PREFAZIONE

di Mimmo Franzinelli

 

Scrivere la storia di una fabbrica è una sfida difficile, poiché è necessario considerare – oltre alla dimensione produttiva – diversi altri fattori, interni ed esterni, di carattere sociale e ambientale. Si deve ripercorrere la storia di chi in quella azienda lavorò e al tempo stesso bisogna addentrarsi nelle vicende del territorio che – dagli aspetti ambientali a quelli socio-economici – fu influenzato dalle attività produttive sviluppate in quel determinato stabilimento. Se, nello specifico, l'azienda è l'Elettrografite-UCAR, lo studio diventa ancora più complesso e avvincente in quanto coinvolge le strategie economico-finanziarie di una multinazionale, riguarda una piccola isola industriale in una zona refrattaria ad attività imprenditoriali, evidenzia una figura professionale del tutto particolare (l'operaio-contadino) sconosciuta nei grandi centri urbani, illumina un'esperienza sindacale fortemente partecipata e nella quale i fattori interpersonali hanno probabilmente contato più che le appartenenze ideologiche. Quando infine l'indagine riguarda una fabbrica smobilitata, entrano in campo una molteplicità di fattori difficilmente ponderabili, che vanno dal rimpianto alla nostalgia alla rabbia sia per la chiusura dell'attività sia per il modo nel quale essa si è determinata.

Forno d'Allione ha alle spalle tradizioni lavorative di tutto rispetto. Il territorio alla confluenza del torrente Allione nel fiume Oglio è stato all'avanguardia della protoindustrializzazione, grazie a un insieme di fattori ottimali quali la disponibilità di metalli estratti dalle montagne sovrastanti Paisco-Loveno, la presenza in loco di un dinamico artigianato del ferro, l'attivazione di arcaici ma efficaci forni a legna, l'abbondante disponibilità di risorse idriche e di manodopera. A inizio Ottocento i fratelli Simoncini (che, insieme ai loro parenti Panzerini, costituivano l'aristocrazia cedegolese) si accordarono con l'imprenditore di Edolo Pietro Franzoni per la costruzione di un moderno forno fusorio di legna, entrato in funzione nel 1808 e gestito per circa un trentennio dalla ditta Simoncini-Panzerini, finché l'impianto fu rilevato da Giovanni Andrea Gregorini (1819-1878). Originario di Vezza d'Oglio e artefice dello sviluppo industriale del loverese, Gregorini più essere considerato – e non soltanto in ordine di tempo – il primo imprenditore camuno dell'epoca moderna. Una figura di estremo rilievo, ancora in attesa di un'adeguata valorizzazione storico-biografica.

Il forno fusorio valligiano produceva – a seconda delle richieste del mercato – cannoni di ghisa, proiettili di grosso calibro o attrezzi per il lavoro agricolo. Verso la metà del secolo XIX, quando la rivoluzione industriale non si era ancora sviluppata nella penisola, i prodotti di Forno d'Allione erano rinomati per l'ottima resa qualitativa. Le grandi dinamiche produttive determinarono il tramonto della fase artigianale e l'introduzione di tecniche sofisticate, che nell'ultimo ventennio dell'Ottocento emarginarono e poi cacciarono dal mercato le fucine della Valcamonica, inclusa quella di Forno. Gli ultimi fuochi si spensero e la disoccupazione si estese, con la via obbligata dell'emigrazione per tante persone che non potevano essere riassorbite dalla stentata economia agro-silvo-pastorale.

La scoperta dell'energia idroelettrica determinò a inizio del nuovo secolo una ripresa produttiva, grazie alla costruzione di una centrale alimentata con le acque dell'Allione. Il protagonista di questa fase fu Attilio Franchi (1860-1939), che sfruttando la forte domanda proveniente dalle esigenze belliche diede impulso ad una serie di attività imprenditoriali elettrosiderurgiche in provincia di Brescia, attraverso la Società anonima alti forni, fonderie, acciaierie e ferriere Franchi-Gregorini. La grande guerra rappresentò la migliore occasione per l'imprenditore bresciano di rilanciare la propria attività, producendo nello stabilimento di Forno Allione acciaio utilizzato per la costruzione di carri armati e di proiettili.

La storia si ripeteva, poiché sino a metà Ottocento le fucine sulla riva dell'Allione avevano sfornato bombe per l'esercito austriaco: la principale modifica consisteva nell'identità del committente, un dato politico, dunque. Il triennio 1916-18 si rivelò decisivo per il potenziamento delle strutture industriali, con una produzione iniziale di ventimila tonnellate annue. La fine della guerra fece crollare la domanda di acciaio e innescò una profonda crisi di riconversione industriale che, mentre penalizzò fortemente lo stabilimento siderurgico, valorizzò le due centrali elettriche di Forno e di Paisco, scorporate dalla Franchi-Gregorini nella nuova Società idroelettrica dell'Allione.

Nel 1930 l'ILVA assorbì lo stabilimento di Forno, con l'obiettivo di smantellare l'acciaieria e di trasferirne le strutture a Castro (Lovere).

Chiusa la lavorazione del metallo si preparava una nuova fase economica, che sarebbe durata un sessantennio, dall'inizio degli anni Trenta all'inizio degli anni Novanta. A fungere da elemento di raccordo tra la produzione siderurgica e quella di elettrodi grafitati fu il già citato Attilio Franchi, azionista di maggioranza della Società anonima Elettrografite di Marone, da lui costituita nel 1926 per la produzione e la messa in commercio di elettrodi. Gli alti costi energetici suggerirono di lì a un biennio il trasferimento dell'attività dalla sponda bresciana del lago d'Iseo alla media Valcamonica: il 3 dicembre 1928 l'assemblea degli azionisti mutò la denominazione sociale in Società anonima Elettrografite di Forno Allione. Con notevole rapidità, nel volgere di sei mesi lo stabilimento entrava in produzione con una quantità media mensile – per la seconda parte del 1929 – di 50 tonnellate, equivalenti a un quinto del fabbisogno nazionale di elettrodi per altoforno.

Le rosee previsioni si scontrarono con un quadro generale negativo. Nell'ottobre 1929 il crollo della borsa di New York innescò una gravissima crisi economica che avrebbe messo in ginocchio l'economia mondiale. L'anno successivo gli effetti della recessione si avvertirono anche in Italia e, nel contesto di ridimensionamento dell'attività industriale, il prezzo degli elettrodi si abbassò di molto – per la legge della domanda e dell'offerta – compromettendo le prospettive di sviluppo dell'azienda di Forno Allione. Nel giugno 1931 Franchi cedette la fabbrica alla Acheson Graphite Corporation di New York, la multinazionale che dominava il mercato mondiale del settore. Ne conseguirono l'aumento del capitale sociale e l'introduzione di migliorie nel processo produttivo, col risultato di consolidare la posizione dello stabilimento di Forno Allione, l'unico impianto italiano del colosso statunitense. Alla fine degli anni Trenta il numero dei dipendenti era salito a 280.

Nel 1939-40 le ripercussioni della guerra mondiale furono di duplice natura: da un lato accrebbero il rilievo strategico della fabbrica, nel quadro dello sforzo per il riarmo; dall'altro posero delicati problemi relativamente alla proprietà dello stabilimento, per l'insostenibilità di una situazione in cui un'azienda italiana appartenesse ai «plutocrati» di una nazione avversaria. Nell'inverno 1941-42, all'indomani della dichiarazione di guerra agli USA, lo stabilimento venne sequestrato e gli amministratori americani (Lavene e Willliamson) furono sostituiti da un delegato del ministero delle Corporazioni, un "sindacatore" che si affiancò agli altri membri del consiglio d'amministrazione rimasti in carica. A dispetto delle apparenze, nei tempi lunghi l'estromissione non avrebbe comportato una effettiva lesione dei diritti della proprietà, in quanto – ai fini pratici – i gestori italiani si considerarono dei “curatori” della multinazionale, pronti a passare la mano non appena la situazione internazionale lo avrebbe permesso. Non è quindi un caso che i bombardamenti aerei abbiano sostanzialmente risparmiato l'azienda di Forno Allione; l'eventuale distruzione dello stabilimento avrebbe infatti provocato un serio danno economico per la potente Corporation d'oltreoceano. D'altronde, costituitasi la Repubblica sociale italiana, il governo di Salò considerò lo stabilimento una “azienda nemica”, confermandone il sequestro e sostituendo il sequestratario (ritenuto un filobadogliano) con una persona maggiormente affidabile sul piano politico.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, col dissolvimento dell'esercito italiano e l'occupazione tedesca della penisola, la fabbrica venne presidiata da reparti germanici e nelle sua adiacenze si allestì un autoparco per la riparazione dei mezzi di trasporto militari. Un reparto speciale antisabotaggio vigilava sulla sicurezza degli impianti, scongiurando incursioni dei partigiani. In effetti nell'autunno 1944 elementi della 54a Brigata "Garibaldi" tentarono di danneggiare i trasformatori, dando esecuzione alla direttiva ricevuta dal Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia. La riuscita dell'attentato avrebbe fermato la produzione e costretto alla disoccupazione una parte delle maestranze, cosicché – a quanto pare – si verificò una specie di gioco delle parti: la direzione aziendale versò sottobanco un contributo economico ai garibaldini, i partigiani posizionarono la dinamite (dimostrando così al CLNAI di avere ottemperato all'indicazione ricevuta) e un paio di operai scoprirono l'esplosivo giusto in tempo utile al disinnesco della carica.

Cessata la guerra, gli statunitensi ritornarono ad esercitare le prerogative della proprietà; nel riprendere le loro funzioni Lavene e Willliamson si complimentarono con gli amministratori italiani per il modo in cui essi avevano «curato gli affari della Società durante la loro assenza». La ricostruzione postbellica di un'Europa semidistrutta dai bombardamenti richiedeva, tra gli altri elementi, una cospicua produzione di elettrodi grafitati, ragione per cui l'impianto di Forno Allione incrementò notevolmente l'attività e i profitti: il bilancio del 1945 accertò un utile superiore di ben tre volte rispetto a quello realizzato l'anno precedente.

Nella seconda metà degli anni Quaranta si attuò un significativa estensione delle strutture produttive, con la costruzione dell'impianto di trafilatura, l'installazione di moderni di forni di cottura e di grafitazione. In tal modo la capacità produttiva saliva per il reparto grafitazione a 7.500 tonnellate e per il reparto cottura a 6.000 tonnellate. Il periodo di maggiore incremento si ebbe dal 1954 al 1960, col raddoppio della capacità produttiva e il raggiungimento di livelli record sul piano occupazionale: 560 operai e 102 impiegati. Il punto di massima espansione venne toccato nel 1963, con ben 905 dipendenti.

Sulle vicende del secondo dopoguerra si diffondono due volumi cui il lettore interessato potrà attingere utilmente: la Storia dell'insediamento industriale di Forno Allione di Francesco Gino Frattini (edita nel 1993 dalla Biblioteca civica di Cedegolo) e Forno Allione e dintorni di Teofilo Bertoli (1998, per questa stessa collana). Due pubblicazioni postume, da intendersi come un lascito ideale da parte dei loro autori, due volumi che s'integrano armonicamente in quanto Frattini e Bertoli lavorarono a lungo in quello stabilimento – l'uno come impiegato, l'altro come operaio, l'uno animato da una forte fede cattolica e l'altro sostenuto da una non meno salda convinzione comunista – e rappresentarono un punto di riferimento per tanti loro colleghi. Quei due testi esprimono un reale attaccamento alle esperienze umane e produttive di Forno Allione, ne delineano momenti e aspetti che hanno segnato la vita di quello stabilimento. L'itinerario professionale di Bertoli e di Frattini è quello di due personalità significative della generazione di camuni che, antifascista per istinto, trovò nel movimento resistenziale l'approdo logico e anche dopo la liberazione continuò a portare dentro di sé gli ideali di una società più equa.

Il ripristino della democrazia si tradusse, dentro la fabbrica, nella ripresa dell'attività sindacale, con modalità piuttosto particolari, a partire dalla netta distinzione tra impiegati e operai, divisi da una barriera di incomunicabilità che trovava la più evidente forma di visibilità nella presenza di due diverse mense nonché nell'atteggiamento contrapposto dinanzi agli scioperi, con la massiccia adesione operaia fronteggiata da un'esigua partecipazione impiegatizia. Gli impiegati non erano per nulla propensi ad iniziative che li avrebbero posti in cattiva luce agli occhi alla direzione aziendale, cui essi si sentivano affini per sensibilità e per comunanza di interessi. Tranne limitate eccezioni, esisteva tra le due categorie di lavoratori una distanza abissale, al limite dell'incomunicabilità.

Nello stabilimento di Forno Allione non si trovava la figura professionale del "proletario" ma piuttosto l'ibrida figura dell'"operaio-contadino", entrato in fabbrica con una mentalità di piccolo lavoratore dei campi e persistentemente ancorato al retroterra agricolo, anche attraverso i canali familiari di un parentado esteso. Le ferie venivano per lo più destinate alla coltivazione dei campi e alla cura del bestiame.

Dopo una breve esperienza sindacale unitaria (1945-48) la problematica situazione socio-politica, con le ripercussioni della guerra fredda ingaggiata tra blocco capitalista e blocco socialista, determinò pesanti contraccolpi anche dentro le fabbriche, rendendo impossibile la collaborazione tra organizzazioni di differente ispirazione ideale. Come in ogni centro industriale, pure a Forno Allione le maestranze di orientamento socialista e comunista aderirono alla CGIL, mentre il personale filodemocristiano s'iscrisse alla CISL; il tentativo di costituire un terzo raggruppamento - UIL - non sortì esiti apprezzabili e si spense in un baleno. Le mobilitazioni sindacali ottennero rinnovi contrattuali nel complesso di buon livello, che resero particolarmente ambito il posto di lavoro all'Elettrografite. La maggiore peculiarità del microcosmo sindacale di Forno Allione è stata la preponderanza dell'elemento locale rispetto al dato generale, ovvero il rilievo dei rapporti interpersonali e del dato comune di appartenenza alla stessa fabbrica rispetto al fattore politico-ideologico generale. Ciò si rese tanto più evidente nei momenti di maggiore crisi, quando il sindacato – mediante forme di mobilitazione unitarie – riuscì a contrastare i progetti di ridimensionamento aziendale. Negli anni Sessanta imponenti manifestazioni pubbliche con blocchi della circolazione stradale fecero intendere alla direzione che la massa operaia intendeva difendere e se possibile accrescere i livelli occupazionali, in linearità con un'etica del lavoro di matrice produttivistica.

La rilevante novità della riscossa operaia del '68 si manifestò – tra l'altro – col superamento delle tradizionali forme di rappresentanza della commissione interna e con la sperimentazione di un nuovo strumento: il consiglio di fabbrica. A Forno Allione il passaggio dall'una all'altra forma di organizzazione operaia si rivelò convinto e radicale, con un rilevante ricambio generazionale e un rinnovato attivismo da parte della CISL, dal cui seno uscirono giovani dirigenti sindacali in grado di parlare un muovo linguaggio e di dare espressione più adeguata alle richieste dei lavoratori. Se dal 1945 alla guerra agli anni Sessanta la figura più rappresentativa dell'ambiente operaio era stata quella del comunista Teofilo Bertoli, alfiere della CGIL, la nuova fase ebbe quale protagonista il giovane cislino Gigi Mastaglia (appartenente a una famiglia di tradizioni socialiste), che come Bertoli respinse le lusinghe della direzione – promozioni, premi ecc. – e antepose al tornaconto personale gli interessi generali delle maestranze. La stima nutrita da Mastaglia per il "vecchio" Teofilo si coglie da uno stralcio della testimonianza scritta per il libro a lui dedicato: «È stato tra i fondatori del Sindacato nello stabilimento di Forno Allione, uno dei più giovani commissari di fabbrica. Mai è venuta a mancare la fiducia che i lavoratori ponevano in lui: è stato un punto di riferimento ed esempio per quanti hanno, nel tempo, assunto incarichi sindacali nello stabilimento di Forno Allione, e ciò a prescindere dal Sindacato di appartenenza. È stato vero difensore dei diritti dei lavoratori, è stato il sindacalista per antonomasia dell'importante fabbrica camuna. Nei momenti più difficili, quando i problemi sembravano insormontabili, quando sarebbe venuta voglia di mollare tutto, lui riusciva con l'esempio e l'esperienza a dare la carica, quella necessaria a continuare». Giudizio, quello di Mastaglia su Bertoli, che si adatta allo stesso Mastaglia, in quanto egli rappresentò nella nuova fase della vita sindacale l'equivalente di ciò Bertoli aveva impersonato sino a quel momento. Ciò senza nulla togliere a quel gruppo di attivisti, numericamente non esteso ma molto coeso e determinato, che contribuì allo sviluppo dell'organizzazione sindacale: da Cesare Bazzana a Albino Ferrati, da Mario Giacomini a Rodolfo Scolari...

Elemento qualificante del nuovo organismo sindacale fu l'attenzione per l'ambiente lavorativo, tanto è vero che l'accordo del 24 giugno 1971 sancì il ruolo della Clinica del Lavoro di Milano in materia di igiene del lavoro dentro lo stabilimento, con l'avvio di un'indagine conoscitiva. L'anno successivo il Consiglio di fabbrica presentò le preoccupanti risultanze dell'inchiesta con un monito significativo: «Con la salute non si scherza, pertanto o l'azienda si fa carico delle proprie responsabilità e s'impegna in modo concreto e non con mezzi termini ad eliminare la nocività o si troverà di fronte ad un movimento di lotta che investirà oltre all'azienda le autorità politiche, pubbliche e sanitarie della zona e della provincia».

Tuttavia l'azienda sabotò l'attuazione di questo specifico punto contrattuale, ribadendo la centralità della figura del “medico di fabbrica”, ovvero di un... suo dipendente che, data la posizione di subordinato della direzione, non garantiva alcuna possibilità di un controllo scrupoloso e oggettivo. Gli stessi tentativi del servizio di medicina del lavoro presente in Valcamonica di monitorare la situazione di Forno Allione furono ostacolati in vario modo, quasi che la tutela della salute delle maestranze e il rispetto dell'ambiente fossero questioni di competenza dell'azienda.

Dalla fine degli anni Sessanta, per un buon ventennio, l'attività dell'organizzazione sindacale dello stabilimento di grafite si è proiettata sul territorio, attraverso gli strumenti del Comitato intercategoriale e poi del Consiglio unitario di zona, rivestendo dunque una funzione ben più significativa di quella – già di per sé notevole – della negoziazione di migliori condizioni retributive e normative, tradizionale appannaggio del sindacato. In buona sostanza da Forno Allione si esercitò un'influenza positiva sul mondo del lavoro di tutta la Valle Camonica, come esempio e nerbo organizzativo sia per la costruzione di una rete di rappresentanza operaia sul posto di lavoro sia per la riuscita delle mobilitazioni generali che, sotto forma di scioperi generali, incalzarono i governi richiedendo una politica di riforme e di sviluppo. Il che significava, tradotto in camuno, agitazioni tendenti all'ammodernamento delle strade, al potenziamento delle strutture ospedaliere, al rafforzamento del sistema scolastico locale.

Questo discorso è valido per gli operai, mentre la presenza di impiegati e dirigenti di fabbrica caratterizzava i consigli comunali della zona (Cedegolo, Berzo-Demo, Paisco, Malonno), spesso con incarichi di assessore e di sindaco. Si verificava dunque una singolare differenziazione tra il peso della componente sindacalizzata degli operai nella società valligiana e il ruolo preponderante rivestito dai "colletti bianchi" nelle istituzioni preposte all'amministrazione pubblica.

Il primo durissimo attacco all'esistenza dello stabilimento si è avuto nel 1975, quando difficoltà generali di mercato convinsero l'azienda a "sacrificare" l'impianto di Forno Allione. In quella circostanza il sindacato attuò una straordinaria mobilitazione, respingendo provvedimenti che mediante il ricorso ad appalti esterni ridimensionassero l'occupazione. Dopo mesi di trattative, il 6 ottobre la direzione proclamò la serrata; seguirono due settimane di presidio e di iniziative pubbliche finalizzate alla solidarietà con le maestranze. Si raggiunse infine un'intesa, che se risolse momentaneamente la situazione non riuscì tuttavia ad imporre gli investimenti necessari all'ammodernamento degli impianti, divenuti via via obsoleti. In questo modo, dinanzi all'incalzare della crisi dell'acciaio e alla conseguente diminuzione del fabbisogno di elettrodi, la struttura di Forno Allione diveniva marginale e si avviava fatalmente alla chiusura, incalzata dalla concorrenza.

Dalla fine degli anni Settanta il sindacato si è trovato sulla difensiva. Le strategie della grande multinazionale Union Carbide non passavano più per Forno Allione ma privilegiavano, in termini di presenza italiana, il nuovo stabilimento di Caserta (reso più appetibile dalle rilevanti sovvenzioni pubbliche) e perseguivano una politica di insediamenti industriali in Paesi dove il costo del lavoro era irrisorio. In luogo di una posizione dialogante, la direzione mise il sindacato dinanzi al fatto compiuto, gettando sul tavolo provvedimenti presentati come indispensabili e di cui si rifiutava la messa in discussione. Da quel momento il consiglio di fabbrica riuscì soltanto a frenare, rallentare, differire nel tempo gli esiti di una politica aziendale indirizzata alla graduale smobilitazione produttiva. Si è trattato di una posizione logorante di resistenza, tanto più difficile in quanto la parte preponderante degli impiegati e la totalità dei dirigenti locali nulla fece per modificare la linea decisa dalla multinazionale. Oggi, ad oltre un decennio di distanza dalla cessazione dell'attività produttiva, uno sguardo retrospettivo dimostra la miopia di una simile posizione, considerato l'interesse generale di valorizzare le potenzialità produttive dello stabilimento, poiché operai, impiegati e dirigenti camuni si trovavano sulla stessa barca. Chi si adattò a docile strumento della politica aziendale ha in definitiva agevolato la dismissione, rendendo più difficoltosa la difesa sindacale degli organici e della produzione. Inoltre, come rileva opportunamente la testimonianza del sindacalista Fiorenzo Colombo (riportata nell'ultima sezione di questo volume), «è mancato un processo di concertazione locale: non si sono innescati percorsi virtuosi con obiettivi condivisi da parte delle parti sociali e delle istituzioni». A rendere ancora più amara la sconfitta, vi fu la scarsa solidarietà incontrata dal consiglio di fabbrica nel corso delle ultime drammatiche mobilitazioni per la difesa del posto di lavoro. Ulteriori elementi negativi derivarono una gestione insoddisfacente della trattativa svoltasi al ministero del Lavoro ad inizio anni Novanta per il ricorso ai prepensionamenti, e la rivelazione – da parte delle indagini – degli intollerabili livelli di nocività tradottisi nella morte di diversi operai. Altra (prevedibile) sorpresa riguardò i livelli d'inquinamento ambientale, con la costruzione – a fianco dello stabilimento, alle pendici del bosco – di imponenti ammassamenti costituiti dai detriti dalla lavorazione.

A stabilimento chiuso (l'attività produttiva cessò nel 1994), il procedimento avviato dalla magistratura bresciana contro i vertici aziendali e contro il medico di fabbrica ha indotto nel 2003 la multinazionale alla stipulazione di un accordo extragiudiziale (pari a due milioni di euro) con i parenti di una trentina di lavoratori defunti a causa dell'esposizione a forme di inquinamento superiori a ogni livello di guardia.

Finale tragico, dunque, anche se non suonano del tutto convincenti i riferimenti dedicati da questo libro a Bhopal. Insieme ad innegabili elementi di analogia, vi sono infatti tanti aspetti di notevole diversità – relativi al comportamento criminale di alcune multinazionali nel cosiddetto Terzo mondo – rispetto a Forno Allione. L'ammaestramento dei fatti dovrebbe anzitutto indurre a preoccupate riflessioni sulla gestione sconsiderata dell'inceneritore posto nei pressi dell'azienda, decisione cui la multinazionale era estranea, in quanto attuata per volontà dell'amministrazione comunale di Berzo Demo che, proprietaria del vecchio impianto, intendeva conseguire un guadagno bruciandovi rifiuti speciali provenienti dagli ospedali milanesi: operazione concertata con taluni esponenti dell'apparato politico-burocratico della Regione Lombardia.

Oggi, nella ricorrenza decennale della chiusura dell'UCAR, questa pubblicazione recupera segmenti di una memoria collettiva, nel ricordo sofferto di un'esperienza lavorativa straordinaria, che ha dato molto alla comunità locale ma che è pure costata un prezzo notevole, in termini di sacrifici quotidiani e di esistenze umane.

Pagine che – dentro i percorsi della collana "Il tempo e la memoria" – si sforzano di strappare all'oblio spezzoni di vita vissuta e rendono il lettore più consapevole dei mutamenti intervenuti nella Valcamonica di fine Novecento.