Donne
PREFAZIONE (di Liliana Fassa)
Il sindacato Spi di Valle Camonica-Sebino sceglie una data non casuale, l’otto marzo, per pubblicare tre brevi interviste ad altrettante donne il cui impegno è ancora ben evidente nel territorio. Le ha raccolte Tullio Clementi, che ha sollecitato i ricordi cercando di interloquire il meno possibile (laddove la passione per la materia narrata gliel’ha concesso), al punto che i racconti che ne risultano possono apparire disomogenei: testimonianza scritta o dialogo vero e proprio.
Non si tratta di storie esemplari, non di esperienze extra-ordinarie, bensì di vissuti comuni a molte coetanee delle intervistate: donne che - come Maria Tagli, Carla Masnovi e Vittoria Tedeschi – hanno percorso da sole strade diverse e ad un certo momento hanno maturato che sì, una fetta delle proprie energie e del proprio tempo valeva la pena di spenderli insieme ad altre e ad altri in un progetto che tenesse insieme le storie individuali, magari per cercare di dare ad esse un senso ed una prospettiva. Ne è derivato uno spendersi generosamente nel pubblico, con semplicità e tenacia, senza attendersi riconoscimenti od onori.
Tutte e tre le intervistate scelgono di raccontarsi attraverso la chiave di lettura prioritaria della partecipazione (all’attività sindacale o a quella politica, all’amministrazione del proprio comune o ai collettivi femministi, al volontariato sociale o all’impegno umanitario) e la scelta non è fortuita, ma conseguente all’essere stata questa la condizione – comune, ripeto, a diverse generazioni di uomini, ma soprattutto di donne – attraverso cui in anni recenti si acquisiva un forte senso di sé.
Non viene detto in quali
circostanze e con quali modalità è avvenuto il passaggio alla dimensione
partecipativa, quasi fosse un dato naturale ed ineludibile tale da non
necessitare di spiegazione alcuna; Carla però sottolinea come fosse importante
la condivisione nel gruppo perché “da lì
veniva la forza che ti dava lo stimolo per continuare ad impegnarti” e Maria ricorda come anche il separatismo
sessista sia stato necessario “per essere
presenti in modo più completo, non solo complementare”.
Nell’arco dell’esperienza di vita di ciascuna delle intervistate, i settori in cui si esplica la partecipazione si alternano o, più frequentemente, si intrecciano, quasi che, una volta imboccata la strada, non sia stato più possibile “rassegnarsi a restare inattive”, come dice Maria parlando dei tristi anni Ottanta.
Impenitenti, sono ancora sulla breccia.
Partecipazione, attività pubblica, senso di sé. Sono dunque tre storie “femministe”? Sarebbe riduttivo crederlo, ma è vero che sono tre vissuti impensabili se non nel contesto degli anni in cui le donne esplosero come soggetto sociale, gli anni ‘60/’70. (La stessa vicenda di Vittoria, pur partita giovanissima alla volta della metropoli, acquista spessore e significato solo dal ’61, anno dell’ingresso nella grande fabbrica).
Si tratta di tre segmenti che rendono, anche se per frammenti, uno spaccato fedele di quegli anni, evidenziando in particolare la determinazione femminile a divenire soggetto di decisione, in polemica più o meno esplicita con l’autoritarismo parentale.
Ed offrono uno spaccato degli stereotipi che nei decenni precedenti hanno accompagnato l’educazione delle figlie. Si prenda ad esempio l’atteggiamento nei confronti della prosecuzione negli studi, così come lo esplicita Maria: non sempre erano le ristrettezze economiche ad ostacolare la crescita culturale delle femmine, quanto la convinzione della superiorità “dell’avere in mano un mestiere” rispetto all’istruzione o dell’inutilità della stessa per chi poi avrebbe inevitabilmente dovuto – e non per scelta autonoma - occuparsi di casa e di figli.
Carla ha un’esperienza simile, ma alla fine riesce a far accettare al padre la scelta di riprendere gli studi, segno che la redistribuzione delle decisioni era ormai un dato acquisito.
Quanti anni luce siamo distanti, oggi? La demografia ci dice che oggi la scolarizzazione femminile ha superato in quantità e qualità quella maschile, che le ragazze accedono in percentuale maggiore rispetto ai coetanei maschi ai livelli alti dell’istruzione, che impiegano meno anni a diplomarsi o a laurearsi, che ottengono votazioni più brillanti. Sarebbe interessante indagare su quanto abbia influito su questi esiti il fatto che le ragazze hanno potuto contare, in casa e fuori, spesso senza averne consapevolezza, su modelli comportamentali femminili positivi e forti.
Ancora a proposito di stereotipi culturali, è emblematico ciò che racconta Vittoria riferendosi alla propria famiglia contadina: il considerare sconveniente, per una donna, il lavoro in fabbrica. Sconveniente dal punto di vista morale, evidentemente, per la promiscuità che esso comportava. Era stato un problema sin dagli inizi dell’impiego della manodopera femminile nella fabbrica, al punto che il paternalismo aziendalistico aveva voluto accanto ad ogni stabilimento la costruzione di convitti, generalmente gestiti da religiose, con lo scopo principale di controllare i comportamenti delle ragazze provenienti dai paesi del circondario e che non dovevano/potevano essere lasciate in balìa di se stesse. In Valle Camonica uno di questi convitti sorgeva a Cogno e ce n’era uno dirimpetto al cotonificio di Boario, dove una gestione appena meno miope del territorio avrebbe gelosamente conservato – se avesse avuto un pizzico di cultura in più - le tracce materiali dell’insediamento lavorativo e degli annessi, così da ancorare più efficacemente la memoria.
Vittoria racconta “cose dell’altro mondo”. Parla di fabbriche enormi, dense di lavoro, operai e relazioni, di intense esperienze di vita. Teme di rifletterne solo un ricordo pacificato e ci tiene a sottolineare i conflitti e le contraddizioni – forti anche tra compagni – di uno sviluppo ingenuo e caotico. Racconta l’orizzonte entro cui pulsava quella vita, dove stavano non in antinomia né gerarchicamente ordinati sia la difesa delle centoduemila lire di contingenza che la gestione degli asili nido, i viaggi a Mosca, le lotte per l’industrializzazione del Mezzogiorno e quelle per conquistarsi lo spazio in fabbrica dove appendere l’Unità ogni mattina. Le definisce “le cose essenziali”; ricorda il “contatto umano” e “la voglia di capire” che trasudava nelle assemblee. Racconta, insomma, il contesto lavorativo in cui si sono strutturate per lungo tempo identità personali e collettive.
E oggi, oggi che i lavoratori dell’industria sono ridotti a 1/3 di quello che erano negli anni ’70 (sono i dati forniti in questi giorni dalla Cgil milanese), oggi che le fabbriche di Sesto e hinterland sono aree dismesse, una lunga sequela di capannoni vuoti buoni solo per accogliere qualche immigrato che un lavoro magari in nero lo trova ma una casa no, oggi che è il territorio che è diventato fabbrica e i lavori sono così parcellizzati e dispersi che è difficile persino comunicarne, le Carle le Marie le Vittorie di oggi dove si costruiscono le identità individuali e collettive? Quali i loro percorsi, i loro riferimenti?
Le tre interviste ci lasciano questo vuoto. Sono un canto cui manca il controcanto. Perché Maria, Carla e Vittoria raccontano di sé, ma non a sé e non in modo preferenziale alle coetanee. Non raccontano per bisogno di confermarsi circa la bontà dei propri percorsi, ma perché esperienze come le loro e i tempi che hanno vissuto meritano attenzione e conoscenza, perché il ricordo è occasione di confronto e di stimolo a capire oltre, per chi ascolta come per chi parla.
Perché è l’otto marzo, un giorno che nel loro vissuto è stato principalmente un giorno di militanza, prima ancora che di festa; il giorno in cui porgere il mazzetto di mimose legato con lo spaghino rosso alle donne distratte che passavano frettolosamente nelle piazze o a quelle che, stanche, lasciavano le fabbriche dopo il turno di lavoro era un’occasione in più per tessere reti di relazioni, di lotte, di progetti.
Liliana Fassa