prefazione
Mimmo
Franzinelli
Cinquantotto anni dopo l’eccidio di
Case di Viso questa pubblicazione – progettata e curata da Giancarlo Maculotti
– presenta un’antologia di documenti e di testimonianze la cui lettura inquadra
la strage del 16 ottobre 1944 in una prospettiva problematica e complessa, in
parte ancora oscura. L’eccidio perpetrato nell’alpeggio di Pezzo si situa
dentro l’offensiva lanciata agli inizi dell’ottobre 1944 dal maresciallo
Kesselring contro le bande ed è funzionale al mantenimento nell’Alta Valle
dell’intesa di zona franca stipulata il 18 agosto nei pressi di Edolo tra le
fiamme verdi cortenesi e i tedeschi. Come alcuni testimoni intuirono,
l’occasione scatenante fu costituita dalla reazione germanica all’imboscata contro
una vettura di ufficiali, attuata il 14 ottobre da ribelli ignoti (il gruppetto
guidato dai fratelli Elio e Duilio Ferrari, di Vezza d’Oglio); si trattò di
un’azione eseguita senza l’autorizzazione dei comandanti delle fiamme verdi che
anzi, una volta a conoscenza dell’accaduto, se ne dichiararono estranei –
salvando così la tregua d’armi – e indicarono quali responsabili del ferimento
di un ufficiale tedesco i giovani di Pezzo collegati con Menici. Ne derivò una
sequenza di eventi a suo modo razionale (secondo la razionalità dell’occupante
nazista, ovviamente), cui nel 1995 ho dedicato la ricerca intitolata Un
dramma partigiano. Successivi rinvenimenti di documentazione d’epoca, negli
archivi tedeschi e svizzeri, hanno avvalorato quella ricostruzione, precisando
nei dettagli il ruolo dello stratega della zona franca: Ilmar Kaasik,
abilissimo ufficiale delle SS che nell’Alta Valcamonica alimentò le divisioni
tra i gruppi partigiani ivi dislocati, a tutto vantaggio dell’occupante.
L’esistenza proprio a Pezzo di un
gruppo partigiano escluso dalla tregua d’armi e in contatto col colonnello
Raffaele Menici indusse i tedeschi ad adottare il metodo del terrore, per
spezzare la solidarietà dei civili e fare terra bruciata attorno ai giovani
ribelli. E in effetti la strage spazzò via quei giovani renitenti, cui una
parte dell’opinione pubblica attribuì la responsabilità del sangue versato.
Testimoni e sopravvissuti
all’eccidio delle Case di Viso valutarono la strage come evento determinato e
dominato da dinamiche locali, ricercandone pertanto i «colpevoli» dentro la
comunità di paese. In realtà il terribile episodio rientra nelle linee d’azione
generali dell’occupazione tedesca, agevolate dal collaborazionismo del governo
neofascista. In alcuni casi lo scatenamento del terrore è ricollegabile a
motivazioni di ritorsione, in altri è invece determinato da intenti preventivi;
non sempre è agevole – nella ricostruzione storiografica – differenziare le
varie situazioni.
Le vicende postbelliche, con la
negazione cinquantennale da parte dello Stato di ogni esigenza di giustizia,
riconducono l’eccidio dell’Alta Valcamonica nel solco della storia nazionale,
nelle illegalità dell’«armadio della vergogna» dentro cui furono stipati il
fascicolo processuale di Pezzo ed altri 694 incartamenti processuali di
contenuto affine. Sino agli anni Ottanta la magistratura militare rimase
subordinata alle direttive governative: il procuratore militare capo doveva
attenersi alle norme politiche a lui impartite dall’esecutivo; nella fattispecie,
la volontà dei governanti esigevano l’oblio su questioni ritenute inopportune a
livello internazionale (la guerra fredda imponeva il riarmo tedesco e
l’inserimento della Repubblica federale di Germania nella NATO) e sul piano
interno (rimozione delle divisioni della guerra civile e delle ferite provocate
dall’occupazione nazista).
L’estate 1945 il maresciallo della
stazione dei carabinieri di Pontedilegno avviò le indagini e interrogò quali
testimoni i pastori Duilio e Giorgio Faustinelli, ma i suoi rapporti finirono
dapprima in un cassetto della procura militare di Roma e poi nel famigerato
armadio nascosto in uno sgabuzzino, analogamente a quanto accadde per un altro
fascicolo processuale collegato a quelle vicende in quanto riguardante
l’assassinio a Edolo di Zeffirino Ballardini (nipote del colonnello Menici) e
di Domenico Lazzarini (fiamma verde del “gruppo Ferrari” che, per salvare la
tregua d’armi, fu suo malgrado considerato garibaldino), il 10 novembre 1944, a
colpi di mitra alla nuca, senza processo. Su questo fatto di sangue i
carabinieri di Edolo stilarono il 16 giugno 1946 un rapporto coi nomi di tre
presunti responsabili: militari del reparto tedesco di stanza a Edolo, dei
quali veniva precisato anche il luogo di residenza; ragione in più, dalla
prospettiva del procuratore militare capo, per l’insabbiamento. Soltanto nel
1994 i due fascicoli, rinvenuti casualmente nello scantinato di Palazzo Cesi,
sede degli uffici giudiziari militari d’appello, pervenirono al loro giudice
naturale: la procura militare di Verona. Dato il lungo tempo trascorso, l’esito
delle indagini fu negativo: per gli omicidi di Edolo «archiviazione per essere
rimasti ignoti gli autori del crimine», mentre per l’eccidio di Pezzo le
archiviazioni furono disposte in due casi per il decesso dei militari indicati
come responsabili e nel terzo per irreperibilità del reo.
Il recente volume Le stragi
nascoste analizza le modalità degli occultamenti, perdurate sino alla metà
degli anni Novanta e seguite da istruttorie tardive, solo in pochi casi
sfociate in un processo. Qui vorrei soltanto evocare un paio di questioni,
invitando all’attenta lettura del saggio di Giancarlo Maculotti e delle dolenti
testimonianze di seguito trascritte. A livello locale il ricordo della strage
si è mantenuto essenzialmente in ambito familiare; la “giustizia negata” ha
amplificato il dolore dei congiunti per l’assenza di una verità giudiziaria e
contribuito al mantenimento delle divisioni registratesi all’indomani
dell’eccidio.
Un’analisi parziale e faziosa ha
ricondotto le responsabilità delle sei uccisioni ai partigiani: senza la loro
presenza – si è sostenuto – non vi sarebbe stato il rastrellamento. Bastava
insomma seguire le direttive collaborazioniste della RSI, o almeno «non
interessarsi di politica»... Ragionamenti dal sapore qualunquistico, di
giustificazione sostanziale del potere e delle violenze contro chi si oppose,
talvolta al costo della vita (in quel caso il commento dei “benpensanti”
suonava: «se l’è cercata, ma chi gliel’ha fatto fare...»). In contrapposizione
a ragionamenti giustificazionisti, il recupero e il mantenimento della memoria
sono oggi un omaggio alle vittime civili della violenza tedesca, con la
riaffermazione dei valori di convivenza democratica per i quali il partigiano
Celeste Zuelli si è battuto nell’Alta Valcamonica con altri giovani renitenti
alla chiamata dell’esercito di Mussolini.