LA REPUBBLICARRIERE DELLQ , 24 AGOSTO 2007

Bruno, un eretico in fabbrica, “anche gli operai sbagliano”

Non fu un trascinatore di folle ma riuscì a rompere il tabù del posto fisso

di Roberto Mania

BRUNO Trentin diceva che i lavo­ratori non hanno sempre ragio­ne. Anzi, diceva, che «possono anche sbagliare». Pure per questo Bruno Trentin è stato l'eretico del sindaca­lismo italiano. Intellettuale aristo­cratico, francese di nascita (a Pavie in Guascogna dove si rifugiò il padre Silvio, antifascista) scelse di fare il sindacalista, al servizio dei più debo­li, sedotto ‑ come spiegò ‑ dalla sco­perta della «straordinaria voglia di conoscenza e di libertà della classe lavoratrice». Poteva fare anche altro, lui che una parte dei suoi studi li compì ad Harvard. Non fu mai un trascinatore di folle, come Luciano Lama o ancor prima Giuseppe Di Vittorio. Nelle assemblee i suoi lunghi interventi a braccio si trasformava­no spesso in una irripetibile esperienza intellettuale. Un lungo viag­gio tra impietose autocritiche e solu­zioni illuminanti ‑ talvolta assoluta­mente irrealizzabili ‑ ripensando Karl Marx e Antonio Gramsci. Nulla con Trentin era scontato o prevedi­bile.

Negli anni Settanta si batté, iso­lato, contro l'egualitarismo salaria­le, poi interpretò «con intransigen­za» (come ammise) la linea della maggioranza del sindacato dell'autunno caldo; negli anni Ottanta comprese fino in fondo l'errore della difesa ostinata della scala mobile da parte del Pci, ma per non strappare con il partito elaborò la teoria del vulnus secondo cui il decreto di Craxi nella notte di San Valentino, al di là del contenuto, violava le regole delle corrette relazioni tra governo e sindacati; negli anni Novanta ruppe tabù come quelli del posto fisso, at­taccando la pigrizia e 1'«opacità» in­tellettuale della sinistra incapace di guardare ‑ prigioniera dei suoi «stereotipi» sul lavoro ‑ oltre il taylori­smo, e portò la Cgil ad accettare la sfi­da della concertazione mentre con la caduta del Muro precipitava anche il Novecento.

Negli ultimi anni della sua vita, prima .europarlamentare poi diri­gente dei Ds, assorbito dagli studi per contribuire ad un programma della sinistra orfana delle categorie del pensiero comunista, si è ribellato all'idea di una «involuzione» affari­stica del movimento cooperativo re­spingendo, però la tesi ‑ durante l'af­faire Bnl-Unipol ‑ di una "questione morale" all'interno dell'ex Pci. Poi ha detto no al Partito democratico co­struito in provetta, in un laboratorio politico staccato dalla realtà concre­ta e dai fermenti della società, senza più radici nel movimento operaio, cioè nel lavoro: «Vorrei poter morire socialista», disse. E così è stato. Ha staccato la spina, ancora prima: quella mattina di fine agosto del 2006, per colpa di quella maledetta caduta dalla bicicletta sulle sue Dolomiti che amava profondamente, quasi come la Fiom a cui dedicò un sentiero da lui stesso scoperto. È proprio nella Fiom che Trentin esprime fino in fondo il suo carisma e la sua grande capacità di elaborazione teorica, la sua leadership. Alla pratica sindacale arriva giovanissi­mo dall'Ufficio studi della Cgil, prima dell'autunno caldo. Di quella sta­gione diventa l'interprete più auten­tico e originale. Intuisce la forza in­novativa dei Consigli di fabbrica (mentre il Pci difende le vecchie Commissioni interne) e la spinta che proviene dalla base, quella dell’«operaio massa», tanto meri­dionale, figlio del miracolo econo­mico. A questo nuovo protagonista della scena politico‑sociale, alle sue lotte, per la conquista di diritti e mi­gliori condizioni di lavoro, non solo di aumenti salariali, che accompa­gnano il processo di trasformazione del capitalismo italiano, dedica le sue corpose analisi contenute nella raccolta Da sfruttati a produttori, volume oggi praticamente introvabile. Ma prima, molto prima, c'è la crisi economica della seconda metà de­gli anni Settanta, gli anni di piombo, l'assalto del sindacalismo corporati­vo dei Cobas alla rappresentatività delle grandi confederazioni Cgil, Ci­sl e Uil, la guerra (sbagliata) sulla sca­la mobile. Nel 1986 dopo sedici anni, Luciano Lama lascia la segreteria ge­nerale della Cgil. Non sceglie il suo successore: Non Trentin, dunque, che già aveva preso il suo posto alla guida della Fiom più di vent'anni prima: «Ho tanti fratelli e pochi figli», disse Lama per giustificare la deci­sione di non designare né Trentin né Sergio Garavini (l'altro autorevole leader che avrebbe potuto succeder­gli). Arriverà Antonio Pizzinato, il cui grigiore intellettuale e debolezza politica porterà ad una crisi profonda al vertice della Cgil. La ribellione dei "colonnelli" quarantenni, tra i quali Sergio Cofferati, porterà in poco tempo al ribaltone e all'elezione, all'unanimità, di Bruno Trentin alla segreteria generale della Cgil. Era il suo posto.

Resterà sei anni al vertice del più grande sindacato italiano, scosso dal travaglio del mondo comunista, mentre la prima Repubblica sprofonda sotto le macerie di Tangentopoli e la finanza pubblica attra­versa una crisi impressionante. Trentin riesce a tenere unita la Cgil, spinge per ciò che chiama «l'auto­dissolvimento» della componente comunista anticipando lo sciogli­mento di quella dei socialisti. Nasce così il "sindacato dei diritti" ancora­to ad un progetto autonomo. Il 311u­glio del 1992 arriva, con il governo Amato, l'accordo sulla politica dei redditi. Un accordo "a perdere" per il sindacato, e, soprattutto, oltre il mandato che la Cgil aveva affidato a Trentin. Che, con un rigore assai po­co diffuso, si dimette, denunciando ­nello stesso tempo ‑ «il male oscuro» di un sindacato ancora troppo vin­colato alle logiche di schieramento, di partito. Rientreranno le sue dimis­sioni, poi arriverà l'accordo con Ciampi nel '93: «la risalita», come dirà. Quindi il passaggio di testimo­ne a Cofferati, nel '94, mentre il nuo­vo nella politica italiana si chiama Silvio Berlusconi e la sinistra si affida a successive ansiose composizioni e ricomposizioni. Trentin diventa il responsabile del programma della Cgil. Perché è lì nella «fatica del pro­getto», come dice, che va ricercata l'autentica identità dei sindacato. Se ne va da Bruno Trentin, lasciando nel suo ultimo saggio (La Cgil e il 56: democrazia e autonomia) anche l'ul­tima invettiva contro il Partito democratico: «Penso, infine, all'imba­razzo che persiste nei confronti di un passato che non andava rimosso o cancellato, ma rivisitato e superato laicamente, almeno prima di dedi­carsi con frenesia ai cambi di nome. E prima che si allentassero i. legami con quel mondo del lavoro subordi­nato che è sempre stato la ragione d'essere fondamentale di qualun­que forza di sinistra». Trentin è mor­to così, socialista. E ancora sindaca­lista.