Bruno Trentin, il grande sindacalista della Cgil scomparso
È stato tra i sindacalisti uno degli osservatori più attenti del ’68 e del ’69. Aveva un’idea del capitale e del lavoro fra classe e persona. Eravamo su posizioni diverse, il manifesto molto attento alle nuove forme di lotta e alle loro elaborazioni più avanzate, lui molto interessato alle prime e del tutto indifferente alle seconde. La sua fu un’esperienza forte, ostinata, drammatica, contraddittoria. Partigiano con Giustizia e Libertà, leader insolito nella Cgil, comunista silenzioso nel Pci. Era un compagno leale con il quale discutevamo accanitamente e con difficoltà. Restammo amici, anche nel disaccordo
di Rossana Rossanda
Il lavoro è un terreno
bruciante, che i partiti dell'ex sinistra e le ideologie del postomoderno
cercano di eludere, e sul quale si è misurata tutta l'esistenza di Bruno Trentin.
Ne ha costituito l'impegno politico e la domanda morale, su di esso si sono costruite le sue grandi scelte, grandi amicizie
e grandi rotture. Certo è stato, dopo Di Vittorio, il segretario della Cgil
nel quale sono state riposte più speranze, ma anche il più attaccato ‑
fino alle monetine che gli tirarono addosso ‑ quando
parve deluderle. Ed ha finito per essere molto grande anche la sua solitudine,
non priva di acerbità inflitte e amarezze subite.
Era venuto al Pci dalla
Cgil nel 1950, e in esso ha avuto un fascino forte
quanto la diffidenza dell'apparato e dei dirigenti, Ingrao escluso. Ricordo la
commissione elettorale del IX congresso, nel 1960, che
promosse lui e me nel Comitato centrale; era, credo, il più giovane e questo
sollevava molti sospetti. Non era troppo poco sperimentato, solo dieci anni,
undici in Cgil? Non si era formato in Francia, Tolosa, e nel
partito d'azione, che poco aveva amato i comunisti e poco ne era stato
riamato, non era figlio di Silvio Trentin, non era stato partigiano in Veneto
nelle file di Giustizia e Libertà? Non era il percorso abituale di un dirigente
comunista.
Origine e cultura lo rendevano diverso, e il suo riserbo suonava come una
bizzarra forma di aristocrazia, attributo insolito in un sindacalista
straordinariamente comunicante con i lavoratori e che andava contando sempre di
più in quella Cgil che per il Pci era forza conclamata e cruccio nascosto. Non
era stato proprio lui, Trentin, al cuore di quel V congresso
che la rinnovava a fondo e ne segnava un'autonomia? Non sarebbe stato
l'unificatore dei sindacati metalmeccanici nella Flm? Non sostenne fino all'ultimo quel sindacato dei consigli ché non
andava né su né giù né ad Amendola né a Berlinguer? E perdipiù non pretendeva
una politicità assoluta del sindacato, non solo
contrattuale, non solo salariale e normativa ma portatrice di un progetto di
società? Non cresceva con lui, e poi senza e perfino contro di lui, una
sinistra intellettuale e di lotta che avrebbe contaminato Pci e Psi?
Gli anni '60, crogiolo
che avrebbe messo fine al progressismo nel 1968 e nell'autunno caldo del 1969,
ebbero in lui un protagonista tanto formalmente disciplinato quanto non
riducibile. Non a caso campeggiava sul suo studio in corso d'Italia una istantanea di Di Vittorio che
era scrutato e scrutava il volto severo d'un operaio giovane, ambedue interrogativi
l'uno dell'altro. La corrente che passava tra un sindacato di classe e i
salariati era assieme più immediata e insubordinata
di quella che intercorreva fra base e dirigenti di un partito, come il Pci, che
si voleva leninista soltanto nel detenere una «coscienza esterna» alla classe.
Ne vennero degli scontri. Nel 1962 il primo avvenne sull'analisi del capitalismo italiano, in un convegno indetto dall'Istituto
Gramsci: Trentin e qualcun altro meno autorevole di lui avvertiva «badate, il
capitalismo italiano sta cambiando, si ammoderna, rinnova i suoi quadri,
cresce» e un Giorgio Amendola appassionato e sprezzante li tacciava tutti di
farsi delle illusioni e assieme inclinare all'estremismo, mettendo in causa la
tesi che, per la sua natura retriva e fascistizzante, i1 padronato italiano era
incapace di essere una classe dirigente dei nostri tempi. In gioco era dunque
il ruolo del partito: doveva approfondire la sua natura di classe o mantenere
come obiettivo e limite l'ammodernamento del paese, possibilmente assieme a quel Psi con il quale la sinistra interna avrebbe impedito
a lui, Amendola, due anni dopo, spento Togliatti, di andare all'unificazione.
Quella volta Trentin non
vinse e Amendola non perdette. Il volgere delle cose avrebbe portato il Pci, invece
che a una radicalizzazione della lotta, a sperare di
reggere dall'esterno i fili del centrosinistra che si stava tessendo: ora
passano i socialisti, poi passeremo noi (e per noi non si intendeva la
rivoluzione). Trentin si tenne distante dal dibattito,
almeno quello più esplicito, seguiva dalla Cgil il formarsi delle lotte di
quel decennio, cogliendone le novità e, come sarebbe stato sempre, nulla
concedendo ad alcune forme estreme e contro il sindacato, alle quali non
rimproverava la violenza ma quella che considerava una miopia, una
elementarietà. Ed esterno rimase allo scontro nel XI
congresso, o così parve a noi ingraiani che ne finimmo duramente sconfitti.
Ma con lui restò
abituale lo scambiarsi le idee, vedersi, spesso assieme a Sergio Garavini o
con Vittorio Foa, mantenendo diversi i campi di intervento,
lui molto corso d'Italia, noi molto Botteghe Oscure. È stato fra i sindacalisti
uno degli osservatori più attenti del 1968 e
dell'autunno caldo 1969, sostenne a lungo il sindacato dei consigli, anch'esso
oggetto di diffidenza della segreteria del partito. Era come se tenesse sempre
più lo sguardo sul mutare del capitale e dell'organizzazione
del lavoro e delle figure sociali, e questo ci legava. Ma non avrebbe mai
appoggiato il manifesto ‑ come Ingrao, nel Pci non avrebbe mai scelto una
posizione formale di minoranza. Il giorno della
nostra radiazione, nel novembre del 1969, due amici erano assenti dal
Comitato centrale per impegni sindacali, Trentin e Garavini. Garavini
telegrafò che votava contro, Bruno non si fece vivo. Ma non fini un'amicizia
fra alcuni di noi che era stata grande. Eravamo su
postazioni diverse, noi molto attenti alle nuove
forme di lotta e alle loro elaborazioni più avanzate, lui molto interessato
alle prime e del tutto indifferente alle seconde. Anche
la sua consuetudine con Garavini si sarebbe allentata perché Sergio era molto
amico di Raniero Panzieri, mentre Trentin con i Quaderni rossi non si
coinvolse, che io sappia, mai. Quanto a Classe Operaia e Contropiano fu sempre acerbamente critico ‑ non lo persuase il
discorso sull'operaio massa, non pensò mai al proletariato come una figura
rozza e indistinta, e perciò tanto più combattiva, non credette a un'autonomia
del politico che gli sarebbe sovrapposta, forma indiretta di «stato». Ma
ricordo la sua collera quando Lama all'Eur definì
cenere le lotte degli anni '60 e'70, consiliarismo incluso, nel ringhiare dei
delegati che però, come sempre, incassarono. Non so se Lama avesse
trovato un accordo con Berlinguer. A Lama seguì la breve stagione di Antonio Pizzinato, quadro sindacale proveniente dalla
Borletti di Milano, poi fu Bruno a diventare segretario generale.
La sua fu un'esperienza
forte, ostinata, drammatica, contraddittoria. Eravamo in
pieno passaggio d'epoca nel corso degli '80, in piena, avremmo detto
allora, controrivoluzione mondiale, in pieno rivolgimento capitalistico
dell'organizzazione del lavoro, in piena crisi dell'Est (Trentin fu il solo
del Pci a darvi ascolto), in piena «rivoluzione» tecnologica. In Italia in
pieno craxismo. L'attacco alla scala mobile investì più Botteghe Oscure che la
Cgil, per strano che possa parere ‑ la Cgil
stentò ad appoggiare il referendum, che infatti fu perduto. Da parte sua,
Trentin lo riteneva già un obiettivo arretrato rispetto alla contrattazione
aziendale, che considerava decisiva assieme al contratto nazionale, mentre la
Confindustria escludeva o l'una o l'altro. Nel 1992 al governo era Giuliano
Amato, in ballo l'unificazione monetaria e il trattato di Maastricht, violenta
la pressione per una rottura sindacale. Trentin fece allora la
sua, credo, sola mossa interamente politica, l'occhio sul governo,
sull'Europa e sul pericolo di isolamento della Cgil prima che su quelli che
considerava i suoi mandanti, i lavoratori. Siglò il famoso accordo del 31
luglio e si dimise dalla segreteria della Cgil. Le dimissioni
sarebbero rientrate. Ma quella data segnava in verità
la sua fine. Un anno dopo sarebbe stato sostituito
da Cofferati.
Non considerò mai quella
sigla un errore, la difendeva ancora anni dopo, sostenendo che era stato l’unico modo di salvare sia il suo sindacato sia alcuni
principi che sarebbero stati confermati negli accordi del 1993. Non credo che avesse ragione. Non ci perdonò l'attacco che gli muovemmo ‑ che gli mossi. Si incrinò
anche l'amicizia personale che aveva retto a molte vicissitudini e alla
separazione degli itinerari; ci aveva legato, più che una consuetudine
quotidiana, la formazione più europea che nazionale, più legata al nord che al
sud, più interessata all'analisi che allo slogan. Tanto più forte fu la
lacerazione. Ne ebbi ripetute requisitorie nelle più
rare occasioni di incontro. La pace sarebbe stata dichiarata con qualche riga
molti anni dopo.
Ma se fra noi lo scontro era iscritto nelle
cose, fra lui e il Pci poi Pds, non lo era. Se non su
un punto decisivo quanto poco esplicitato. Non facilitò né contrastò la
svolta di Occhetto. Seguendo quel suo filo costante, coerente, testardo.
Sapeva da un pezzo che il Pci non aveva un «progetto di società», come amava
dire, e tantomeno basato su una trasformazione del lavoro. Sul quale si divise
sempre da una sinistra che si dibatteva fra massificazione, esaltata come
terreno di una nuova coscienza antagonista e nativamente ugualitaria, e
radicalismo che egli non ammetteva, accusandolo di massimalismo o
corporativismo. Tutto gli pareva subalterno, incapace
di afferrare la crescita del capitale, incapace di opporvisi, al massimo
condannato a una difesa perdente quando non preludeva a un salto dall'altra
parte. Fu uno dei primi a capire la Trilaterale, non cedette a conclusioni
sommarie, non credette in una vittoria assoluta del toyotismo, non sottovalutò
un taylorismo duro a morire nelle grandi aziende, credette alla necessità
dell'Europa e della moneta unica come passo in avanti rispetto all'angustia
dello stato nazionale. II suo Marx era quello della
liberazione delle forse produttive, ma con un accento messo
sull'irriducibilità della persona, sulla sua priorità rispetto alla massa,
perfino alla classe, che aveva le sue radici in una sua lettura del
personalismo di Mounier, in Maritain, in una Simone
Weil amata e criticata per misticismo. Negli anni '90 avrebbe lavorato a lungo su Americanismo e fordismo di Granisci.
La sua impronta più profonda sta nella persuasione che nel lavoro c'è insieme
un'alienazione e un principio di identità, che resta
il luogo elettivo delle relazioni e della creatività ‑ che si tratta di
liberarlo, liberare l'uomo nel lavoro, non dal lavoro, non fuori di esso.
Questa l'utopia nel suo libro meno noto, i due saggi de La
città del Lavoro, il primo dei quali è uno dei più severi attacchi alla
subalternità culturale della sinistra, che era stata anche sua.
Anche fra lui e la Cgil, senza strappi apparenti,
dovette essere una dura separazione. Come il Pci, anch'essa è spietata con i
dirigenti che lasciano sulla loro strada. In Cgil prese la
direzione di un ufficio studi che non produsse o non fu lasciato produrre nulla
di straordinario, come una Commissione sul programma del Pds in mutazione.
Divenne deputato europeo. Bertinotti, che finché erano assieme in segreteria
era stato oggetto di suoi attacchi asperrimi per estremismo, movimentismo,
massimalismo (peraltro ricambiati in direzione opposta), lo incontrava a
Bruxelles o Strasburgo, solo, e finivano per fare colazione insieme. Solo
arrivava dovunque, nelle occasioni pubbliche. Al
congresso di Rimini, che avrebbe visto la grande stagione di Cofferati,
Trentin non stava alla presidenza, ma seduto a mezza sala, senza amici accanto,
e col giornale aperto davanti agli oratori,
segretario incluso.
Non so come la mettesse con gli esiti attuali della mondializzazione. Ci
vedemmo sempre meno nella sua ospitale casa. Ai congressi ci
abbracciavamo, ma con qualche imbarazzo, come due che si erano voluti bene
molto tempo fa. L'ultima volta lo incontrai, inatteso, nel corteo che il
manifesto fece per Giuliana Sgrena sequestrata in Iraq. Non lo percorremmo assieme, ci perdemmo nella folla.
Poi, negli ultimi due
anni, le brutalità del corpo assalirono diversamente
tutti e due. La sua banale caduta in montagna, che amava più di qualsiasi
altro luogo, fu un'ironia crudele del caso. Non se ne rimise più e non so se abbia potuto riflettere sulla sua vita, sul suo
tormentato e pur felice itinerario. Lo avrebbe sicuramente difeso tutto.