IL MANIFESTORRIERE DELLQ , 24 AGOSTO 2007

Intervista al segretario della Fiom Gianni Rinaldini sull’imprescindibile Trentin

«L’uomo dei consigli di fabbrica e dell’Flm. Nel cuore dei metalmeccanici»

Autorevole e, solo in apparenza, chiuso. Uno stile da rimpiangere. Accettava di andare in minoranza. Successe tre volte di seguito sugli aumenti uguali per tutti, a cui era contrario. Il rapporto «complicato» con il Pci. Sull’accordo del ’92 sbagliò a firmare, ma la politica dei redditi e la concertazione erano già cominciate prima

di Manuela Cartosio

La notizia della morte di Bruno Trentin raggiun­ge il segretario della Fiom Gianni Rinaldini in vacanza a Rodi.

Cosa è stato per te Trentin?

Quello che è stato per tutti i metalmeccanici: l'uomo dell'Flm, cioè di una grande stagione unitaria. Quello che è stato per tutti i lavoratori: l'uomo dei consigli di fabbrica, cioè della demo­crazia e del protagonismo dei delegati. Poi si po­trebbero aggiungere tante altre cose sul piano personale. Ma lui era un tipo riservato e io lo so­no quasi quanto lui.

Tocchi subito un tratto saliente del caratte­re di Trentin. Riservato, secondo alcuni, fino a sembrare chiuso, un poi troppo aristocratico per fare il sindacalista.

Era sobrio, asciutto. Ma quello era lo stile del­la politica e del sindacato della generazione di Trentin. Uno stile che mi è sempre piaciuto e che rimpiango assai. Basta guardarsi attorno per misurare quanto siamo scesi in basso.

Prima d'entrare nel Pci Trentin era stato nel Partito d'azione. Cosa gli era rimasto dell'azionista?

Forse un poi di solitudine. Sicuramente un for­tissimo rigore morale. Ma attenzione a non far diventare Trentin uno che se ne stava in una tor­re d'avorio. Si muoveva tra la gente, aveva la ca­pacità di coglierne gli umori. Andava nelle as­semblee e nei momenti difficili non se la dava a gambe. Quando andava in minoranza, accetta­va e, dal giorno dopo, portava avanti non con svogliatezza ma con convinzione la posizione della maggioranza.

Gli è capitato spesso d'andare in minoran­za?

Il conto adesso qui su due piedi non lo saprei fare. Ricordo bene che sugli aumenti uguali per tutti, lui è sempre stato contrario, andò sotto tre volte. E i contratti furono rinnovati con gli aumenti uguali per tutti. Questa è democrazia. .

Hai citato subito la stagione dell'Flm. Dicia­mo che Trentin è stato anche fortunato. Quel­la era un'Italia diversa, fare allora il segretario della Fiom era sicuramente più facile.

Sì, d'accordo. Però lui ci ha messo del suo e ha lasciato la sua impronta nei passaggi fonda­mentali della storia del sindacato e di questo pa­ese. Dagli anni Cinquanta in poi ci si imbatte sempre in Trentin.

Come è stato il rapporto di Trentin con il Pci?

Piuttosto complicato. Ricordo il convegno dell'Istituto Gramsci del 1972: Giorgio Amendola sosteneva che il capitalismo italiano era irrime­diabilmente straccione e quindi bisognava far­gli qualche sconto. Trentin, invece, vedeva il nuovo e batteva sul conflitto a partire dall'orga­nizzazione del lavoro. Poi non va dimenticato che con Trentin segretario sono finite le corren­ti di partito nella Cgil. Il Pci non la prese bene. Ricordo a Reggio Emilia, allora ero segretario della Camera del lavoro, un momento di grossa frizione sui rapporti tra Cgil e Lega delle coope­rative. Venne Trentin e diede totalmente ragio­ne a noi che criticavamo lo scadimento delle co­operative a imprese qualsiasi, da trattare quindi come controparti. Adesso sembra una cosa ba­nale, ma allora il Pci a Reggio aveva il 50% dei voti. E Trentin lo criticò duramente.

Da segretario generale della Fiom ti sei sen­tito osservato e giudicato da Trentin?

Quando chiudemmo l'ultimo rinnovo dei meccanici, finalmente unitario, fu Trentin il pri­mo a telefonarmi. Era contento, disse che quel­lo era un vero contratto Fiom perché si era sal­vata la contrattazione articolata, non cedendo sull'orario di lavoro.

Veniamo al fatidico accordo del 31 luglio 1992, quello che aboliva del tutto la scala mo­bile. Trentin firmò, per salvare l'unità sindaca­le e della Cgil, e poi rimise il mandato. A di­stanza d'anni che giudizio dai del comportamento di Trentin?

Continuo a pensare che abbia sbagliato. Se un accordo è sbagliato, e Trentin pensava che lo fosse, non va firmato. Detto questo, non so­no d'accordo con chi imputa a quell'accordo, e quindi a Trentin, tutto quel che di negativo è ve­nuto dopo. Politica dei redditi e concertazione erano già decollate alla fine degli anni Ottanta. Direi che Trentin ebbe la possibilità di provare a fermare quella deriva. E decise di non coglierla.

Incontri pubblici più recenti?

Un dibattito a Bergamo, prima della caduta sulle sue amate montagne. Lì vidi un Trentin pessimista, crucciato perché nella politica della sinistra il lavoro è scomparso.

Trentin è stato un radicale o un riformista?

È stato un sindacalista, legato profondamen­te alle condizioni di lavoro. Voleva trasformarle e questo oggi basterebbe per essere definiti radi­cali, ma è un termine che lui non avrebbe mai usato.