Prefazione

di Mimmo Franzinelli

 

 

Il titolo di questa raccolta di testimonianze su Teofilo Bertoli - Forno Allione e dintorni - allude alla molteplicità di percorsi esistenziali e sociali che hanno avuto lo stabilimento camuno come essenziale riferimento di lavoro e di impegno sindacale nel mezzo secolo intercorso tra la seconda guerra mondiale e la chiusura degli impianti produttivi.

Attraverso i ricordi di alcuni collaboratori e amici che lo ebbero come compagno di lavoro in fabbrica e come elemento di riferimento nel sindacato, la figura di Teofilo esce delineata nei suoi tratti distintivi: l’onestà, la coerenza, la dedizione al lavoro, la fiducia nella possibilità di costruire una nuova e più equa dimensione nei rapporti interpersonali e sociali. Al fondo del suo impegno stava un irriducibile sentimento di solidarietà con gli operai; come risulta da un’intervista qui di seguito pubblicata, il punto sul quale Bertoli sempre ha insistito è la dignità dei lavoratori, specialmente di quelli meno in grado di far valere i propri diritti, in reparto e altrove.

Ho intervistato in più riprese Bertoli, dal 1978 al 1994, per raccogliere informazioni sulla 54ª Brigata Garibaldi e sul periodo della ricostruzione in Valcamonica. Le sue rievocazioni del movimento partigiano e delle lotte sindacali mi sono da subito apparse particolarmente interessanti in quanto antiretoriche e a tratti addirittura demistificatorie, se raffrontate alla mitologia costruita anche in Valcamonica attorno al fenomeno resistenziale. Lui, garibaldino, non si lasciava condizionare dallo spirito di corpo e senza perifrasi affermava - portando una serie di situazioni vissute di persona - che a livello organizzativo la 54ª Brigata si era rivelata un mezzo disastro, incapace di dotarsi di quell’inquadramento militare che caratterizzò ad esempio le Fiamme Verdi, oppure raccontava l’attacco al presidio fascista di Pontedilegno - con espressioni realistiche - come una sonora sconfitta. Due erano per Bertoli i punti di riferimento positivi di quel periodo travagliato: 1) lo spirito di ribellione contro gli oppressori fascisti e nazisti, come elemento di riscatto della dignità nazionale; 2) il fatto che - a dispetto dell’esiguità della potenza di fuoco dei partigiani - i nazifascisti avessero distolto dal fronte reparti agguerriti per arginare il dilagare della guerriglia, cosicchè si era indirettamente ottenuto il prezioso risultato di favorire l’avanzata degli Alleati.

Talvolta le parole di Teofilo suonavano amare, specie nel denunciare lo scarto esistente tra speranze, potenzialità e sacrifici da un lato e i risultati concreti dall’altro. Eppure, anche nei momenti di più profonda amarezza, il suo è il discorso di chi è ben cosciente che bisogna accollarsi quei sacrifici e impegnarsi anche a livello individuale per modificare - sia pure in misura impercettibile - gli assetti sociali, nell’ambiente in cui ci si trova a vivere e ad operare.

Chi lo ha conosciuto sa bene che in Valcamonica raramente è avvenuto che una persona sia rispettata e stimata, come lui lo è stato, al di fuori della cerchia degli amici e delle persone con cui si condividono vedute politico-ideologiche. Tra le sue doti vi erano la ponderatezza, derivante dall’avere attraversato a fronte alta tante vicende - anche dolorose, e la generosità nel comprendere le ragioni dei comportamenti altrui, per cui non pretendeva la coerenza negli altri ma la praticava. Rimasi stupito, anni addietro, nel vedere che era rimasto amico di un paio di persone che nell’immediato dopoguerra avevano cambiato le loro vedute ideali (le stesse di Teofilo) abbracciando posizioni di segno opposto (assai più remunerative): alle mie riserve di natura morale rispose pacatamente, enumerando i sacrifici che dopo il 1945 un militante sindacale doveva sopportare sacrificando famiglia, benessere e carriera, per cui era logico - questo il senso della sua replica - che non tutti potessero reggere lo sforzo prolungato di un’esistenza così dura. Lui lo aveva fatto, ma non esibiva come titolo di merito la propria linearità né si permetteva giudizi su chi aveva seguito itinerari più agevoli.

Tra i tanti episodi che delineano il quadro della personalità generosa di Teofilo vorrei richiamare quello, dell’immediato dopoguerra, relativo alla controversa sepoltura di un partigiano sovietico - Michele Corbut - arruolatosi con i garibaldini valligiani e ucciso a Malonno l’11 novembre 1944 dai fascisti in un’imboscata. Don Rodondi era contrario a trasferire la salma nel cimitero, con la motivazione che un comunista ateo non poteva venire accolto in luogo consacrato. Bertoli ritenne ingiusta questa discriminazione e sostenne con ostinazione il diritto del russo a riposare nel camposanto di Malonno. La spiacevole questione venne risolta dal vescovo di Brescia, che sulla base di una lettera di Teofilo - testimonianza in favore di Corbut: non bestemmiava e, anzi, in un paio di circostanze difficili aveva invocato la protezione della Madonna - “consigliò” all’arciprete di concedere l’inumazione. Don Rodondi si piegò di malavoglia, ma stabilì che la tomba fosse collocata appena dentro il cancello.

Anche in altre occasioni Bertoli fu coinvolto in polemiche serrate con l’arciprete, insieme a un socialista stabilitosi per qualche tempo a Malonno: Ottorino Vecchia, ferroviere socialista, grande amico di Teofilo e come lui attratto da un ideale di vita coerente ed egualitario. Negli anni 1943-45, quando lavorava come capostazione a Forno Allione, Vecchia corse seri rischi aiutando i “ribelli”. Nella testimonianza autobiografica che apre questo volume Bertoli ricorda altre figure di lavoratori più anziani di lui (Giosuè Arimondi, Alfonso Zucchi...), dai quali in certa misura mutuò valori di giustizia e riferimenti sociali cui rimase fedele per tutta la vita e che a sua volta testimoniò per la generazione di operai a lui successiva.

Conclusa la guerra e dopo un quarto di secolo di attiva militanza sindacale condotta giorno dopo giorno nei momenti liberi dal lavoro, Bertoli ha avuto la soddisfazione di veder crescere nella fabbrica di Forno Allione una nuova leva di lavoratori sensibili alle problematiche del sindacato, concepito come l’organismo che a contatto con gli operai ne interpreta le esigenze più significative e preme sulla direzione aziendale per migliorare l’ambiente produttivo ed elevare le condizioni normativo-salariali. All’inizio degli anni 70, mentre altri della sua generazione rimanevano attaccati al sistema di relazioni sindacali basato sulla Commissione Interna (da tempo trasformatasi in una struttura burocratica), egli si aprì alla radicale novità dei Consigli di fabbrica, rappresentativi di tutti i lavoratori e non soltanto di quelli sindacalizzati, per cui la designazione avveniva su scheda bianca al di fuori da candidature motivate dall’appartenenza all’una o all’altra organizzazione: a decidere l’elezione era essenzialmente la fiducia nutrita dai lavoratori di un reparto verso i loro compagni più rappresentativi1.

Il materiale qui assemblato si presta ad osservazioni di varia natura: politica, sindacale, sociale e anche sociologica. Vengono in mente le analisi elaborate all’inizio degli anni 50 dal giovane funzionario comunista Giancarlo Zinoni, che - inviato in Valle dal PCI con l’improbo compito di attrezzare una rete di sezioni e di cellule - si sforzò innanzitutto di comprendere le peculiarità locali e analizzò il carattere ibrido dell’operaio camuno, condizionato anche a livello culturale dal retroterra agricolo, disposto a sopportare pazientemente le imposizioni imprenditoriali tranne poi esplodere in subitanee forme di protesta per ritornare ben presto alla consueta passività: “È nel suo complesso una classe operaia ancora grezza e giovane, contaminata da un primitivismo provinciale spinto fino a forme acute, tanto da assistere a lotte tra operai di una stessa fabbrica ma di diversi paesi per contendersi il posto di lavoro”.

I militanti sindacali qui intervistati appartengono alla generazione successiva, ideologicamente propensa all’unità classista e alle trattative con la controparte aziendale per avviare a soluzione i problemi della fabbrica. La concezione “pansindacale” radicata tra i lavoratori di Forno Allione sin dagli anni 60 diffida della politica e vuole tenere i partiti lontani dal luogo di lavoro; del resto una visione classista precede e sovrasta l’appartenenza alle singole organizzazioni sindacali. Il maggiore elemento di raccordo col passato è forse costituito dall’etica del lavoro, ovvero dalla piena accettazione del proprio ruolo di produttori con quanto ciò comporta in termini di fatica e di orgoglio. Dalla seconda metà degli anni 70 si evidenzia un contrasto via via crescente tra sindacato e direzione dello stabilimento proprio su questo punto: ai delegati che insistono sulla necessità di uscire dalla crisi produttiva col potenziamento dei reparti vengono fornite risposte evasive, dietro le quali - come si è poi visto - stava la totale disponibilità a tradurre in pratica le direttive della multinazionale per la chiusura della fabbrica. Tale obiettivo è stato poi raggiunto, con sistemi anche discutibili e pregiudizievoli dei diritti acquisiti sul piano previdenziale da alcune decine di lavoratori (è tuttora pendente una causa dinanzi alla magistratura, promossa da ex dipendenti che si ritengono danneggiati dalla mancata attuazione delle norme sul prepensionamento).

Una delle ultime battaglie ingaggiate da Teofilo Bertoli e dai suoi compagni di lavoro, quella contro la nocività, non si è ancora conclusa. Le provvisorie risultanze dell’indagine compiuta dalla Clinica del lavoro dell’Università di Pavia e dall’Ussl 15 di Breno confermerebbero le più pessimistiche valutazioni di parte operaia sulla pericolosità di determinate produzioni. Del resto le stesse circostanze della morte di Bertoli, preceduta da escrescenze tumorali, sono probabilmente ricollegabili alla sua presenza pluridecennale nello stabilimento di Forno Allione.

La smobilitazione dell’Union Carbide, il licenziamento degli ultimi lavoratori senza il beneficio dei meccanismi previdenziali, le risultanze sulla nocività di alcune lavorazioni sono il triste lascito ereditario della struttura produttiva che per un settantennio ha caratterizzato il villaggio di Forno Allione. Gli operai e le loro rappresentanze sindacali hanno fatto il possibile per scongiurare un simile esito, non altrettanto può dirsi per i dirigenti locali. Vorrei citare un piccolo episodio, in sé minimo ma comunque abbastanza significativo, avvenuto nell’estate 1993, quando già le sorti dello stabilimento erano segnate dall’evidente scelta aziendale di chiudere i battenti. La Biblioteca civica di Cedegolo stava allora stampando una monografia sulla storia dello stabilimento, scritta da un ex impiegato dell’Union Carbide, da poco deceduto. Il direttore della fabbrica tentò tutto per evitare la pubblicazione del volume, minacciando addirittura il ricorso alla magistratura contro i promotori del libro, ufficialmente per la tutela del segreto aziendale (motivazione pretestuosa e paradossale valutati sia il contenuto della ricerca sia la fase di avanzata smobilitazione dei reparti), sostanzialmente per la possibilità che il volume venisse recepito dalla comunità locale come uno stimolo alla difesa della realtà produttiva agonizzante, che si voleva chiudere al più presto e senza intralci.

Anche la memoria, insomma, può dare fastidio a chi stringe le leve del potere e intende orientarle in una data direzione.

In questo orizzonte tutt’altro che rassicurante, senz’altro fosco dal punto di vista occupazionale, la raccolta di queste testimonianze su Teofilo Bertoli, Forno Allione e dintorni si propone - in linea con il filone ispirativo della collana “Il tempo e la memoria” - come un contributo alla ricostruzione delle esperienze di vita e di lavoro della Valcamonica di ieri, in una fase di travaglio e di cambiamento.