A nome della Cgil comprensoriale domenico Ghirardi interviene sull’incidente con una lettera a Procura della Repubblica, Prefetto e Istituzioni
Sulla Statale 42 stanno per
riprendere i lavori ma dell’inchiesta giudiziaria non si sa nulla. «Le autorità
si interessino della vicenda»
di Luciano
Ranzanici
Domenico Ghirardi è un perfetto conoscitore delle tormentate vicende della viabilità camuna, che lui stesso, esponente della Cgil, in collaborazione con gli altri sindacati comprensoriali Cisl e Uil, ha raccolto in un corposo dossier cartaceo poi convertito anche in un cd. E sorvolando per un momento sulla situazione complessiva della statale incompiuta, si dice «preoccupato» del silenzio calato sulla tragedia avvenuta due anni e mezzo fa sullo svincolo della «42» a Capodiponte. Parliamo, lo ricordiamo, dell' incredibile incidente che provocò la morte di Gian Franco Bariselli Maffignoli: il crollo dello svincolo in questione, che si accasciò come un fuscello durante una prova di collaudo dello stesso manufatto.
Il segretario generale della Cgil di Valcamonica e Sebino ha preso carta e penna e ha indirizzato una lettera aperta al procuratore della Repubblica di Brescia, Giancarlo Tarquini, al prefetto Francesco Paolo Tronca, al presidente della Comunità montana della Valcamonica, Alessandro Bonomelli e al sindaco di Capodiponte, Francesco Manella. «Da allora a oggi, mentre si parla giustamente della ripresa imminente dei lavori per completare il quarto, il quinto e il sesto lotto della superstrada ‑ scrive Ghirardi ‑, in pochi sanno e si interessano delle conseguenze e dei danni subiti dalle famiglie per la perdita del proprio congiunto e di chi, come Bortolo Ragazzoli, appena terminato l'infortunio si è visto comunicare il licenziamento a causa della inidoneità al lavoro, provocata proprio dall'incredibile incidente che gli era capitato nel 2005».
Il segretario della Cgil fa poi riferimento alle tre inchieste avviate allora, e si rivolge al procuratore della Repubblica e al prefetto con l'intenzione di «segnalare la situazione che si è venuta a determinare sia in sede processuale sia e a livello extraprocessuale a seguito di questi gravi infortuni».
«Mentre si parla dell'imminente ripresa dei lavori, che ci porta a credere che le indagini per accertare la responsabilità siano quindi state concluse ‑ prosegue il sindacalista ‑ a livello giudiziario il processo per ottenere giustizia per i familiari del lavoratore deceduto e del lavoratore che rimase ferito gravemente non è stato ancora fissato. Gli interessati ‑aggiunge ‑ non si sono visti riconosciuti nemmeno in via extragiudiziale i danni patiti; anche perchè le ditte incaricate dall'Anas e le assicurazioni interessate continuano a rimpallarsi le responsabilità».
Una situazione incresciosa che non tiene davvero conto della difficile situazione di chi ha subito danni per quell'episodio. «Per queste ragioni ‑ afferma ‑ chiediamo alle autorità di interessarsi della questione, e a ognuno, per le proprie competenze, che si attivi per fare le pressioni necessarie per permettere di ottenere giustizia Su quel pilone del vialone avevamo scritto "vergogna" a causa dei continui ritardi e delle inadempienze che vedono un'opera viabilistica appaltata ancora nel lontano 1992 ancora incompiuta. Quella scritta qualcuno si è sentito in dovere di farla coprire. Altri pensano che alla luce della ripresa dei lavori del completamento delle infrastrutture in questione quell'opera pubblica debba essere dedicata alla memoria di chi ha perso la vita su quel cantiere».
Nella sua lettera aperta, il segretario della Cgil comprensoriale ribadisce proprio questo impegno al ricordo: «Noi riteniamo quest'ultimo gesto, quello di posare una targa a ricordo di Gian Franco Bariselli Maffignoli, un atto importante di sensibilità e di attenzione verso chi ha sacrificato la propria vita per il lavoro. Ma ciò non basta, occorre accertare la responsabilità, e chi ha subito dei danni deve essere giustamente ripagato per ciò che ha dovuto sopportare». «In caso contrario ‑ conclude l'esponente della Camera del lavoro ‑ saremmo ancora una volta di fronte a un inutile spreco di parole. Non vorremmo insomma che ci si limiti a dare vita all'ennesima cerimonia commemorativa per metterci in pace la coscienza. Noi vogliamo pensare e credere che oltre al giusto ricordo ci debba essere la volontà di dare giustizia a chi se la aspetta, dimostrando insomma che non si è solamente forti con i deboli e deboli coni forti».
Quel giorno, mentre Gian Franco Bariselli Maffignoli era alla guida di un camion e stava collaudando, con altri colleghi di diverse ditte e per conto dell'Anas, una rampa del viadotto del 4‑5‑6 lotto della superstrada a Capodiponte, il manufatto crollò. Bariselli morì sul colpo e il cedimento coinvolse anche Protasio Duglia, allora trentaquattrenne di Ceto, Walter Mora, trentenne di Malegno, Gianmario Lanzetti, un 38enne di Ceto, Gianpietro Formentelli, un 46enne di Ono San Pietro, e Bortolo Ragazzoli, un cevese di 49 anni. Quest'ultimo, contrariamente agli altri autisti che se la cavarono con lievi ferite, rimase intrappolato nella cabina di guida del camion e venne ricoverato in gravi condizioni a Sondalo.
Maffignoli, guidava il penultimo dei mezzi che in colonna dovevano eseguire la terza manovra di collaudo, necessario alle aziende che avevano il compito di proseguire i lavori di verificare l'idoneità delle opere fino ad allora realizzate. Al momento del crollo la vittima si trovava a piedi sullo svincolo con gli altri colleghi. Lo sfortunato autista camuno fece appena a tempo ad avvertire Protasio Dulia di mettersi in salvo: non trovando, però, un appiglio precipitò nel vuoto, finendo orribilmente schiacciato da uno dei mezzi pesanti.
La procura di Brescia ordinò il sequestro del cantiere e avviò immediatamente un'inchiesta con l'ipotesi di omicidio e disastro colposo. inchieste tecniche furono avviate anche dall'Anas e dal ministero delle Infrastrutture, che insediarono commissioni di indagine. Nonostante siano passati tre anni dalla tragedia, però, il troncone di svincolo crollato è ancora lì adagiato su un fianco, mentre dell'inchiesta giudiziaria affidata al pm Gianfranco Gallo (oggi distaccato in Kosovo) non ha ancora prodotto risultati. A Gian Franco Bariselli Maffignoli verrà quasi certamente intitolata (lo ha annunciato il sindaco di Capodiponte in una recente trasmissione di Raidue sulla tragedia) la nuova galleria che parte proprio in prossimità dello svincolo crollato e sbucherà a Berzo Demo.
La vittima. Parlano i famigliari di Gian Franco Bariselli Maffignoli
«Siamo stati lasciati soli. Tante promesse, ma dai politici
solo dichiarazioni elettorali»
di Luciano
Ranzanici
Con i suoi 24 anni è il più giovane dei tre figli (gli altri, Marino e Marco hanno rispettivamente 32 e 26 anni) di Gianfranco Bariselli Maffignoli, il camionista di Solato di Piancamuno tragicamente deceduto nel crollo della bretella del viadotto della superstrada camuna a Capo di Ponte.
Matteo Bariselli Maffignoli, a distanza di oltre 30 mesi dalla tragedia, porta con sé ancora tanta rabbia che nemmeno il tempo ha saputo smorzare: «Ora come allora ho la netta convinzione che quegli uomini sui camion a collaudare lo svincolo fossero delle cavie da esperimento. Tutta quella assurda vicenda, nella quale mio padre ha perso la vita, non la dimenticherò mai; ci penso spesso e non posso fare a meno di arrabbiarmi ancora perché il babbo e gli altri camionisti vennero mandati letteralmente al macello...».
Matteo, ma pure Marco e Marino fortunatamente lavorano Ed il più giovane dei fratelli, elettricista, da lunedì a venerdì si trova costantemente in trasferta, occupato per un'aziendina di Boario. « Rimanere senza il papà così presto non è stato facile e tutti e tre abbiamo fatto quadrato attorno alla mamma, che ora risiede a Piano di Costa Volpino con Marco. In quel giorno ed in particolare in quelli successivi oltre alla disperazione e allo sdegno, abbiamo vissuto momenti di autentica illusione» dice al telefono da Domodossola, dove si trova per lavoro, il più «piccolo» dei figli di Gianfranco Bariselli Maffignoli, con la voce un poco incrinata dalla commozione.
«In tanti, in troppi forse, anche personaggi di un certo livello ci avevano promesso assistenza ed interessamento, ma abbiamo poi verificato sulla nostra pelle che si trattava di esclusive dichiarazioni "elettorali"... Per un anno io e Marco ci siamo arrangiati, poi lui è andato a vivere con la mamma ed io abito nella casa di papà, qui a Costa Volpino» aggiunge Matteo. Il ventiquattrenne elettricista, con i fratelli, è sostenuto nella causa per la morte del babbo dall'avvocato Mauro Moretti di Bergamo, ed afferma: «Sono in contatto costante con il nostro legale, ma a distanza di quasi tre anni non vi è alcuna novità: le comunicazioni che purtroppo non arrivano mai...».
Lo scorso 15 dicembre Matteo e il fratello Marco parteciparono alla trasmissione di Raiuno «Effetto sabato» e lì accolsero con soddisfazione l'iniziativa del sindaco di Capodiponte, Francesco Manella di proporre l'intitolazione della nuova galleria fino a Berzo Demo a papà Gianfranco.
Il sopravvissuto. Bortolo Ragazzoli era su un camion coinvolto
«Le mie notti insonni rivivendo quel crollo»
di Luciano
Ranzanici
Bortolo Ragazzoli ha ancora impressa negli occhi, come fosse ieri, la scena del terribile incidente del 27 giugno di 3 anni fa, quando il crollo della rampa del viadotto della superstrada a Capodiponte, causò l'atroce morte di Gian Franco Bariselli Maffignoli. L'allora 49enne camionista di Cevo riportò ferite piuttosto gravi, delle quali porta ancora le conseguenze non solo nel fisico ma pure nel morale. Rimasto intrappolato nella cabina del mezzo, che stava effettuando il collaudo del manufatto, nella caduta ha riportato la frattura della mandibola, di uno zigomo, dello sterno, di alcune costole della parte destra del corpo, oltre a contusioni di varia gravità. Trasportato in elicottero all'ospedale di Sondalo in gravi condizioni, dopo una settimana venne trasferito nel reparto maxillo-facciale dell'Ospedale civile di Brescia, ove venne operato e rimase ricoverato per oltre un mese.
L'operaio di Cevo, dopo essere stato dimesso dall'ospedale cittadino, rimase inattivo per ben due anni, il primo per riassorbire le conseguenze fisiche dell'infortunio, il secondo poiché la ditta per la quale lavorava, non potendogli garantire un posto "più leggero" poiché dichiarato inidoneo alle mansioni cosiddette pesanti di camionista, lo licenziò.
I punti di invalidità assegnati a Ragazzoli, prima 6, poi 10 e infine 14, non gli procurarono benefici, come pure le promesse di interessamento di politici, amministratori, amici influenti, persone che si erano fatte vive subito dopo l'incidente, ma poi si erano perse con il decorso della malattia. Così Ragazzoli, che ha due figli, ha dovuto cercare occupazione arrangiandosi da solo e attualmente è alle dipendenze della Selva azienda che ha aperto i battenti a Forno Allione.
Di quel giorno ha un ricordo indelebile, che lo accompagna talvolta nelle ore notturne, facendolo svegliare di soprassalto, ma anche le ferite nel fisico l'hanno segnato.
Bortolo rivede a memoria quel pomeriggio, quando a marcia indietro con il camion carico di ghiaia, si posizionò sulla rampa nel punto predisposto per il collaudo. Poi un primo, netto scricchiolio, il crollo del manufatto, che si sollevò letteralmente in alto per poi cadere fragorosamente, la portiera del mezzo strappata e la visione del corpo di Gian Franco Bariselli Maffignoli orrendamente mutilato. E poi la lunga degenza negli ospedali, la grande amarezza del licenziamento, la convinzione di essere stato dimenticato e le cure psicologiche alle quali si assoggetta tuttora.
Infine un nuovo lavoro e una vita che sembrava ricominciare. «Per un lungo periodo non ho dormito e faticavo a nutrirmi ‑ racconta oggi l'operaio camuno ‑. Poi, grazie ai medicinali, sono tornato a vivere, ma non è più come prima, il ricordo di quella disgrazia è ricorrente: mi piacerebbe tanto incontrare i figli di Gian Franco, che non ho avuto l'opportunità di conoscere. Li ho visti in televisione, in occasione di una trasmissione nella quale si è parlato dei cantieri della superstrada e della disgrazia che ha strappato loro il papà».
Bortolo Ragazzoli non porta
rancore per nessuno, ma dopo quel tragico 27 giugno
di tre anni fa per tornare ad una vita normale o quasi, ha dovuto semplicemente
rimboccarsi le maniche e lottare. In solitudine o
quasi.