BRESCIAOGGI, 7 FEBBRAIO 2008

A nome della Cgil comprensoriale domenico Ghirardi interviene sull’incidente con una lettera a Procura della Repubblica, Prefetto e Istituzioni

«Un disastro che chiede giustizia»

Sulla Statale 42 stanno per riprendere i lavori ma dell’inchiesta giudiziaria non si sa nulla. «Le autorità si interessino della vicenda»

di Luciano Ranzanici

Domenico Ghirardi è un per­fetto conoscitore delle tormen­tate vicende della viabilità ca­muna, che lui stesso, esponen­te della Cgil, in collaborazione con gli altri sindacati compren­soriali Cisl e Uil, ha raccolto in un corposo dossier cartaceo poi convertito anche in un cd. E sorvolando per un momento sulla situazione complessiva della statale incompiuta, si di­ce «preoccupato» del silenzio calato sulla tragedia avvenuta due anni e mezzo fa sullo svin­colo della «42» a Capodipon­te. Parliamo, lo ricordiamo, dell' incredibile incidente che pro­vocò la morte di Gian Franco Bariselli Maffignoli: il crollo dello svincolo in questione, che si accasciò come un fuscel­lo durante una prova di collau­do dello stesso manufatto.

Il segretario generale della Cgil di Valcamonica e Sebino ha preso carta e penna e ha in­dirizzato una lettera aperta al procuratore della Repubblica di Brescia, Giancarlo Tarquini, al prefetto Francesco Paolo Tronca, al presidente della Co­munità montana della Valca­monica, Alessandro Bonomel­li e al sindaco di Capodiponte, Francesco Manella. «Da allora a oggi, mentre si parla giustamente della ripre­sa imminente dei lavori per completare il quarto, il quinto e il sesto lotto della superstra­da ‑ scrive Ghirardi ‑, in pochi sanno e si interessano delle conseguenze e dei danni subiti dalle famiglie per la perdita del proprio congiunto e di chi, come Bortolo Ragazzoli, appe­na terminato l'infortunio si è visto comunicare il licenzia­mento a causa della inidoneità al lavoro, provocata proprio dall'incredibile incidente che gli era capitato nel 2005».

Il segretario della Cgil fa poi riferimento alle tre inchieste avviate allora, e si rivolge al procuratore della Repubblica e al prefetto con l'intenzione di «segnalare la situazione che si è venuta a determinare sia in sede processuale sia e a livello extraprocessuale a seguito di questi gravi infortuni».

«Mentre si parla dell'imminente ripresa dei lavori, che ci porta a credere che le indagini per accertare la responsabilità siano quindi state concluse ‑ prosegue il sindacalista ‑ a li­vello giudiziario il processo per ottenere giustizia per i fa­miliari del lavoratore decedu­to e del lavoratore che rimase ferito gravemente non è stato ancora fissato. Gli interessati ‑aggiunge ‑ non si sono visti ri­conosciuti nemmeno in via ex­tragiudiziale i danni patiti; anche perchè le ditte incaricate dall'Anas e le assicurazioni in­teressate continuano a rimpal­larsi le responsabilità».

Una situazione incresciosa che non tiene davvero conto della difficile situazione di chi ha subito danni per quell'epi­sodio. «Per queste ragioni ‑ af­ferma ‑ chiediamo alle autori­tà di interessarsi della questio­ne, e a ognuno, per le proprie competenze, che si attivi per fa­re le pressioni necessarie per permettere di ottenere giusti­zia Su quel pilone del vialone avevamo scritto "vergogna" a causa dei continui ritardi e del­le inadempienze che vedono un'opera viabilistica appaltata ancora nel lontano 1992 anco­ra incompiuta. Quella scritta qualcuno si è sentito in dovere di farla coprire. Altri pensano che alla luce della ripresa dei lavori del completamento del­le infrastrutture in questione quell'opera pubblica debba es­sere dedicata alla memoria di chi ha perso la vita su quel can­tiere».

Nella sua lettera aperta, il se­gretario della Cgil comprenso­riale ribadisce proprio questo impegno al ricordo: «Noi rite­niamo quest'ultimo gesto, quello di posare una targa a ri­cordo di Gian Franco Bariselli Maffignoli, un atto importan­te di sensibilità e di attenzione verso chi ha sacrificato la pro­pria vita per il lavoro. Ma ciò non basta, occorre accertare la responsabilità, e chi ha subito dei danni deve essere giusta­mente ripagato per ciò che ha dovuto sopportare». «In caso contrario ‑ conclude l'esponente della Camera del lavoro ‑ saremmo ancora una volta di fronte a un inutile spre­co di parole. Non vorremmo in­somma che ci si limiti a dare vita all'ennesima cerimonia commemorativa per metterci in pace la coscienza. Noi voglia­mo pensare e credere che oltre al giusto ricordo ci debba esse­re la volontà di dare giustizia a chi se la aspetta, dimostrando insomma che non si è solamen­te forti con i deboli e deboli coni forti».


BRESCIAOGGI, 7 FEBBRAIO 2008

Il collaudo finito male

 

Quel giorno, mentre Gian Franco Bariselli Maffignoli era alla guida di un camion e stava collaudando, con altri colleghi di diverse ditte e per conto dell'Anas, una rampa del viadotto del 4‑5‑6 lotto della superstra­da a Capodiponte, il manufatto crollò. Bariselli morì sul colpo e il cedimento coinvolse anche Protasio Duglia, allora tren­taquattrenne di Ceto, Walter Mora, trentenne di Malegno, Gianmario Lanzetti, un 38enne di Ceto, Gianpietro Formentel­li, un 46enne di Ono San Pietro, e Bortolo Ragazzoli, un cevese di 49 anni. Quest'ultimo, contrariamente agli altri autisti che se la cavarono con lievi ferite, rimase intrappolato nella cabi­na di guida del camion e venne ricoverato in gravi condizioni a Sondalo.

Maffignoli, guidava il penulti­mo dei mezzi che in colonna do­vevano eseguire la terza mano­vra di collaudo, necessario alle aziende che avevano il compito di proseguire i lavori di verifica­re l'idoneità delle opere fino ad allora realizzate. Al momento del crollo la vittima si trovava a piedi sullo svincolo con gli altri colleghi. Lo sfortunato autista camuno fece appena a tempo ad avvertire Protasio Dulia di mettersi in salvo: non trovan­do, però, un appiglio precipitò nel vuoto, finendo orribilmente schiacciato da uno dei mezzi pe­santi.

La procura di Brescia ordinò il sequestro del cantiere e av­viò immediatamente un'inchie­sta con l'ipotesi di omicidio e di­sastro colposo. inchieste tecni­che furono avviate anche dall'Anas e dal ministero delle In­frastrutture, che insediarono commissioni di indagine. Nono­stante siano passati tre anni dalla tragedia, però, il troncone di svincolo crollato è ancora lì adagiato su un fianco, mentre dell'inchiesta giudiziaria affida­ta al pm Gianfranco Gallo (oggi distaccato in Kosovo) non ha an­cora prodotto risultati. A Gian Franco Bariselli Maffi­gnoli verrà quasi certamente intitolata (lo ha annunciato il sindaco di Capodiponte in una recente trasmissione di Raidue sulla tragedia) la nuova galleria che parte proprio in prossimità dello svincolo crollato e sbuche­rà a Berzo Demo.

 

 

BRESCIAOGGI, 7 FEBBRAIO 2008

La vittima. Parlano i famigliari di Gian Franco Bariselli Maffignoli

«Papà mandato al macello»

«Siamo stati lasciati soli. Tante promesse, ma dai politici solo dichiarazioni elettorali»

di Luciano Ranzanici

Con i suoi 24 anni è il più giova­ne dei tre figli (gli altri, Marino e Marco hanno rispettivamen­te 32 e 26 anni) di Gianfranco Bariselli Maffignoli, il camioni­sta di Solato di Piancamuno tragicamente deceduto nel crollo della bretella del viadot­to della superstrada camuna a Capo di Ponte.

Matteo Bariselli Maffignoli, a distanza di oltre 30 mesi dalla tragedia, porta con sé ancora tanta rabbia che nemmeno il tempo ha saputo smorzare: «Ora come allora ho la netta convinzione che quegli uomi­ni sui camion a collaudare lo svincolo fossero delle cavie da esperimento. Tutta quella as­surda vicenda, nella quale mio padre ha perso la vita, non la dimenticherò mai; ci penso spesso e non posso fare a me­no di arrabbiarmi ancora per­ché il babbo e gli altri camioni­sti vennero mandati letteral­mente al macello...».

Matteo, ma pure Marco e Ma­rino fortunatamente lavorano Ed il più giovane dei fratelli, elettricista, da lunedì a vener­dì si trova costantemente in trasferta, occupato per un'aziendina di Boario. « Ri­manere senza il papà così pre­sto non è stato facile e tutti e tre abbiamo fatto quadrato at­torno alla mamma, che ora ri­siede a Piano di Costa Volpino con Marco. In quel giorno ed in particolare in quelli successivi oltre alla disperazione e al­lo sdegno, abbiamo vissuto momenti di autentica illusio­ne» dice al telefono da Domo­dossola, dove si trova per lavo­ro, il più «piccolo» dei figli di Gianfranco Bariselli Maffigno­li, con la voce un poco incrina­ta dalla commozione.

«In tanti, in troppi forse, an­che personaggi di un certo li­vello ci avevano promesso assi­stenza ed interessamento, ma abbiamo poi verificato sulla nostra pelle che si trattava di esclusive dichiarazioni "eletto­rali"... Per un anno io e Marco ci siamo arrangiati, poi lui è an­dato a vivere con la mamma ed io abito nella casa di papà, qui a Costa Volpino» aggiunge Matteo. Il ventiquattrenne elettricista, con i fratelli, è so­stenuto nella causa per la mor­te del babbo dall'avvocato Mauro Moretti di Bergamo, ed afferma: «Sono in contatto co­stante con il nostro legale, ma a distanza di quasi tre anni non vi è alcuna novità: le comu­nicazioni che purtroppo non arrivano mai...».

Lo scorso 15 dicembre Matteo e il fratello Marco parteci­parono alla trasmissione di Ra­iuno «Effetto sabato» e lì accol­sero con soddisfazione l'inizia­tiva del sindaco di Capodipon­te, Francesco Manella di pro­porre l'intitolazione della nuo­va galleria fino a Berzo Demo a papà Gianfranco.


BRESCIAOGGI, 7 FEBBRAIO 2008

Il sopravvissuto. Bortolo Ragazzoli era su un camion coinvolto

Ferito nel disastro, così perse il lavoro

«Le mie notti insonni rivivendo quel crollo»

di Luciano Ranzanici

Bortolo Ragazzoli ha ancora impressa negli occhi, come fos­se ieri, la scena del terribile in­cidente del 27 giugno di 3 anni fa, quando il crollo della ram­pa del viadotto della superstra­da a Capodiponte, causò l'atro­ce morte di Gian Franco Bari­selli Maffignoli. L'allora 49en­ne camionista di Cevo riportò ferite piuttosto gravi, delle qua­li porta ancora le conseguenze non solo nel fisico ma pure nel morale. Rimasto intrappolato nella cabina del mezzo, che sta­va effettuando il collaudo del manufatto, nella caduta ha ri­portato la frattura della mandi­bola, di uno zigomo, dello ster­no, di alcune costole della par­te destra del corpo, oltre a con­tusioni di varia gravità. Tra­sportato in elicottero all'ospe­dale di Sondalo in gravi condi­zioni, dopo una settimana ven­ne trasferito nel reparto maxillo-facciale dell'Ospedale civile di Brescia, ove venne operato e rimase ricoverato per oltre un mese.

L'operaio di Cevo, dopo essere stato dimesso dall'ospedale cit­tadino, rimase inattivo per ben due anni, il primo per rias­sorbire le conseguenze fisiche dell'infortunio, il secondo poi­ché la ditta per la quale lavora­va, non potendogli garantire un posto "più leggero" poiché dichiarato inidoneo alle man­sioni cosiddette pesanti di camionista, lo licenziò.

I punti di invalidità assegnati a Ragazzoli, prima 6, poi 10 e infine 14, non gli procurarono benefici, come pure le promes­se di interessamento di politi­ci, amministratori, amici in­fluenti, persone che si erano fatte vive subito dopo l'inciden­te, ma poi si erano perse con il decorso della malattia. Così Ragazzoli, che ha due figli, ha dovuto cercare occupazione ar­rangiandosi da solo e attual­mente è alle dipendenze della Selva azienda che ha aperto i battenti a Forno Allione.

Di quel giorno ha un ricordo indelebile, che lo accompagna talvolta nelle ore notturne, fa­cendolo svegliare di soprassal­to, ma anche le ferite nel fisico l'hanno segnato.

Bortolo rivede a memoria quel pomeriggio, quando a marcia indietro con il camion carico di ghiaia, si posizionò sulla rampa nel punto predi­sposto per il collaudo. Poi un primo, netto scricchiolio, il crollo del manufatto, che si sol­levò letteralmente in alto per poi cadere fragorosamente, la portiera del mezzo strappata e la visione del corpo di Gian Franco Bariselli Maffignoli or­rendamente mutilato. E poi la lunga degenza negli ospedali, la grande amarezza del licen­ziamento, la convinzione di es­sere stato dimenticato e le cure psicologiche alle quali si assoggetta tuttora.

Infine un nuovo lavoro e una vita che sembrava ricomincia­re. «Per un lungo periodo non ho dormito e faticavo a nutrir­mi ‑ racconta oggi l'operaio ca­muno ‑. Poi, grazie ai medicina­li, sono tornato a vivere, ma non è più come prima, il ricor­do di quella disgrazia è ricor­rente: mi piacerebbe tanto in­contrare i figli di Gian Franco, che non ho avuto l'opportuni­tà di conoscere. Li ho visti in televisione, in occasione di una trasmissione nella quale si è parlato dei cantieri della su­perstrada e della disgrazia che ha strappato loro il papà».

Bortolo Ragazzoli non por­ta rancore per nessuno, ma do­po quel tragico 27 giugno di tre anni fa per tornare ad una vita normale o quasi, ha dovuto semplicemente rimboccarsi le maniche e lottare. In solitudi­ne o quasi.