PREFAZIONE (di Mimmo Franzinelli)
Le annotazioni autobiografiche di Pietro Brescianini
apportano un nuovo valido contributo a quel filone di "scrittura
popolare" sviluppatosi rigogliosamente negli ultimi anni: un genere che ha
trovato i principali centri di raccolta e di valorizzione nell"'Archivio
diaristico nazionale" di Pieve S. Stefano (Arezzo) e nell"'Archivio
di scrittura popolare" del Museo del Risorgimento e della lotta per la
libertà di Trento[1].
Per quanto riguarda il comprensorio
camuno-sebino vi sono purtroppo pochi precedenti di pubblicazioni in qualche
modo analoghe per ispirazione a quella qui presentata: obbligata la citazione
de La "Cattastrofe", il
diario di guerra del pastore di Pezzo (Pontedilegno) Duilio Faustinelli, edito
nel 1982 dal Circolo culturale Ghislandi. Stavolta il fulcro delle vicende
ricostruite sul filo della memoria consiste non già nella grande guerra, bensì
nell'esperienza resistenziale; secondo elemento differenziante è l'approdo del
protagonista ad una cosciente attività politica, nella quale scompare
quell'individualismo che invece contraddistinguerà l'intero itinerario
filosofico-esistenziale del Faustinelli.
La vita di Pietro Brescianini si snoda
attraverso tre principali fasi: a) dalla nascita sino all'8 settembre 1943 in
ambito rurale; b) dall'armistizio sino alla liberazione in una complessa
esperienza che dall ' arruolamento coatto nella Repubblica sociale italiana
sbocca come scelta naturale nel movimento resistenziale; c) nel secondo
dopoguerra nella militanza comunista.
Elemento trasversale e costante del
settantennio 1925-1995 è costituito dal rilievo rivestito dal fattore
economico: la dura lotta per l'esistenza, col sudore della fronte e nelle
ristrettezze quotidiane, tanto è vero che le stentate condizioni di vita
segnano Brescianini fin nel soprannome ("Scarpa": ai lettori il
piacere di scoprire l'origine del curioso epiteto).
«Non eravamo padroni di nulla». Questa
telegrafica constatazione rende in tutta la sua pregnanza i sacrifici di vite
segnate e piegate dal lavoro – il padre di "Scarpa" muore stroncato
dalla malattia polmonare contratta sul campo di battaglia, non riconosciuta
come invalidante – e al tempo stesso apre l' orizzonte ad un totalizzante
impegno politico, sostenuto dall'esigenza esistenziale di un riscatto
collettivo, di matrice classista.
Le pagine sull'infanzia rendono con efficacia
i riferimenti della comunità contadina di Cortefranca, rinchiusa in una
religiosità incombente e paganeggiante, che nel culto dei santi trova il
rifugio e attinge la speranza per reggere il peso delle avversità naturali e
sociali, che individua nei pellegrinaggi al santuario della "Madonna della
neve" il passaggio obbligato sul cammino della "grazia" (la cui
verosimiglianza era attestata dagli innumerevoli ex voto depositati dai
beneficiati intorno all'effigie mariana).
Ennesimo elemento tipico consiste nella forza
delle divisioni di campanile, sfociate inevitabilmente in risse e in contese
ingaggiate tra i giovanotti dei paesi confinanti.
Ulteriore fattore essenziale
dell'autobiografia è rappresentato dalla medicina popolare, qui presente sia
nell'aspetto di dannosa superstizione che con immondi impiastri rende cronica
l'otite del fanciullo sia nella "cura del fuoco" che guarisce
misteriosamente il moribondo laddove la scienza medica sentenzia l'imminente
dipartita del paziente.
Le vicende di Brescianini appartengono alla
generazione sottoposta dal regime mussoliniano alle medesime prove, in pace
come in guerra, dapprima incatenata nella subalternità al "padrone" e
poi gettata come carne da cannone nella fucina della guerra, sacrificata ai progetti
di conquista dell'Asse Berlino-Roma-Tokio. Il racconto dei mesi trascorsi a
cavallo tra il 1943 e i11944 in terra tedesca, nell'addestramento militare con
le reclute della Divisione "Monterosa", è molto dettagliato e
realistico, grondante fame e umiliazioni. L'intrinseca debolezza delle gracili
forze armate repubblichine risalta sin dalla fase di incubazione: quell'
esercito è allestito in larga parte con giovani arruolati a forza, indotti a
presentarsi ai bandi di reclutamento col ricatto delle rappresaglie contro i
familiari dei renitenti alla leva. La condizione servile nei confronti
dell'alleato-padrone completa lo sconfortante quadro.
Col rimpatrio la diserzione diviene anche per
Brescianini il passaggio naturale per ricollegarsi con le proprie radici
popolari e recuperare piena dignità sociale e politica: disertare rappresenta
insomma il superamento della "linea d'ombra" tra la giovinezza e la
maturità, saltare a piè pari il confine che separa la subalternità dal
protagonismo (ancorché collettivo, in sintonia con le esigenze del momento e
con gli insegnamenti dei vecchi antifascisti).
La vita partigiana viene descritta con
naturalezza, in una prosa scorrevole e aliena da voli retorici, decisa a
restituire il sapore di tante giornate riempite dalla speranza e dalla
solidarietà, dalla demoralizzazione e dalla paura, dalle difficoltà logistiche
e dalle drammatiche inadeguatezze dell'assistenza sanitaria, con la rabbia che
sale in corpo contro i tedeschi e i loro servi fascisti.
Brescianini ha trascritto tanti nomi di lotta
dei suoi compagni partigiani: da "Giarabù" attestante la martellante
propaganda imperiale del regime a "Tirano" originato dal riferimento
all'estrazione geografica del ribelle, da "Aramis" occhieggiante ai
romanzi di cappa e spada a "Valchiesa" testimonianza della precedente
esperienza di leva... Si può tentare di utilizzare i nomi di battaglia per
risalire all'immaginario collettivo di quei ragazzi datisi alla macchia certo
più per scelta istintiva che non per consapevoli valutazioni di natura
politica.
Il rapporto tra i partigiani e le popolazioni
rurali della provincia di Parma[2],
desumibile dalla meticolosa descrizione di tante peregrinazioni attraverso
monti e pianure, viene focalizzato in decine e decine di sequenze legate alla
sopravvivenza delle formazioni ribellistiche, sostenute da un reticolo di
solidarietà rischiosa e dolorosa, eppure reale e generosamente elargita a
dispetto degli incombenti pericoli di rappresaglia.
La terza e ultima parte delle memorie di
Brescianini, quella cronologicamente più cospicua (comprendendo cinquanta dei
suoi settant'anni), è caratterizzata dalla militanza nella CGIL e nel Partito
comunista, scelta concepita come la prosecuzione logica e lineare della lotta resistenziale.
Differentemente da quanto accadeva negli anni del regime, stavolta allo
sfruttamento padronale in fabbrica e alle ingerenze clericali nella vita
quotidiana della comunità di paese si contrappone una tenace e talvolta
disperata azione politico-sindacale, tendente all'aggregazione dei lavoratori
per ridurre la nocività negli opifici di laterizi e per affermare nella pratica
i diritti di libertà sanciti dalla Costituzione.
Italo Nicoletto è il dirigente comunista al
quale Brescianini si sente più vicino per sensibilità e affinità ideale.
L'attenzione posta dal deputato bresciano alla condizione operaia, con la
sollecitudine nel trasformare le denunzie di "Scarpa" in
interpellanze parlamentari, costituisce l'ennesima riprova della coerenza di
vita dell'uomo che nel bresciano più di ogni altro s'impegnò nel testimoniare
le idealità comuniste e le ragioni dell'antifascismo[3].
Nello scorrere la sezione del dopoguerra si
avverte più che per la narrazione degli anni precedenti l'influenza di fattori
di ordine politico generale (su tutti, il crollo del sistema sovietico e il
processo di trasformazione politica del PCI in PDS) nell'opera di revisione
autobiografica: l'odierna crisi della sinistra – vissuta da tanti vecchi
militanti come minaccia al significato più profondo delle lotte della propria
generazione – favorisce reazioni di arroccamento sulle posizioni sostenute
precedentemente, con l'orgogliosa e un poco esibita riproposizione di valori
oggi caduti in disuso.
Traspare dalle ultime pagine dello scritto
una consapevole volontà pedagogica, segnata dall'amarezza per l'intuibile
difficoltà di trovare un terreno proficuo, eppure tenacemente sviluppata per
quel senso del dovere che impone di testimoniare dignità, coerenza e
persistente validità di comportamenti antagonistici alla base di tante
conquiste "di civiltà" conseguite dal movimento operaio a prezzo di
tanti sacrifici, conquiste divenute patrimonio comune ma oggi rimesse in
discussione.
Nel presentare il
primo volume della collana Il tempo e
la memoria auspichiamo che la collaborazione tra le
categorie sindacali della CGIL e il Circolo culturale Ghislandi porti presto
alla pubblicazione di nuove preziose testimonianze di scrittura popolare, da
anni depositate presso l'Archivio del Circolo: ad esempio dei quaderni di
Ignazio Tecchi (giovane di Losine maturatosi nell'emigrazione antifascista
degli anni Trenta e poi collaboratore del movimento resistenziale della media
Valcamonica) e di Battista Fioletti (contadino di Corteno arruolato nel secondo
conflitto mondiale), densi di eventi rivissuti con partecipazione ed espressi
in forma spontanea e affascinante, significativi documenti di quel "mondo
di ieri" nel quale affondano le nostre radici.
[1] Cfr. i volumi stampati
dall' editrice Giunti nella collana "Diario italiano" curata da
Saverio Turino e in coedizione dal Museo storico in Trento e dal Museo storico
italiano della guerra in Rovereto nella collana "Scritture di
guerra".
[2] Il lettore interessato
all'inquadramento generale delle vicende descritte da Brescianini potrà
proficuamente consultare il volume di Angelo Del Boca La scelta (ed. Feltrinelli) e scorrere le pagine del lungo
saggio di Sergio Piovesan Gli alpini
della Divisione "Monterosa" e la lotta di liberazione sull'Appennino ligure-piacentino (pubblicato sui numeri
15-19/1992-1996 di "Studi piacentini", rivista dell'Istituto storico
della Resistenza e dell'età contemporanea).
[3] Di ltalo Nicoletto
(1909-1992) si vedano le Lettere dal
carcere, dal confine, dall' esilio
e l'autobiografia Anni della mia vita, Ed. Micheletti, Brescia, 1980-1981, oltre al fascicolo
commemorativo curato da Gianni Sciola ne11993 per conto della Fondazione Luigi
Micheletti.