CORRIERE DELLA SERARRIERE DELLQ , 24 AGOSTO 2007

Amato: quella notte firmò ed io non mi dimisi dal governo

Disse no allo sciopero generale, un atto di coraggio decisivo. Per lui il sindacalismo era una missione. Ci scambiavamo i libri

di Enrico Marro

«Mi è impossibile ricor­dare da quando conoscevo Bruno e questo le dà la misura. di quanto tempo sia passato. La nostra colla­borazione è diventata stretta sul fi­nire degli anni Settanta, quando fummo i soci fondatori dell'Ires, il centro studi della Cgil. Lui stava in segreteria confederale, io insegna­vo all'Università. Trentin, insieme col segretario generale Luciano La­ma, mi chiamò a presiedere 1'Ires. Da allora non ci siamo più persi di vista. Fino a quel tragico incidente di un anno fa ....». Giuliano Amato ha appena appreso della morte di Bruno Trentin, l'uomo che ha se­gnato un pezzo della storia della Cgil e della sinistra italiana. E rive­de come in un flashback le sequen­ze principali di un lungo sodalizio, che a un certo punto «ci ha visti an­che non più uno accanto all'altro, ma uno di fronte all'altro».

Era il 1992, uno dei momenti più difficili della Repubblica. Amato, sociali­sta, era presidente del Consiglio con la missione di salvare il Paese dalla bancarotta. Il 31 luglio mise davanti ai sindacati un accordo prendere o lasciare che sanciva la fine della scala mobile: Trentin, allora segre­tario generale della Cgil, firmò contro il parere della sua orga­nizzazione e del suo partito (il Pci era di­ventato Pds), ma poi si dimise.

È vero che lei gli disse: «O firmi o io mi dimetto»?

«Io dissi "O firmate o mi dimetto" perché mi rivolsi anche a Cisl e Uil. Quello fu il momento più difficile con Bru­no, perché per la prima volta si creò una tensione tra di noi. Lui firmò, ma il Pds disse che io avevo ricattato i sindacati e Trentin ritenne di di­mettersi».

Poi la Cgil lo convinse a restare e così lei se lo ritrovò di fronte quan­do varò la Finanziaria da 90 mila miliardi di lire.

«Sì. Ricordo la riu­nione con Cgil, Cisl e Uil prima del consi­glio dei ministri che avrebbe varato la ma­novra. Sapevo che i sindacati, pur consa­pevoli che quei sacrifi­ci fossero necessari, non potevano darmi il loro consenso. Tren­tin, anche allora, di­mostrò le sue caratte­ristiche, che ne facevano un personaggio unico tra i sin­dacalisti».

Quali caratteristiche?

«Lui sentiva molto la sua missio­ne di sindacalista che aveva assegnato alla sua vita, nonostante avrebbe potuto aspirare a ruoli più prestigiosi ma gli era rimasto mol­to del padre, professore universita­rio, esule in Francia sotto il fasci­smo. Trentin era un forte sostenito­re delle ragioni operaie, ma mante­neva il gusto e la disciplina tipici dello studioso».

Questo cosa c'entra con lo scon­tro del '92?

«Nella riunione di cui le dicevo, che come si può immaginare non fu facile, Trentin volle comunque fare alcune proposte costruttive. Mi suggerì il piano per l'informatizza­zione della pubblica amministrazio­ne che lanciai con la costituzione dell'Aipa e mi propose la tassazio­ne delle moto di grossa cilindrata e di altri beni di lusso, che accolsi. Poi, dopo qualche settimana, andò in piazza, a Torino, per le manifesta­zioni sindacali contro la manovra e fu il primo, purtroppo, a beccarsi i bulloni di chi avrebbe voluto manifestazioni più veementi».

Che per fortuna non ci furono.

«E questo, a distanza di anni pos­so dirlo, fu il più grande contributo di collaborazione che il sindacato e Trentin diedero al mio governo. La decisione di non fare lo sciopero ge­nerale, ma di governare lo sconten­to disseminandolo in manifestazio­ni regionali, mi aiutò non poco a su­perare quel passaggio».

Negli anni successivi ne avete ri­parlato?

«No, non c'era bisogno. Io sapevo che Trentin non è mai stato un sin­dacalista chiuso, interessato solo alla protesta. Lui ha sempre cerca­to di cogliere i nessi che legano l'in­teresse dei lavoratori con l'interes­se generale. Ci siamo spesso scam­biati libri. Abbiamo parlato molto, ma di altro. Ricordo alcune conver­sazioni sulla musica classica, che lui amava molto».