L’UNITàRRIERE DELLQ , 24 AGOSTO 2007

L’ultimo articolo. Stralci dall’ultimo articolo scritto da Trentin per “l’Unità” il 3 luglio 2006.

Chi comanda nell’impero della meritocrazia

di Bruno Trentin

La meritocrazia come criterio di selezio­ne degli individui al lavoro ritorna alla moda nel linguaggio della sinistra e del centrosinistra (...). In realtà, sin dall'illu­minismo, la meritocrazia che presuppo­neva la legittimazione della decisione di­screzionale di un "governante", sia esso un caporeparto, un capo ufficio, un baro­ne universitario o, naturalmente un poli­tico inserito nella macchina di governo, era stata respinta. Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell'educazione, che solo possono essere as­sunte come criterio di riconoscimento dell'attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candi­dato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet respingevano con rigore qualsiasi criterio diverso dalla conoscenza e dalla qualifica­zione specializzata, di valutazione del "valore" della persona e lo riconosceva­no come una mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio. Ma da allora, con il sopravvento nel mondo del­le imprese di una cultura del potere e dell'autorità il ricorso al "merito" ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivo­luzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governan­te, e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il "sapere fare", valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli

della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel conte­sto, negli anni del fordismo, dell'anziani­tà aziendale.

Nella mia storia di sindacalista ho dovu­to fare ogni giorno i conti con la merito­crazia, e cioè con il ricorso al concetto di merito", utilizzato (anche in termini sa­lariali) come correttivo di riconoscimen­to della qualificazione e della competen­za dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribu­zione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli "assegni" o "premi" di merito, quando questi, oltre a dividere i lavorato­ri della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promo­zione e di comando della persona sanzio­nato, per gli impiegati, da una divisione normativa che nulla aveva a che fare con l'efficienza e la funzionalità, ma che sigil­lava la garanzia del posto di lavoro e la fe­deltà all'impresa.

Molto presto questa utilizzazione dei pre­mi di merito o dei premi tout court giunse alla penalizzazione degli scioperi e delle assenze individuali (anche per malattia), quando di fronte a poche ore di sciopero o alla conseguenza di un infortunio sul la­voro le imprese sopprimevano anche 6 mesi di premio. È questa concezione del merito, della meritocrazia, della promo­zione sulla base di una decisione inappel­labile di un'autorità "superiore" che è sta­to cancellato con la lotta dei metalmecca­nici nel '69 e con lo Statuto dei diritti del lavoro che nel 1970 dava corpo alla gran­de idea di Di Vittorio di dieci anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del Pci, si astennero al momento della sua approvazione, solo perché esclu­sa dalla partecipazione al Governo. Ma quello che è più interessante osservare è come, alla crisi successiva del Fordismo e alla trasformazione della filosofia dell'impresa, con la flessibilità ma anche con la responsabilità che incombe sul lavorato­re sui risultati quantitativi e qualitativi delle sue opere, si sia accompagnato in Italia a una risorgenza delle forme più au­toritarie del Taylorismo, particolarmente nei servizi, santificata non solo dal mito del manager che si fa strada con le gomi­tate e le stock options, ma dalla ideologia del liberismo autoritario. Con gli "yuppies" che privilegiano l'investimen­to finanziario a breve temine, ritorna co­sì per gli strati più fragili (in termini di conoscenza) l'impero della meritocrazia. A questa nuova trasformazione (e qualche volta degrado) del sistema industriale ita­liano ha però contribuito l'egualitarismo salariale di una parte del movimento sin­dacale, a partire dall'accordo sul punto unico di scala mobile, che ha offerto, in un mercato del lavoro in cui prevale la di­versità (anche di conoscenze) e nel quale diventa necessario ricostruire una solida­rietà fra persone e fra diversi, una sostan­ziale legittimazione alle imprese che han­no saputo ricostruire un rapporto diverso (autoritario ma compassionevole) con la persona sulla base di una incomprensibi­le meritocrazia.

Le stesse osservazioni si possono fare per i "bisogni", contrapposti negli anni 60 del secolo scorso alle domande che prevalgo­no nel vissuto dei cittadini nella società dei consumi. Era questa anche la convin­zione di un grande studioso marxista co­me Paul Sweezy. Sweezy opponeva i nee­ds (i bisogni reali, le necessità) ai wants (le domande, i desideri), attribuendo impli­citamente ad uno stato illuminato e auto­ritario la selezione «nell'interesse dei cittadini» fra gli uni e gli altri. Come se non fossero giunti i tempi in cui le domande e i desideri di fronte alle scelte e alle priori­tà imposte dalla condizione del lavoro e dalle lotte dei lavoratori si trasformano gradualmente in diritti universali, attra­verso i quali, i cittadini, i lavoratori (non un padrone o uno stato illuminato), con

il conflitto sociale, riuscirono a far progre­dire la stessa nozione di democrazia.

Meriti e bisogni o capacità e diritti? Non è una questione di vocabolario: la merito­crazia nasconde il grande problema dell'affermazione dei diritti individuali di una società moderna. E sorprende che la cultura della meritocrazia (magari come antidoto alla burocrazia, quando la meri­tocrazia è il pilastro della burocrazia) sia riapparsa nel linguaggio corrente del cen­trosinistra e della stessa sinistra, e con il predominio culturale del liberismo neo­conservatore e autoritario, come un valo­re da riscoprire. Mentre più noti giuristi, i più noti studiosi di economia e di sociolo­gia, da Bertrand Swartz a Amartya Sen, a Alain Supiot si sono affannati ad indivi­duare e a riscoprire dei criteri di selezione e di opportunità del lavoro qualificato, ca­paci di riconciliare ‑ non per pochi ma per tutti ‑ libertà e conoscenza, di immagi­nare una crescita dei saperi come un fatto­re essenziale, da incoraggiare e da prescri­vere, introducendo così un elemento di­namico nella stessa crescita culturale del­la società contemporanea. La capability di Amartya Seri non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità pro­fessionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si tradu­ca in precarietà e regressione. Essa rappre­senta anche l'unica opportunità (non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, "governando" il proprio lavoro (...).