L’UNITàRRIERE DELLQ , 24 AGOSTO 2007

Addio Bruno. Trentin è morto ieri a 81 anni, è stato un grande innovatore del sindacato e della sinistra

Lavoro, autonomia e libertà. La sinistra di Trentin

Era nato in Francia dove suo padre, docente di diritto, era emigrato per non giurare fedeltà al regime fascista. L’incontro con Di Vittorio e subito l’incarico di dirigente della Cgil e poi di leader della Fiom per 15 anni, fino al 1977. Nell’88 diventa segretario generale. Nel 1992 la concertazione: firma l’accordo che cancella la scala mobile e lascia. Insieme a Boni, Carniti e Benvenuto avvia un’inedita esperienza di unità sindacale in pieno autunno caldo

di Bruno Ugolini

È piombata all'improvviso la noti­zia della scomparsa di Bruno Tren­tin. Ha scosso gli animi dei molti che lo hanno conosciuto, ascoltato, ama­to. Per le sue idee, per la sua passione, per il suo rigore, per il suo stile di vita. Il cronista che qui scrive lo ha seguito per anni, fin da quando era prestigio­so dirigente dei metalmeccanici. Quel che ha imparato lo ha imparato da lui. Anche nel saper affrontare, come in queste ore, momenti di acuto dolo­re.

Già in questi mesi di sofferenza, dopo la caduta dello scorso an­no, si è sentita la sua mancan­za. Alludo all'assenza amara di una voce che sapeva guardare con lucidi­tà e con speranza le vicende di un mondo, di un Paese, di una politica che a stento cerca il filo di un futuro incerto.

Autonomia, lavoro, libertà. Sono le tre parole care a Bruno Trentin. E tor­nano in mente ora, mentre tento di ripensare, così come l'ho conosciuta, la vita di un dirigente sindacale, di un dirigente politico, di un leader della si­nistra italiana ed europea. A molti po­teva apparire, di primo acchito, come un aristocratico, un raffinato intellettuale, chiuso nella sua torre d'avorio. Ma era lo stesso uomo che nell'autun­no caldo affrontava tempestose as­semblee operaie, a volte rischiava di buscare i bulloni in testa.

Aveva il gusto del confronto, aspro, non solo con gli avversari politici, con le controparti imprenditoriali o con dirigenti di partito. Sapeva affron­tare anche masse di lavoratori agitati da ribellismi corporativi. Perché non li considerava plebaglia pezzente, ca­pace solo di invocare le grazie di un boss o di un moderno principe o di protestare al vento. Considerava i «sa­lariati» come dei protagonisti, dei «produttori». Così li aveva chiamati nel titolo di un bel libro: Da sfruttati a produttori. Era il senso di una battaglia fatta di unità, di lotte e di conquiste ma soprattutto intrisa di un concetto a lui molto caro: «autonomia». È la sua prima parola. Autonomia per il sindacato, per la Cgil, per i lavoratori, autonomia per «sé».

Non era facile riassorbire Trentin in qualche parrocchia grande o piccola. I suoi amici politici sono stati, certo, Norberto Bobbio, Riccardo Lombar­di, Vittorio Foa, Pietro Ingrao e molti altri Ma non è stato mai semplice incasellarlo in una precisa corrente. Me­glio ripescare le parole lontane di uno stimato giornalista, Giorgio Bocca. Nel 1975 scriveva su Il Giorno: «Quando parla uno come Trentin non ha senso chiedersi se appartenga alla de­stra o alla sinistra del partito comuni­sta, perché quando parla uno come lui si capisce che il duro ripensamen­to critico e la ricerca creativa appar­tengono a tutti coloro che vogliono uscire dai luoghi comuni, dalle pigri­zie». È abituato fin da piccolo alle difficoltà, alle «scalate». Forse per questo ha continuato ad amare tanto la montagna, le rocce da dominare. Nasce in Francia a Pavie, vicino a Tolosa, nella regione della Guascogna, il 18 dicem­bre del 1926. Il padre Silvio Trentin, professore di diritto amministrativo a Ca' Foscari, Venezia, non ha voluto giurare fedeltà al fascismo. È emigra­to, prima facendo il contadino, poi il tipografo ad Auch, poi il libraio a To­losa. Fonda un movimento di sini­stra: «Libertà e federalità». E così operando incontra altri esuli come Lus­su, Carlo Rosselli, Cianca, Amendola, Nenni, Saragat. Il figlio Bruno cresce in tale clima. Frequenta il liceo di Tolosa.

È un quindicenne dalle idee anarchi­che che assiste all'invasione dei tede­schi, organizza con altri un «gruppo insurrezionale», finisce in carcere. Rie­sce ad uscire e va a fare il contadino per qualche mese in un campo di rifugiati spagnoli. L'8 settembre del 1943 padre e figlio decidono di rientrare in Italia ma sono arrestati. Silvio, sofferente al cuore, morirà il 12 marzo del 1944, a 59 anni, in una clinica di Pa­dova.

Bruno, comandante di una brigata partigiana delle formazioni di Giusti­zia e Libertà conosce Riccardo Lombardi. Siamo nel 1946 ed entra nel Partito D'Azione. Si laurea così in giurisprudenza all'Università di Padova con Norberto Bobbio e vince una borsa di stu­dio ad Harvard per qualche mese. Ed ecco l'incontro decisivo con la Cgil e con Giuseppe Di Vittorio. Sta nell'uffi­cio studi, accanto a Vittorio Foa e decide d'scriversi al Partito comunista. Nel 1958 è vicesegretario della Cgil e nel 1962 va a dirigere la Fiom, il sindacato dei metalmeccani­ci. Un'esperienza prolungatasi per 15 anni, fino al 1977, e che trasforma la sua biografia. Trentin, con Piero Bo­ni, con Pierre Camiti, con Giorgio Benvenuto, con molti altri, costruisce un'esperienza inedita di unità sinda­cale, di democrazia operaia.

Sono gli anni sessanta, quelli dell'au­tunno caldo. Ma anche in queste cir­costanze Trentin mette in campo una «filosofia» che lo accompagnerà nel corso degli anni sindacali. Quella contro la «faciloneria», contro quei dirigenti sindacali che amano somma­re tutte le «esigenze», senza scegliere. È la polemica nei confronti di un sindacalismo modello Cgt, fatto più di propaganda che di risultati.

Così è contrario ‑ ma resta in mino­ranza ‑ agli aumenti eguali per tutti, battendosi per il cosiddetto salario di qualifica. Perché la qualifica, la profes­sionalità, è frutto di sacrifici, di studi di impegno «da far pagare al padrone». Sono tempi non facili, di scontri anche nel Pci e negli stessi organismi dirigenti della Fiom, ad esempio quando occorre battersi per i nuovi organismi di base, al po­sto delle vecchie com­missioni interne. C'è negli interventi di Tren­tin un'ossessione conti­nua, la determinazione a puntare più sugli as­setti di potere nella fab­brica e nella società che alla redistribuzione del reddito. E il braccio di ferro instaurato a Mira­fiori, proprio nell'autunno caldo, tra il sindacato che vuo­le i delegati e «Lotta Continua» che in­voca cento lire all'ora d'aumento sala­riale e disprezza gli «accordi‑bidone». Dopo l'esperienza tra i metalmeccani­ci Trentin approda alla segreteria del­la Cgil e, nel 1988, assume la carica di segretario generale. Sono gli anni del­la concertazione, allorché, nel 1992 (governo Amato) firma un accordo che cancella la scala mobile senza contropartite e poi si dimette. Ha agi­to per senso di responsabilità, di fron­te al tracollo economico ma denun­cia il condizionamento del «male oscuro» che percorre le correnti politi­che della Cgil (in seguito superate). Un anno dopo contribuisce a costrui­re un'intesa (governo Ciampi) con un nuovo sistema contrattuale come alternativa alla scala mobile. È lui, da segretario generale della Cgil, a pro­muovere quella che diventa la nuova organizzazione degli atipici, il Nidil. E sempre in quel ruolo consegna al suo sindacato, attraverso una lunga discussione collettiva, una piattaforma per il futuro, un «programma fonda­mentale» imperniato sui diritti e sulla solidarietà.

Abbiamo citato la parola autonomia. Bisogna citarne un'altra: lavoro. E qui arriviamo ai suoi ultimi impegni, durante l'esperienza di euro parlamenta­re per i Ds e a capo dell'ufficio pro­gramma del partito guidato da Piero Fassino. Trentin non può ipotizzare una sinistra staccata dai temi del lavo­ro. L'obiettivo sta nel cambiare il lavo­ro nei suoi aspetti di fatica e di stress, ma anche nel rapporto con le gerar­chie proprietarie, senza chiudersi in una nostalgica difesa del fordismo. Il perno centrale sta nel «sapere», nella conoscenza, da conquistare giorno per giorno. Anche per queste ragioni confessa, nella sua ultima intervista, a proposi­to del futuro partito democratico, che vorrebbe morire socialista. Per­ché tutto si può buttare, dopo il crol­lo del cosiddetto socialismo reale, ma non la possibilità di rendere gli uomi­ni e le donne che lavorano non ogget­ti inanimati, bensì dei protagonisti. È un po' il senso delle sue parole duran­te un incontro con un gruppo di stu­denti che qui mi piace rammentare. E così arriviamo alla terza parola: «libertà», la libertà di vivere una vita degna di essere vissuta. Sono il modo miglio­re per ricordarlo: «Mi chiamo Bruno Trentin, ho 71 anni. Ho passato tutta una vita nel lavoro sindacale. Probabilmente questa scelta l'ho fatta per­ché ho scoperto, anche quand'ero molto giovane, nella classe lavoratri­ce, una straordinaria voglia di cono­scenza e di libertà, proprio in quei la­voratori che non avevano avuto la fortuna di un'educazione, di parteci­pare ad un'esperienza di studi. Pro­prio lì ho trovato un bisogno straordi­nario, molto più grande di quello di avere un alto salario, ecco, di diventa­re persone libere, di esprimersi attra­verso il proprio lavoro liberamente, di conoscere. E questo spiega anche la grande fierezza,' che risorge conti­nuamente nel mondo del lavoro, in tutti i continenti, in tatti i paesi. Que­sta è la cosa che mi ha profondamen­te affascinato e che mi ha dato la vo­glia di mettermi proprio al servizio di questa causa».

Uomini come Bruno Trentin, sono nati e vissuti per questi ideali. Qualcu­no oggi sostiene che sono ideali mor­ti e sepolti. Perché tutto è cambiato e quell'antico, orgoglioso mondo del lavoro non esisterebbe più. Come se nelle nuove forme lavorative, quelle che impegnano milioni di giovarci e meno giovani, non rinascesse una spinta proprio alla riconquista di spa­zi di libertà e autonomia. È la lezione che nasce dagli ultimi scritti di Tren­tin, nella sua tenace e troppo spesso ignorata scrittura di un programma per la sinistra. Dove non ci si rifugia nella nostalgia del passato masi deli­nea una strategia innovativa basata su nuovi obiettivi. A cominciare da quelli che parlano di conoscenza, di formazione, le arrisi moderne per ren­dere davvero ancora una volta liberi milioni di donne e uomini che tra­scorrono gran parte della propria vi­ta, anche dopo il duemila, lavorando. E connotando così profondamente le proprie esistenze.