CORRIERE DELLA SERA, 24 AGOSTO 2007
Dalla lotta partigiana agli studi ad Harvard, firmò l’accordo sulla scala mobile
Il 31 luglio ’92 firmò, con gli altri leader sindacali, l’accordo col governo che mise fine agli scatti automatici della scala mobile. Esattamente un anno fa, il 31 agosto, la caduta in bicicletta che gli procurò un trauma cranico dal quale non si era più ripreso
di Enrico Marro
Il
sindacalista dai modi aristocratici, protagonista della storia della Cgil
operaia nel dopoguerra.
Bruno Trentin è stato il più intellettuale tra i segretari del maggiore
sindacato italiano, ma questo non gli ha impedito di lasciare un segno concreto
in momenti importanti della vita nazionale, traghettando la Cgil su posizioni
via via più riformiste e moderne, anche a costo di
forti contraccolpi interni. Come quando, il 31 luglio del '92, firmò l'accordo
col governo di Giuliano Amato che metteva definitivamente fine alla scala mobile e subito dopo si dimise perché aveva disatteso
il mandato della Cgil, che poi lo convinse, per acclamazione, a restare.
Il coraggio, insomma,
non gli è mancato. Del resto, la famiglia gli era stata d'esempio. Il padre
Silvio, ricco proprietario terriero, docente di diritto amministrativo e
deputato antifascista, nel 1925 aveva venduto tutto e si era rifugiato in
Francia per non sottostare al regime. Qui Bruno era nato il 9 dicembre del
1926, a Pavie. E in Francia si forma e segue le orme del padre impegnandosi
nella resistenza contro i tedeschi prima a Tolosa e poi, dal '43, in Veneto come comandante di una brigata partigiana di
Giustizia e Libertà.
Finita la guerra,
Trentin si laurea in Giurisprudenza a Pavia e perfeziona gli studi ad Harvard. Già nel '49 arriva al sindacato,
all'ufficio studi economici della Cgil. Nel '50 l'iscrizione al partito
comunista. Ma è nella confederazione guidata prima da
Giuseppe Di Vittorio, poi da Agostino Novella e infine da Luciano Lama che la
sua ascesa sarà inarrestabile. È la lunga esperienza al vertice dei
metalmeccanici Fiom (1962‑1977) durante l'autunno caldo delle conquiste
sindacali che lo lancia alla segreteria generale della Cgil, nel 1988, dopo la
breve segreteria di Antonio Pizzinato. Una Cgil
smarrita sceglie lui per ritrovare un punto d'equilibrio e una guida sicura. E
se Lama, con la svolta dell'Eur del 1978 («il salario non è una variabile indipendente») aveva preparato la strada all'abbandono di
posizioni massimaliste, Trentin porta a compimento questo processo. E ci riesce in un momento tra i più difficili per la sua
organizzazione. Era crollato il muro di Berlino, era scomparso il Pci che dopo
la svolta della Bolognina voluta da Achille Occhetto si era trasformato nel
Partito democratico di sinistra. Traumi storici per la Cgi1, capitati mentre
la situazione economica e di bilancio dell'Italia precipitava e il sindacato
veniva chiamato da personaggi legati alla stessa Cgil come Giuliano Amato e
il governatore Carlo Azeglio Ciampi (che in Banca
d'Italia aveva la tessera Cgil) ad accettare grandi rinunce. Ma per Trentin non
era solo questo. Si trattava di abbattere il tabù
della scala mobile e in definitiva di accettare che
avevano ragione Cisl e Uil (nonché la componente socialista della Cgil) che già
nel 1984 si erano messe sulla strada del superamento della spirale prezzi‑salari.
Trentin riuscì a far
digerire questo passo alla Cgil spiegando che in
gioco c'erano la salvezza del Paese dalla bancarotta e l'unità sindacale. Per
questo si assunse la responsabilità di firmare anche senza il via libera della sua organizzazione. Forse poté farlo anche
perché i partiti, compreso l'ex Pci (che invece
nell'84 aveva imposto a Lama la rottura), si trovavano nel momento di loro
maggior debolezza. In ogni caso seppe dimostrarsi leader, convincendo il suo
sindacato, a posteriori, della giustezza della sua
posizione. Ed evitando quella scissione a sinistra
che invece aveva subito il Pci. Tenne unita la confederazione, ne promosse
l'autonomia con decisioni pesanti nella liturgia della sinistra, come lo
scioglimento formale della componente comunista, decretato non a caso nella
storica scuola sindacale di Ariccia.
Certo, non scaldò mai il
cuore delle platee. Non aveva il carisma e la potenza oratoria di Lama. Le sue
relazioni erano scritte come un saggio di sociologia del lavoro. Anche se non
lo avrebbe mai ammesso, aveva un tratto un po' snob, con quell'eleganza
ricercata, i gilet scozzesi, la pipa, la borsa sempre piena di libri e giornali
che leggeva durante le riunioni dando l'impressione di non ascoltare gli altri,
l'amore per la Francia dove spesso si rifugiava in
compagnia della moglie, la nota giornalista francese Marcelle Padovani. Ma alcune sue sentenze arrivarono fino all'ultimo degli iscritti:
«Che i lavoratori possono aver torto lo sappiamo tutti, ma ancora non lo
abbiamo mai detto»; «la classe operaia non è più centrale, bisogna passare alla
difesa dei diritti individuali»; «l'inflazione è un
vincolo».
Nel '94, quando lasciò
la guida della Cgil nelle mani del riformista Sergio Cofferati, si ebbe la
dimostrazione che la Cgil ne aveva fatta di strada.
Per sé volle l'Ufficio Programma, ma ben presto capi che non poteva fare in alcun modo ombra al nuovo leader che stava
rapidamente affermandosi. Tornò al partito (era già stato parlamentare
comunista dal 1962 al 1972) e fu deputato al
parlamento europeo nel gruppo del Partito socialista europeo. Senza farsi notare
partecipava alle grandi manifestazioni del sindacato,
si mischiava sul palco con i vecchi e i nuovi dirigenti. Il 23 marzo 2002,
vedendo la folla oceanica del Circo Massimo radunata da Cofferati a difesa
dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, norme
che il governo di Silvio Berlusconi avrebbe voluto abrogare, un lampo di
commozione gli aveva velato gli occhi.
Tra i tanti messaggi che
Trentin lascia alla Cgil forse uno più di tutti è
ancora attuale. È quello nel quale invitava la sua amata organizzazione a
superare «il male oscuro. Non sapeva bene neppure lui in cosa consistesse, ma in definitiva, spiegò, era la carenza di
autonomia dalla politica. E per convincere i suoi citò
Marx: «Mai i sindacati debbono essere in qualche modo
collegati con una associazione politica o posti in qualche modo sotto la sua
dipendenza».
Lasciate le cariche
nella Cgil si era fatto crescere un leggera barba.
Bianca. Ordinata. Che gli aumentava la caratura di grande
saggio e di padre nobile della sinistra che già in vita gli spettava. Poi,
esattamente un anno fa, il 23 agosto del 2006, quella tragica caduta dalla bicicletta mentre, in vacanza, percorreva la bella ciclabile
fra San Candido e Lienz. Il ricovero in rianimazione per un trauma cranico dal
quale non era più guarito.