dovrebbe fare un’opera di razionalizzazione e di semplificazione in modo che la magistratura, poi... Ma poi, come diceva anche il magistrato, vanno attivate delle risorse. Perché se noi mettiamo, come dice anche Damiano, ancora trecento o seicento ispettori, e non hanno risorse finanziarie per andare sul territorio, non hanno formazione, non hanno strumenti, tutto il resto non serve. Prima di tutto, quindi, risorse da parte dello Stato, del governo...
Però guardate, a proposito di destra o sinistra, che due anni fa, rispetto alla 626, Berlusconi e Maroni, quello lì che ha fatto lo “scalone” eccetera, hanno portato in Parlamento, devo dire con molta disattenzione anche da parte di alcune forze di sinistra... Perché volevano cambiare la 626, e volevano modificare due codicilli: uno, la totale depenalizzazione, due, che il ruolo dell’Rls doveva essere funzionale a quelle che loro chiamano le “compatibilità tecnico-produttive dell’impresa.
Un periodo che abbiamo scongiurato, grazie soprattutto alle mobilitazioni sindacali. Adesso io credo che alcune cose importanti sono state fatte, da parte del governo. Ve ne cito tre.
Primo: lo ricordava il magistrato, fino a pochi mesi fa, soprattutto in edilizia, gli infortuni mortali accadevano nella stragrande maggioranza il primo giorno di lavoro della vittima. Grazie al cavolo! Con la facoltà di poter registrare l’operaio entro i primi cinque giorni di lavoro, finché uno non si faceva male non lo assicuravano... Adesso c’è una norma, nella Finanziaria, che prevede che il lavoratore in edilizia de ve essere assunto il giorno prima che incominci a lavorare.
Secondo: cartellino di riconoscimento. Perché ormai in edilizia è diventato un porto di mare. Ve lo potrebbe raccontare Giampiero Rossi a proposito della Fiera di Milano, dove c’era il caporalato, dove vi era dentro della gente che non c’entrava niente. Il cartellino dovrebbe farti dire che il lavoratore è quello che ha un rapporto con la tal impresa...
Terzo: non è direttamente legato al tema della sicurezza, però riguarda il lavoro nero. Cioè, una norma che dice che se un’impresa viene beccata con più del venti per cento lavoratori irregolari viene fatta chiudere...
Cioè io credo che noi potremo parlare di civiltà di un Paese, tutti insieme, nel momento in cui un padrone che si rende responsabile della morte di un lavoratore, in un cantiere o in una fabbrica, per sua negligenza o per ottenere maggiori profitti, deve andare in galera. Quando verrà affermato questo principio, io credo che avremo fatto un passo di civiltà...
Quando abbiamo visto a Milano questo fenomeno del caporalato, del mercato delle braccia... In una società di questo tipo, nella quale magari uno lavora a venti metri con quarantacinque gradi, e ci sono cinque lingue: il lombardo, il siciliano, il marocchino, l’albanese e il rumeno... Voi sapete che la prima forma di organizzazione della propria sicurezza è la comunicazione. La prima forma della comunicazione dovrebbe essere la lingua. Cinque lingue diverse! Cioè, c’è una sorta di meccanismo perverso, in questo sviluppo del capitalismo finanziario, e quindi del profitto, che ti impone il massimo della precarietà.
La situazione quindi è estremamente difficile. Ma ci sono delle possibilità per intervenire: gli Enti bilaterali... Noi abbiamo, per fortuna, nel settore dell’edilizia, i Comitati paritetici per la sicurezza, che hanno come obiettivo fondamentale quello della formazione alla sicurezza. Ogni lavoratore (certo, quelli in regola) ha almeno otto ore di formazione... Abbiamo le Scuole edili, che fanno la formazione professionale, ma anche la formazione alla sicurezza... Abbiamo le stesse Casse Edili che devono intervenite per dare degli strumenti ai lavoratori...
Ma poi abbiamo nel sistema della sicurezza un problema che... Noi abbiamo i cosiddetti Rlst, dei lavoratori, delegati che sono pagati esclusivamente per andare a fare le indagini sul territorio nei cantieri piccoli. Sono dei sindacalisti che fanno solo quello. Che la loro funzione dovrebbe essere appunto quella di fare prevenzione dal punto di vista dei lavoratori. In realtà, i datori di lavoro delle piccole imprese vengono lì, alle volte, a chiedere chiarimenti... Ci sono le Asl, ci sono gli ispettorati del lavoro. Cos’è che non funziona? Non funziona il fatto che non c’è una legge. Che tutti questi soggetti, le Asl, gli Ispettorati del lavoro, gli Rlst, non riescono a mettersi insieme, a fare sinergie... Per questo, diciamo che anche il governo, se è un governo che vuol guardare un po’ di più al popolo, o alla gente perbene, alla gente che vive del proprio lavoro, deve fare delle scelte e stabilire delle priorità.
Un’ultima cosa, che ricordava già anche Domenico: voi sapete come si fa a mettere in piedi un’impresa edile? Si va alla Camera di Commercio, si pagano 136 euro, e nel giro di 24 ore uno diventa imprenditore edile. Quando un apprendista [per poter diventare operaio] deve studiare quattro o cinque anni. Noi abbiamo presentato al governo una proposta di legge nella quale si preveda che uno per poter diventare imprenditore edile debba avere un minimo di gradi di cultura, di esperienza e conoscenza di quel che vuol fare...
Valerio Moncini
A proposito di informazione, ieri andavamo in macchina in quattro persone, tre delle quali fanno attività sindacale durante il proprio lavoro, e ci si poneva il problema dei provvedimenti esistenti che non arrivano alla gente. Non voglio fare la figura del prete che predica in chiesa con i presenti contro gli assenti, però credo che il problema dell’informazione sia fondamentale. L’informazione scritta, ma soprattutto quella televisiva, perché rendiamoci conto che a leggere i quotidiani... L’Unità la leggo perché sono abbonato, e il Bresciaoggi perché mi sono riconciliato, dopo averci lavorato gratis per due anni nel periodo in cui stava per chiudere. Ho lavorato gratis, perché ritenevo che fosse una voce che doveva rimanere, salvo qualche anno dopo maledirmi per aver lavorato gratis per un giornale che... Adesso mi sembra che abbia invertito la tendenza e lo giudico di nuovo abbastanza positivamente... Anche perché leggo solo gli articoli che mi manda la rassegna stampa della Cgil, per cui non so dare un giudizio complessivo sul giornale... Però, io credo che sia compito anche del sindacato quello di far arrivare non tanto le dichiarazioni, come fanno già i miei rappresentanti sindacali a livello nazionale e regionale, che mi sembra di doverli mettere sullo stesso piano dei politici che corrono a rilasciare interviste e dichiarazioni, ma che non incidono poi su quella che dovrebbe essere... Perché negli ultimi anni, oltre ai tagli economici, ritengo responsabilità di qualche governo quella di aver fatto venir meno il senso morale dei cittadini... Ecco, io credo sia fondamentale che il sindacato trovi delle forme di comunicazione per tutti, perché è vero, i provvedimenti positivi che questo governo ha adottato li conosciamo quelli che partecipano alle riunioni sindacali, quelli che partecipano alle riunioni politiche, quelli che partecipano alle “tavole rotonde”, ma la stragrande maggioranza della gente non sa che qualcosa si sta facendo. Poi vediamo tutto un rincorrersi dei vari organi della comunicazione, e sembra quasi che ognuno faccia eco alle dichiarazioni...
Donato Bianchi
Sono uno di quei “sindacalisti di frontiera” che citava il giornalista dell’Unità. Condivido quello che diceva, ma vorrei fare alcune considerazioni rispetto alla soluzione dei problemi che riguardano la sicurezza sul lavoro, perché sono convinto che da una parte si sta facendo molto, perché le cose che diceva prima De Alessandri sono vere, però io vedo una difficoltà di fondo... Forse ho avuto il privilegio di fare il delegato di fabbrica per sedici anni, in un’azienda sindacalizzata, dove il sindacato c’era e si discuteva col capo, si discuteva col direttore, si discuteva con l’amministratore delegato, su tutte le questioni compresa la questione della sicurezza. Si interveniva, fermando magari gli impianti quando c’era un problema... Ma a volte si creavano comunque situazioni molto delicate, perché quando si chiede sicurezza alle aziende vuol dire chiedere alle aziende di tirar fuori i soldi. Significa dire ai datori di lavoro, o ai padroni, come vogliamo chiamarli, di tirar fuori soldi, a volte anche molti, nel senso che l’impianto di aspirazione di un’acciaieria può costare anche miliardi. Se lì dentro c’è una organizzazione dei lavoratori, con delle persone sensibili come possono essere i rappresentanti sindacali, che poi coinvolgono anche tutti gli altri lavoratori, alla fine qualche risultato si riesce a portarlo a casa. Nel settore dell’edilizia, che io sto seguendo da un paio d’anni, manca quasi sempre quel livello di organizzazione sindacale. Manca il delegato, manca il lavoratore... È vero che c’è il Rlst, che è molto importante, ma è molto più difficile per un Rlst che arriva dall’esterno, che non è un lavoratore del cantiere, quindi è più difficile per lui parlare con i lavoratori, anche perché ci sono spesso resistenze da parte delle aziende, quindi è come se ci fosse un anello mancante...
Sulla legislazione, anch’io credo che sia necessario e urgente fare il Testo unico, perché di leggi ce ne sono anche troppe, nel senso che bisogna metterle insieme, semplificarle, e fare delle cose ben precise che vadano nella direzione giusta, dove uno capisce meglio quel che si deve fare, mentre oggi ci sono tante di quelle contraddizioni...
Un’ultima cosa rispetto al discorso della “concorrenza sleale”, io su questo argomento ho una mia opinione, cioè ritengo che se gli imprenditori “regolari” non denunciano mai nessuno è perché sono quelli che fanno lavorare in subappalto certi “banditi”. Quindi non si tratta di concorrenza sleale. Ci sono magari aziende con sette o otto dipendenti tutti in regola, versamenti Cassa edile perfetti, contributi a posto, straordinari in busta, poi prendono un lavoro di tot soldi e lo danno in subappalto a un’azienda che non è in regola. Quindi sono tutti complici, secondo me. Non distinguerai molto... Salvo forse l’impresa artigiana a gestione famigliare, ma quello è un altro discorso. Ma nella maggior parte dei casi c’è molta complicità fra le aziende regolari e quelle irregolari.
Bortolo Pessognelli
Sull’Ispettorato del lavoro, bisogna fare in modo che ci sia gente onesta, non gente che prima di andare a fare il controllo fa una telefonata in ditta per dire: guarda che stiamo arrivando... Seconda cosa: in questi giorni abbiamo visto il processo per il crollo di quella scuola dove sono morti ventun bambini, nessun colpevole, tutti innocenti….è questa la chiamiamo giustizia?
Elmo Bazzana
Il pericolo di queste riunioni è quello della retorica, però cercherò di evitarlo... Ricordiamoci che sul mercato del lavoro tutti, compreso il sindacato ha delle responsabilità... Noi abbiamo un mercato del lavoro sempre più flessibile, e questo ci porta ad avere precarietà.. Vediamo nelle fabbriche, dove vengono assunte persone per tre mesi, cosa vai a verificare la sicurezza?... Sull’informazione, al di là di qualche rara eccezione, è molto più semplice da parte dei grandi mass-media, e parlo anche della Rai, trasmettere dei telefilm, mentre i problemi del lavoro non vengono neppure sfiorati, se non marginalmente...
La flessibilità ha portato anche a queste cose, perché non abbiamo più un contatto...
Gabriele Calzaferri
Una breve considerazione, visto che abbiamo presenti anche autorevoli giornalisti. Vorrei partire da un dato: abbiamo detto che la stampa ha incominciato ad occuparsi in maniera un po’ più dettagliata degli infortuni sul lavoro dopo la forzatura del presidente Napolitano, ma ho l’impressione che si tenda ancora a seguire le cose sensazionali, si fanno articoli per un giorno o due, e poi ci si dimentica. C’è stato un passaggio in cui si è affermato la necessità di lavorare per le famiglie che hanno avuto dei morti sul lavoro, ma vorrei ricordare la necessità di lavorare anche per tutte quelle persone che hanno avuto danni permanenti da infortuni sul lavoro. E guardate che il problema è più grosso di quello che ci immaginiamo, ci sono milioni di persone che sono sole,chi ha perso la gamba o le braccia o chi è rimasto invalido in altro modo, non fa più sensazione rispetto alle esigenze della cronaca giornalistica.. Questo è un problema, una questione di carattere culturale che va recuperata... C’è comunque un’altra visione sostenuta da buona parte delle imprese e che va contrastata.Pochi giorni fa ho partecipato ad un dibattito a Bisogne con i responsabili dell’Ance e dell’Aib: al di là delle belle parole spese sulla necessità di avere più sicurezza e contrastare il lavoro nero, poi molti di loro pensano che quando c’è un infortunio sul lavoro, la responsabilità sia del lavoratore che è stato disattento . Se noi non vogliamo far sì che prevalga il concetto che è il più forte che detta le regole... il passaggio finale che faceva Domenico che il pesce più forte mangia sempre il pesce più piccolo deve potere avere delle risposte,in caso contrario guardate che il rischio è quello che alla fine chi perde è il cittadino più debole... Questa è la responsabilità che noi dobbiamo assumerci come sindacato, ma sicuramente c’è un problema, perché è vero che ci sono normative che devono essere rese esigibili,e per realizzare questo occorre che tutti svolgano si impegnino noi da una parte come sindacato ma è altrettanto vero che il ruolo della stampa e quello della magistratura possono fare molto.... Allora, se riusciremo a recuperare in questa direzione significa che recupereremo anche consenso da parte dei cittadini,verso le istituzioni, verso la politica e anche verso il sindacato...
Walter
Magri
Siamo partiti da un video che affrontava problemi non indifferenti per i lavoratori e per l’organizzazione... Problemi che a me fanno venire sempre un po’ la pelle d’oca. Chiederei ai giornalisti, al magistrato, ai sindacalisti, ma anche ai delegati e ai lavoratori: ognuno di voi, nel proprio lavoro, si sente ancora un lavoratore? Si sente ancora qualcuno legato a qualcun’altro che fa un altro lavoro ma che vive più o meno le stesse condizioni? Perché altrimenti rischieremo di trovarci qui una volta ogni tanto a parlare di qualche caso eccezionale, salvo poi... E quindi mi chiedo: riusciremo prima o poi, e credo tocchi ancora al sindacato, a rimettere insieme questi vari pezzi? Il magistrato che fa il proprio lavoro di magistrato, ma che però si sente partecipe di una società dove certi valori o ci sono o non ci sono. Perché altrimenti inseguiremo l’impresa e il dio soldo continuamente…
Penso anche a Genova, anche allora ci sono stati degli scoop, per quattro o cinque giorni, poi per anni non se n’è più parlato. Oggi stanno uscendo alcune copertine [?] rispetto a quello che è successo allora, ma con molte difficoltà... Anche allora si era riusciti a mettere insieme persone diverse, con culture diverse, che però tentavano, dopo vent’anni di liberismo, di impresa, di individuo... si era cominciato a ragionare su qualcosa di diverso, e io chiedo oggi al sindacato: ma c’è ancora qualcosa di diverso? Va benissimo l’iniziativa di oggi, per carità, magari ce ne fossero tutti i giorni... Però poi non possiamo fermarci qui, eh... Non posso fermarmi, quando chiedo al mio padrone, perché io lo chiamo padrone ancora anche oggi, “guarda che devi fare un intervento su quella macchina, perché c’è rumore, c’è polvere, c’è pericolo che qualcuno si faccia male...”, ma poi, quando è ora di agire, se non riusciamo con le buone maniere... Allora, serve la comunicazione, serve impegnarsi nel portare a conoscenza di più gente possibile tutto quello che può servire, ma per quanto ci riguarda come sindacato, ci crediamo ancora che il conflitto abbia qualche utilità in questo paese? Noi, rispetto all’impresa in generale, vogliamo provare a fare i conti con l’impresa com’è oggi?
Negli ultimi mesi si sono uccisi sette lavoratori sul posto di lavoro, alla Peugeot, non gente che ha difficoltà a trovare un lavoro... Questi problemi dovremo pure ricominciare a ridefinirli per quello che sono eh! Possiamo ragionarci sopra anni, possiamo inventarci tutte le balle... Ci sono fior di giornalisti, fior intellettuali, fior di qualsiasi genere che tutti i giorni ci raccontano che le cose capitano per caso, perché devono capitare, perché il mondo è così...
Noi questo mondo pensiamo che non debba essere così! Oggi possiamo ancora accontentarci solo delle parole? Possiamo accontentarci delle promesse di chi ci dice di essere vicino a noi un giorno sì e un giorno no, e poi scrivono cose che...
Elisabetta Reguitti
Io stessa sono una lavoratrice precaria, non sono dipendente del giornale per il quale scrivo. La mia retribuzione è corrisposta in base agli articoli pubblicati. E il fatto di essere presente oggi, a questa iniziativa, è dovuto ad una forte motivazione personale che mi ha condotta ad occuparmi con particolare attenzione di sicurezza sul lavoro. Per me questi argomenti rappresentano un percorso di scrittura. Cosa significa? Che molto probabilmente, per me, il tragico fatto di cronaca della morte di un lavoratore non rappresenta il tema di approfondimento giornalistico quanto piuttosto il pretesto per raccontare la realtà che c’è dietro. Io ho un ottimo rapporto di collaborazione con i rappresentanti della Fillea di Brescia. Un giorno ho effettuato un’uscita con il rappresentante Flavio Squassino: lui chiedeva di entrare nei cantieri mentre io osservavo come agiva. Dal primo approccio con il responsabile del cantiere al parlare con i lavoratori che gli si rivolgevano chiedendogli informazioni. Quella mattinata trascorsa tra alcuni dei numerosi cantieri edili di Brescia e provincia, da un punto di vista giornalistico, ha rappresentato un’importante opportunità di conoscenza di questa singola realtà lavorativa nella quale è fondamentale il ruolo dei rappresentanti sindacali. Un aspetto sottolineato anche dagli ispettori della direzione provinciale del lavoro (Dpl) di Brescia che ho incontrato successivamente e che mi hanno confermato come: «un lavoratore sindacalizzato per noi è un lavoratore che esiste ed è fondamentale che tutti i lavoratori “esistano”».
Ora vorrei aprire una parentesi di giornalismo di “genere” nel senso che gli infortuni sul lavoro per le donne rappresentano un grande, un triplice fattore di handicap. Una lavoratrice che subisce un grave infortunio o che si ammala sul lavoro è una donna che subisce un handicap dalle ripercussioni sia fisiche che psicologiche ma ricordiamo che una donna che perde il compagno di vita oppure il marito sul lavoro subisce è anch’essa vittima indiretta. Non a caso, insieme ad Anmil, stiamo organizzando per venerdì 7 settembre un convegno che si terrà nel salone vanvitelliano di palazzo Loggia dal titolo: “Non solo 8 marzo” durante il quale si parlerà della condizione della donna negli infortuni sul lavoro.
Federico Bisceglia
Cercando di essere propositivo, vediamo cosa si può fare per risolvere questi problemi.
La prima cosa è disporre il sequestro obbligatorio dell’azienda nell’ipotesi di violazioni di carattere antinfortunistica. Se la molla che spinge l’imprenditore è il profitto, si avrà che l’imprenditore che vede la sua azienda bloccata, al fine di riprendere l’attività, provvederà immediatamente ad eseguire quegli accorgimenti che possono salvare la vita dei lavoratori. Oggi, al contrario, l’imprenditore può usufruire di un termine per regolarizzare la sua posizione mantenendo l’azienda in attività con l’ovvio rischio per chi opera.
In secondo luogo, gli accertamenti di carattere antinfortunistico oggi sono delegati esclusivamente alle ASL. Appare opportuno far sì che gli accertamenti in materia antinfortunistica possano essere effettuati anche dalle altre forze di polizia che, ovviamente, dovranno essere adeguatamente qualificate mediante la previsione di corsi ed attività formative utili allo scopo. Si potrebbero creare nuclei specializzati sul modello del Nucleo Anti Sofisticazioni (NAS) o il Nucleo Operativo Ecologico (NOE). D’altra parte, la creazione di questi nuclei specializzati consentono di fare un salto di qualità e di operare con soggetti che non sono legati al territorio, quindi non possono essere legati all’imprenditore.
In generale, sono assolutamente necessarie norme chiare e non soggette a continue variazioni che, a loro volta, comportano la necessità di istruzioni da parte degli operatori. In Parlamento ci sono esponenti molto qualificati, che sanno fare il loro lavoro; ne consegue che se non sono state adottate determinate misure vuol dire che non c’è la volontà politica di farlo. È poi necessaria un continuo impegno - e questo viene lasciato alla nostra coscienza - nel cercare di collaborare sempre con le autorità, quando si verificano infortuni sul lavoro, senza metterci a pensare che perderemo il posto, perché un posto di lavoro in cui non si rispettano le normative antinfortunistiche può essere il posto che ci fa perdere la vita.
Giampiero Rossi
Siamo
qui al nord, in Valcamonica. In Valcamonica c’è la mafia? C’è la camorra? Non
mi risulta. Ma noi siamo qui a parlare di omertà, di un’omertà imbarazzante, vergognosa e
amareggiante. E allora, anche qui, ecco, i diritti dei lavoratori
come vivono, dov’è la legalità di tutti...E torno all’informazione. Il
rischio, abbiamo detto, è che prima o poi sparisca il
senso di emergenza e spariscano anche gli appelli di Napolitano. Insomma,
l’effetto assuefazione è pericoloso. Per questo anche al centesimo, al millesimo morto ritorneremo a scrivere, non
ci stancheremo di farlo, a costo di ripetere le stesse cose. E concludo dicendo che voi dovete essere contenti, orgogliosi,
soddisfatti di questa giornata. Voi che siete qui da stamattina ad ascoltare
noi, dopo dieci anni da quel tragico evento della morte di un vostro compagno
di lavoro, a dimostrare che vi interessano anche le
iniziative che portano verso un Paese e una società civile.
Franco De Alessandri
Due minuti per dire che io porto con grande sincerità il sostegno della Cgil, della Fillea nazionale e di Martini, alla Cgil e alla Fillea della Valcamonica. Dopo dieci anni, riuscire a mettere in piedi una iniziativa così sentita, così vera come questa di stamattina, come testimonianza anche per un lavoro futuro, non è una cosa tanto ordinaria... Fare delle cose in tema di sicurezza e di integrità psico-fisica dei lavoratori, però, richiede una grande battaglia, ma richiede anche un concerto di interventi: la magistratura, il sindacato, la politica (anche se ogni volta che si parla della politica viene fuori la sensazione di aver detto una brutta parola)...
In sostanza, bisogna fare delle cose concrete! Per esempio, come sindacato, noi vogliamo portare a casa dei risultati concreti, magari anche timidi [?] e parziali. Stiamo facendo una discussione sui rinnovi contrattuali, e abbiamo posto nelle nostre piattaforme due obiettivi.
Primo, formazione per la sicurezza. È un nodo strategico. Se uno vuole capire il pericolo che sta in un processo produttivo, in una fabbrica o in un cantiere, deve studiare. Quindi, formazione. E più potere, più risorse agli strumenti del sindacato, ai Rappresentanti sindacali dei lavoratori, in tema di sicurezza. Quindi bisogna conquistare anche per via contrattuale maggiori poteri...
Secondo, io vorrei espellere dal nostro vocabolo la parola “fatalità”. Quando c’è un incidente sul lavoro, quando c’è un morto, non esiste nessuna fatalità. Quando c’è un incidente sul lavoro è perché in tema di prevenzione e sicurezza non è stato [parola incomprensibile]. Spesso e volentieri perché il padrone ha voluto risparmiare sui sistemi di prevenzione, e quasi sempre perché c’è stata negligenza consapevole da parte del datore di lavoro.
Non esiste fatalità. Perché nessun uomo e nessuna donna si espone volontariamente al pericolo. Spesso succede perché bisogna fare presto, perché hai il ricatto che se non lo fai tu... Esistono delle responsabilità oggettive, che stanno in capo a colui che è preposto...
Infine, forse finirà come dici tu, che alla fine del 2007 noi avremo meno di mille morti sul lavoro, ma noi avremo una situazione nella quale può darsi che diminuisca la cifra totale degli infortuni, ma aumenta la gravità. Aumentano proprio quei casi invalidanti...
Domenico Ghirardi
Per come è andata l’iniziativa, mi sento di dire che oggi sicuramente non abbiamo fatto retorica. Il fatto importante in sé è quello di esserci ritrovati qui dopo dieci anni a ricordare Fausto Spagnoli.
Qualche giorno fa, mentre leggevo un manifesto sulle nostre bacheche delle Camere del lavoro Comunali, mi ha avvicinato un lavoratore, e mi ha detto: “Però, il sindacato si ricorda ancora un mio compagno di lavoro dopo dieci anni dalla morte!”. E risposi che la battaglia per vedere riaffermato i propri diritti e la propria dignità non sono mai acquisiti per sempre, ricordare una morte simbolo come quella che è capitata a Fausto Spagnoli serve a ricordare quanto è avvenuto e che sia di richiamo a tutti affinché certi fatti non succedano più. Continuai la conversazione con quel muratore e gli dissi che Fausto, non era iscritto al sindacato, non era assicurato e lavorava in nero, perché era sospeso da un’azienda che non gli anticipava la Cassa integrazione, e siccome aveva appena formato la famiglia, per poter avere da che vivere è andato a lavorare in nero come fanno in molti in edilizia. È grazie a quanti sono iscritti al sindacato che abbiamo potuto fare quello che abbiamo fatto per Fausto. Fausto è morto, appunto, il “primo giorno di lavoro”, perché di fronte alle falsità dei testi nel riportare le versioni palesemente contraddittorie tra loro, qualche individuo ha suggerito almeno di farlo risultare come infortunio e allora si sono sentiti in “dovere” di almeno assicuralo per consentire alla moglie di avere la pensione di reversibilità dall’Inail e dall’Inps.
In questi giorni, centinaia di manifesti sono stati affissi su tutto il comprensorio, faranno parlare e discutere e quella riflessione che faceva il muratore la faranno anche altri cittadini, vedendo che il sindacato si ricorda, anche dopo dieci anni... E credo che anche i giornalisti che sono qui, domani racconteranno e faranno informazione.. Ieri sera ci siamo trovati con i familiari dove è morto Fausto, li c’è una lapide con la sua foto, formato carta d’identità e la data di nascita e della sua morte. Noi ne abbiamo messa un’altra, con la foto di muratore, e con la scritta: “Una morte senza verità e giustizia a causa di quanti sapevano e hanno continuato a tacere”. Quelle due lapidi con nel mezzo la croce si confronteranno. Sono lo specchio di due verità. Credo che chi passando di lì prima vedeva una lapide, ripassandoci oggi si chiederà il perché delle due lapidi. Quindi, sinceramente non vorrei essere né nei compagni di lavoro di Fausto, che continuano a portarsi nella coscienza il fatto di aver taciuto, e neppure nel titolare dell’impresa, che in nome dell’interesse personale s’è rifiutato di rendere un po’ più di giustizia verso una persona che ha perso la vita lavorando per lui.
La terza questione è che qui oggi si sono confrontati dei soggetti diversi: l’informazione, la magistratura, il sindacato, lavoratrici e lavoratori... Sono convinto che abbiamo aggiunto uno scalino per la creazione di una nuova scala valoriale che rimetta al centro il valore del lavoro e le condizioni che le lavoratrici ed i lavoratori sono costretti ad accettare per potere guadagnarsi da vivere. Questa credo sia la cosa più bella che abbiamo potuto fare...