INTRODUZIONE (di Cinzia Arzu e Piero Gonfalonieri)

 

Quello che si presenta nelle seguenti pagine è un diario di viaggio, che racconta i due mesi (dal 30 giugno al 5 settembre 1985) che Carlo Branchi passò in Nicaragua, piccolo paese del Centroamerica.

Si tratta di un viaggio un po’ speciale, in un paese molto particolare. Carlo sbarca in una realtà nuova e difficile, strana e “transitoria” o, se vogliamo, precaria. Sbarca e già la prima sera scrive:

«Voglio scoprirla questa città, voglio cercarne la gente, capirla, se mi è possibile, tornare con un'idea...» [1 luglio]

Nel testo non mancano osservazioni e descrizioni dell’ambiente naturale; ne troviamo traccia in molte pagine, e una frase per tutte descrive con efficacia lo straniamento di fronte a paesaggi inusuali e quasi irreali: 

Il viaggio ha assunto momenti intensi, quando la barca, scivolando sull’acqua, pareva trasportarci all’interno di un paesaggio da jungla. Un paesaggio assolutamente nuovo per noi ‘occidentali’!” [9 luglio]

L’attenzione di Carlo è però rivolta principalmente alle persone e alla situazione in cui vivono.

Compito non facile, se si pensa che il Nicaragua viveva in quegli anni un momento assolutamente particolare della sua storia. Questo Paese, pressoché sconosciuto alla maggior parte dell’opinione pubblica europea fino al 1979, salì alla ribalta delle cronache dopo l‘insurrezione popolare che abbatté la dittatura di Somoza. Si trattava della “classica” dittatura latinoamericana: quarant’anni di potere tramandato di padre in figlio; repressione feroce; una repubblica gestita come un grande latifondo… Dopo anni di guerriglia sparuta e decimata, “los muchachos” del Frente Sandinista de Liberación Nacional erano riusciti a catalizzare il vasto scontento della popolazione, e dal 1976 la dittatura aveva dovuto usare le armi più terribili per tentare di controllare la situazione: sequestri e torture, bombardamenti sui quartieri insorti. L’evento che segnò “l’inizio della fine” per la dittatura fu il terribile terremoto che nella notte di Natale del 1972 distrusse Managua, la capitale.  A partire da quel momento, quando fu chiaro all’intera popolazione che Somoza e la sua famiglia si stavano arricchendo anche sugli aiuti internazionali che affluivano nel Paese, tutti i settori sociali iniziarono a guardare con simpatia il crescente movimento di opposizione, o perlomeno diminuì il consenso al regime.

Così, quando il 17 luglio 1979, con tutte le principali città del Paese in mano agli insorti, il dittatore scappa dal suo “bunker” nel centro di Managua, e ancor più quando, due giorni dopo, i sandinisti, seguiti e mescolati alla folla esultante, entrano nella capitale, non sono solo gli analisti e la stampa internazionale di sinistra che danno rilievo alla notizia, ma un po’ tutta l’opinione pubblica si commuove nel rivivere il mito di Davide e Golia. Anche la Conferenza Episcopale Nicaraguense emette un comunicato di giubilo per la fine della guerra civile e di grande apertura verso i sandinisti.

Chi siano poi davvero questi giovani “sandinisti”, fuori dal Centroamerica lo sanno davvero in pochi.  Si rifanno ad Augusto César Sandino, un uomo del popolo nato alla fine dell’Ottocento a Niquinomo, un piccolo villaggio del centro del Paese, che emigra in Messico per lavorare come operaio nell’industria petrolifera. Quando ritorna in Nicaragua, è intriso di idee anti-imperialiste e nazionaliste: il suo paese giorno sì, giorno no, viene occupato dalle truppe statunitensi, interessate alla zona, perché vi si stava progettando un canale inter-oceanico (poi realizzato invece a Panama). Per alcuni anni (dal 1927 al ’33) il suo piccolo “esercito pazzo” mette in scacco i marines americani, gli “yankee”. Poi con un tradimento viene attirato nel Palazzo, e qui un sergente dell’esercito, tirato su rapidamente dagli americani, lo uccide. Il sergente si chiamava Anastasio Somoza. Inizia la dinastia “somozista”…

L’indubbio appoggio popolare al Frente Sandinista e alle forze anti-somoziste nel 1979 rinfranca le formazioni di sinistra latinoamericane e del mondo; obbliga i governi centroamericani a rivedere le politiche regionali; impone inizialmente un atteggiamento di cautela da parte degli stessi Stati Uniti, che solo all’ultimo momento “mollarono” Somoza.

I primi anni di governo rivoluzionario sono una esplosione di allegria e creatività: un grande sforzo per debellare l’analfabetismo viene realizzato nelle campagne, si incentiva la cultura, la poesia; si prendono a prestito da Cuba molti schemi organizzativi, ma in qualche misura vengono “tropicalizzati”, resi meno rigidi da una cultura che è molto immediata, diretta, un po’ “alla mano”; la forte religiosità popolare trova spazio nel progetto di costruzione di un “Hombre Nuevo” in una società più giusta …  Nel 1981 si creano le prime fratture: un settore di borghesia nicaraguense anti-somozista, che pure partecipava alla “Junta de Gobierno” (tra questi, Violeta de Chamorro, che poi nelle elezioni del 1990 sconfiggerà i sandinisti diventando presidente della Repubblica) si allontana parlando di radicalizzazione e di legami con l’Unione Sovietica; una figura come Eden Pastora (un leader miltare dei sandinisti) se ne va in Costa Rica e costituisce un suo gruppo, che poi arriverà a svolgere azioni militari contro gli ex-amici.

Gli Stati Uniti, dalla svolta  a sinistra del governo, decidono che non possono permettersi un’altra Cuba e riorganizzano i tanti membri della polizia di Somoza scappati in Honduras. Armati di tutto punto, addestrati da consiglieri nordamericani, alloggiati in basi militari predisposte in territorio honduregno, questi costituiranno “la contra”, cioè la forza controrivoluzionaria che scatenerà una guerra totale. Contemporaneamente, gli USA attuano un ferreo blocco economico contro il Nicaragua. L’accerchiamento toglie il fiato ad un Paese grande un terzo dell’Italia e con 3 milioni e mezzo di abitanti in tutto.

 

Carlo arriva nel Paese in un momento in cui l’offensiva della “Contra” è particolarmente intensa, e sta determinando una involuzione nel processo rivoluzionario: obbliga ad entrare nella logica militare e prosciuga le poche risorse esistenti nello sforzo bellico. La guerra, anche e proprio attraverso la testimonianza di Carlo, ci arriva nelle sue due dimensioni: una concreta e vera, cioè lo stillicidio di attentati, attacchi e sabotaggi della “Contra”, l’altra più subdola e inquietante, data dalla minaccia sempre nell’aria di un intervento militare diretto dei “marines” statunitensi.

Sulla stampa si parlava di una invasione Usa per domani... Ma la città vive la sua vita di sempre.” [3 luglio]

Il diario riesce a ricreare il clima che si respirava nel Nicaragua di quegli anni: il riferimento a «Il deserto dei tartari» (se dal punto di vista letterario è ardito) può servire per rendere al lettore italiano la sensazione di attesa, la sospensione del tempo, il respiro trattenuto nei momenti in cui più sembrava avvicinarsi quella eventualità drammatica.

Lo sforzo realizzato dall’autore per capire una realtà tanto diversa è attestato lungo tutte le pagine del diario, anche nei momenti più duri, quando tra le righe emerge con sincerità la solitudine

Giornata molto calda e pessima come morale. Mi sento molto giù, e… solo!” [24 luglio]

la stanchezza, un certo senso di angoscia. Anche quando si chiede

Gli occhioni della piccola Ada Francie mi danno gioia e speranza, ma mostrano anche tutta la mia impotenza. Posso solo vedere, osservare, registrare… Che altro?” [14 agosto]

o ancora semplicemente scrive:

Noi un giorno, relativamente vicino, potremo andarcene, ma chi deve rimanere sempre qui?” [13 agosto]

 

Perché l’incontro con questa realtà è duro. Carlo, e con lui chi legge il suo diario, si trova a vivere una tensione che aumenta di giorno in giorno per un assedio che diventa anche fisico: il gruppo di italiani di cui fa parte l’autore si trova in un paesino rurale circondato dalla “contra”. La permanenza ad Achuapa (questo il nome dell’abitato, situato nel nord del Paese), già di per sé non facile per i disagi che implica il convivere con la povertà, assume una valenza drammatica quando gli echi delle sparatorie diventano “accompagnamento musicale” notturno, quando i morti hanno facce conosciute, quando la ferocia della guerra diventa concreta e palpabile quotidianità. Carlo resta più di venti giorni ad Achuapa, e sono le pagine di diario più tese e intense, dove allo sguardo razionale di chi cerca di capire si affianca la rabbia, l’impotenza, il timore. Non è inutile ricordare che gli stranieri che si trovavano in Nicaragua per visitare o accompagnare il processo rivoluzionario, erano considerati dalla “contra” dei nemici. Benché possa apparire paradossale, negli anni Ottanta sono più di dieci i giovani statunitensi uccisi dagli antisandinisti (finanziati proprio dal governo di Bush), perché stavano aiutando la rivoluzione. L’assedio ad Achuapa potrebbe essere inteso come una allegoria della situazione di tutto il Nicaragua in quel momento, se si trattasse di un romanzo; ma qui sono annotazioni quotidiane su quanto succedeva davvero intorno all’autore!

Con tutti i disagi di cui il diario dà conto, con i momenti in cui sembra prevalere la sensazione di essere un intruso, Carlo trova un equilibrio nel momento in cui afferma

Io vivo questo dramma [la guerra, l’estrema miseria, ecc.] nel chiuso della mia cultura ‘occidentale’, conscio, tuttavia, dell’eccezionalità estrema del momento storico” [12 luglio]

Conscio quindi di questo ruolo di testimone, scrive ed annota: il titolo del quotidiano, la notizia al telegiornale, l’aneddoto di “vita quotidiana” che, sommato ai suoi commenti, offre uno spaccato di cosa ha voluto dire vivere in quel momento in Nicaragua.

Esperienza condivisa, peraltro, da migliaia di giovani (e non solo) europei, latinoamericani e nordamericani, che a partire dal 1980-’81 giunsero qui per capire cosa stava succedendo e per contribuire all’esperienza innovativa. Per tutti il decennio, il Nicaragua sarà percorso da persone e gruppi, brigate di lavoro volontario e operatori della cooperazione che offriranno le proprie competenze per ricostruire il Paese. Le brigate per la raccolta del caffè, per esempio, mobilitarono tantissimi giovani europei che condivisero il duro lavoro nelle piantagioni. Con molta ragione Carlo si pone tante domande sul reale contributo di questi gruppi ben intenzionati, e vive le contraddizioni ed i dibattiti interni al piccolo progetto italiano di Achuapa. La meta era costruire un centro sociale; la tensione del momento, la scarsa organizzazione del lavoro, i rapporti poco chiari rispetto alla parrocchia ed al prete italiano, complicano le relazioni umane e dividono il gruppo tra chi ritiene che la priorità sia portare avanti la costruzione a tutti i costi, e chi pensa che si debba alternare il lavoro puramente manuale, con un rapporto più intenso con la gente e la realtà circostante.

Di fatto Carlo farà proprio questo: lavoro al cantiere, ma anche giri nelle frazioni rurali, conversazioni con le donne e gli uomini del paese, momenti di gioco con i bambini.

Il viaggio in Nicaragua è quindi molto più di una semplice visita. In questo caso l’immersione è totale, o comunque molto forte, ed è un crescendo dalle prime pagine che ci narrano della vita di quartiere a Managua, fino all’incubo di Achuapa, che segna il climax del diario

Sono ritornato questo pomeriggio sconvolto da mille pensieri. Ho vissuto una giornata ed una notte nel regno della paura primordiale. Quella che può aver provato l’uomo antico…” [20 agosto]

e che ha rappresentato per l’autore  il varcare un confine:

Ma Sonico appartiene ad un’altra dimensione. Io stesso vivo, me ne sto convincendo sempre di più, in un’altra dimensione, geografica, umana, politica e temporale.” [11 agosto]

Carlo vive questa realtà e ne trasmette in ogni pagina la sensazione e il peso

La guerra che incombe sul Nicaragua fa continuamente capolino” [7 luglio]

Anche nelle brevi pause di visita a monumenti storici o edifici coloniali, sembra quasi che l’attimo carpito alla vicenda storica contingente sia presto squarciato da un riferimento al senso di sospensione dato dalle minaccie di invasione militare degli Stati Uniti

Incombeva, oltre al caldo torrido, la presenza spettrale, orribile, della guerra, attraverso testimonianze atroci. Guardavo quei volti e pensavo al dramma che portavano dentro.” [14 luglio]

 

Tra le tanti chiavi di lettura e i molti spunti di riflessione, si vogliono suggerire qui le tre presenze, quelli che ci sembrano i tre “protagonisti” del diario. Tre elementi che trovano spazio e attenzione in quasi tutte le sue pagine: la guerra, la pioggia, i bambini.  E di nuovo, è significativo non solo il fatto che questi elementi costituiscano dei leit-motiv nel testo, ma che tutti e tre configurino e rappresentino proprio la “Alterità” del Nicaragua rispetto alle situazioni conosciute.

La guerra, innanzitutto. Di essa già si è detto sopra ed è scontato dire che essa non fa più parte della nostra esperienza vissuta, come italiani.

Carlo scrive

Guerra: parola che pareva così lontana, forse vana, ormai, prima di iniziare la mia avventura nicaraguense. Invece la guerra è qui, nei volti tesi della gente, nelle vedove, negli orfani, nelle madri dei caduti che comincio a conoscere, nell’accorrere di armati…” [11 agosto]

E ancora

Quella visione delle nere bare mi perseguita. Questa morte vera, possibile, abbatte la coscienza, abbatte ogni certezza.” [17 agosto]

Ma anche la pioggia, un elemento naturale che certo si considera normalmente definibile in termini universali, anche la pioggia segna e sottolinea la assoluta diversità di questo paese con l’Italia.

No, non è l’acqua delle piogge italiane: è il cielo che si squarcia e vomita valanghe di rivoli. La via, polverosa col sole, si trasforma in torrente” [21 agosto]

Le grandi piogge sono veramente ‘grandi’! Il cielo si fa scurissimo, con enormi cumuli neri di nubi che rotolano velocemente sulla città. Con spettacolari scariche elettriche che solcano l’orizzonte quasi per intiero…  (17 luglio)

Infine, ma ultimo solo per poter approfondire maggiormente questo tema, così importante per l’autore, i bambini.

I bambini: ecco un’altra cosa di qui, sono ovunque, tutti ugualmente curiosi, rumorosi e sporchi, dello sporco di chi ha confidenza con la terra…” [22 luglio]

Sono una realtà chiassosa, onnipresente. Scalzi, sporchi, stracciati, allegrissimi, ciarlieri, con occhi che incantano… Li incontri ovunque” [5 agosto]

Non si dimentichi che Carlo è un maestro. Insieme allo sguardo del ricercatore c’è quello dell’insegnante, che compara i diversi modi di vivere l’infanzia in Nicaragua ed in Italia

Escluso i bambini dei ‘ricchi’, che sono standardizzati come da noi e paiono avere, oltre che gli stessi vestiti, anche gli stessi volti schifati. I bambini del Nicaragua della rivoluzione sono veri, e perciò belli!” [22 luglio]

scatta anche il coinvolgimento affettivo, una emotività che in molte frasi emerge

Sulla soglia si affacciano cinque stupendi bimbi: hanno uno sguardo vivacissimo. Una bambina mi affascina.” [4 agosto]

Mi sono innamorato di una bimbetta di quattro anni, Ada Francie, che è la fine del mondo. Un visino e due occhi da paradiso. Si è attaccata subito a me. La simpatia è stata reciproca, improvvisa.” [9 agosto]

Ed è nel vedere quei sorrisi tramutarsi in smorfia di paura, nel percepire una infanzia rubata dalla guerra che insiste sulla parola rabbia.

Penso ai bambini di oggi, fuori dal paese, e provo tanta rabbia” [4 agosto]

Rabbia perché

Erano i più poveri, gli uccisi. E quella gente, attaccata con i denti a quei pezzi di terra, è la più umile e la più povera del Nicaragua: sono quelli che pagano direttamente sulla loro pelle questa guerra” [20 agosto]

Come sappiamo, quella gente umile e povera ha poi dovuto scegliere “liberamente” nelle elezioni del 1990 tra dare fiducia ai sandinisti e all’esperimento rivoluzionario, sapendo che la guerra sarebbe proseguita e intensificata, o votare la coalizione di tutti gli altri partiti (ben 14 formazioni politiche) che vi si contrapponeva e la cui campagna elettorale implicita era: “Gli Stati Uniti fanno guerra al Nicaragua; noi siamo amici degli Stati Uniti, quindi se vinciamo le elezioni finisce la guerra”. Cosa avreste votato voi??  Vinse la coalizione di centro destra, che portava alla presidenza della repubblica proprio Violeta Chamorro.  Pezzo dopo pezzo la rivoluzione iniziava ad essere smantellata, la riforma agraria erosa, i murales cancellati dai muri. Certo, la guerra è finita. L’analfabetismo è tornato ad aumentare.

Resta nella gente la memoria di una manciata di anni davvero speciali; resta il ricordo dei tanti che in quegli anni arrivarono dall’Europa e videro un tentativo di inventare insieme un Paese libero. Resta anche la testimonianza di Carlo.  E una domanda tra le tante, una domanda che fa a sé stesso, che interroga però le coscienze di tutti:

Potrò mai dimenticare tutto ciò?” [18 agosto]

 

Poiché Carlo non aveva dimenticato “quel” Nicaragua; perché noi tutti non si dimentichi Carlo e il nostro Nicaragua, per questo è giusto pubblicare questo diario. (Cinzia Arzu e Piero Confalonieri)