IL MANIFESTORRIERE DELLQ , 25 AGOSTO 2007

Bruno Trentin, il grande sindacalista della Cgil scomparso

Molto vicini e molto lontani

È stato tra i sindacalisti uno degli osservatori più attenti del ’68 e del ’69. Aveva un’idea del capitale e del lavoro fra classe e persona. Eravamo su posizioni diverse, il manifesto molto attento alle nuove forme di lotta e alle loro elaborazioni più avanzate, lui molto interessato alle prime e del tutto indifferente alle seconde. La sua fu un’esperienza forte, ostinata, drammatica, contraddittoria. Partigiano con Giustizia e Libertà, leader insolito nella Cgil, comunista silenzioso nel Pci. Era un compagno leale con il quale discutevamo accanitamente e con difficoltà. Restammo amici, anche nel disaccordo

di Rossana Rossanda

Il lavoro è un terreno bruciante, che i partiti dell'ex sinistra e le ideologie del postomoderno cercano di eludere, e sul quale si è misurata tutta l'esistenza di Bru­no Trentin. Ne ha costituito l'impe­gno politico e la domanda morale, su di esso si sono costruite le sue grandi scelte, grandi amicizie e gran­di rotture. Certo è stato, dopo Di Vittorio, il segretario della Cgil nel quale sono state riposte più speranze, ma anche il più attaccato ‑ fino alle monetine che gli tirarono addosso ‑ quando parve deluderle. Ed ha fini­to per essere molto grande anche la sua solitudine, non priva di acerbità inflitte e amarezze subite.

Era venuto al Pci dalla Cgil nel 1950, e in esso ha avuto un fascino forte quanto la diffidenza dell'appa­rato e dei dirigenti, Ingrao escluso. Ricordo la commissione elettorale del IX congresso, nel 1960, che pro­mosse lui e me nel Comitato centra­le; era, credo, il più giovane e questo sollevava molti sospetti. Non era troppo poco sperimentato, solo die­ci anni, undici in Cgil? Non si era for­mato in Francia, Tolosa, e nel parti­to d'azione, che poco aveva amato i comunisti e poco ne era stato riama­to, non era figlio di Silvio Trentin, non era stato partigiano in Veneto nelle file di Giustizia e Libertà? Non era il percorso abituale di un dirigen­te comunista.

Origine e cultura lo rendevano di­verso, e il suo riserbo suonava come una bizzarra forma di aristocrazia, attributo insolito in un sindacalista straordinariamente comunicante con i lavoratori e che andava contando sempre di più in quella Cgil che per il Pci era forza conclamata e cruccio nascosto. Non era stato proprio lui, Trentin, al cuore di quel V congres­so che la rinnovava a fondo e ne se­gnava un'autonomia? Non sarebbe stato l'unificatore dei sindacati me­talmeccanici nella Flm? Non sosten­ne fino all'ultimo quel sindacato dei consigli ché non andava né su né giù né ad Amendola né a Berlin­guer? E perdipiù non pretendeva una politicità assoluta del sindaca­to, non solo contrattuale, non solo salariale e normativa ma portatrice di un progetto di società? Non cre­sceva con lui, e poi senza e perfino contro di lui, una sinistra intellettua­le e di lotta che avrebbe contamina­to Pci e Psi?

Gli anni '60, crogiolo che avrebbe messo fine al progressismo nel 1968 e nell'autunno caldo del 1969, ebbe­ro in lui un protagonista tanto for­malmente disciplinato quanto non riducibile. Non a caso campeggiava sul suo studio in corso d'Italia una istantanea di Di Vittorio che era scrutato e scrutava il volto severo d'un operaio giovane, ambedue in­terrogativi l'uno dell'altro. La corren­te che passava tra un sindacato di classe e i salariati era assieme più im­mediata e insubordinata di quella che intercorreva fra base e dirigenti di un partito, come il Pci, che si voleva leninista soltanto nel detenere una «coscienza esterna» alla classe. Ne vennero degli scontri. Nel 1962 il primo avvenne sull'analisi del capi­talismo italiano, in un convegno in­detto dall'Istituto Gramsci: Trentin e qualcun altro meno autorevole di lui avvertiva «badate, il capitalismo italiano sta cambiando, si ammoder­na, rinnova i suoi quadri, cresce» e un Giorgio Amendola appassionato e sprezzante li tacciava tutti di farsi delle illusioni e assieme inclinare all'estremismo, mettendo in causa la tesi che, per la sua natura retriva e fascistizzante, i1 padronato italiano era incapace di essere una classe di­rigente dei nostri tempi. In gioco era dunque il ruolo del partito: doveva approfondire la sua natura di classe o mantenere come obiettivo e limite l'ammodernamento del paese, pos­sibilmente assieme a quel Psi con il quale la sinistra interna avrebbe im­pedito a lui, Amendola, due anni do­po, spento Togliatti, di andare all'unificazione.

Quella volta Trentin non vinse e Amendola non perdette. Il volgere delle cose avrebbe portato il Pci, in­vece che a una radicalizzazione del­la lotta, a sperare di reggere dall'esterno i fili del centrosinistra che si stava tessendo: ora passano i socialisti, poi passeremo noi (e per noi non si intendeva la rivoluzione). Trentin si tenne distante dal dibatti­to, almeno quello più esplicito, se­guiva dalla Cgil il formarsi delle lotte di quel decennio, cogliendone le no­vità e, come sarebbe stato sempre, nulla concedendo ad alcune forme estreme e contro il sindacato, alle quali non rimproverava la violenza ma quella che considerava una mio­pia, una elementarietà. Ed esterno ri­mase allo scontro nel XI congresso, o così parve a noi ingraiani che ne fi­nimmo duramente sconfitti.

Ma con lui restò abituale lo scam­biarsi le idee, vedersi, spesso assie­me a Sergio Garavini o con Vittorio Foa, mantenendo diversi i campi di intervento, lui molto corso d'Italia, noi molto Botteghe Oscure. È stato fra i sindacalisti uno degli osservato­ri più attenti del 1968 e dell'autunno caldo 1969, sostenne a lungo il sindacato dei consigli, anch'esso ogget­to di diffidenza della segreteria del partito. Era come se tenesse sempre più lo sguardo sul mutare del capita­le e dell'organizzazione del lavoro e delle figure sociali, e questo ci legava. Ma non avrebbe mai appoggiato il manifesto ‑ come Ingrao, nel Pci non avrebbe mai scelto una posizio­ne formale di minoranza. Il giorno della nostra radiazione, nel novem­bre del 1969, due amici erano assen­ti dal Comitato centrale per impegni sindacali, Trentin e Garavini. Garavi­ni telegrafò che votava contro, Bru­no non si fece vivo. Ma non fini un'amicizia fra alcuni di noi che era stata grande. Eravamo su postazioni diverse, noi molto at­tenti alle nuove forme di lotta e alle loro elaborazioni più avanzate, lui molto interessato alle prime e del tut­to indifferente alle seconde. Anche la sua consuetudine con Garavini si sa­rebbe allentata perché Sergio era molto amico di Raniero Panzieri, mentre Trentin con i Quaderni rossi non si coinvolse, che io sappia, mai. Quanto a Classe Operaia e Contropia­no fu sempre acerbamente critico ‑ non lo persuase il discorso sull'opera­io massa, non pensò mai al proleta­riato come una figura rozza e indi­stinta, e perciò tanto più combattiva, non credette a un'autonomia del po­litico che gli sarebbe sovrapposta, for­ma indiretta di «stato». Ma ricordo la sua collera quando Lama all'Eur definì cenere le lotte de­gli anni '60 e'70, consiliarismo inclu­so, nel ringhiare dei delegati che pe­rò, come sempre, incassarono. Non so se Lama avesse trovato un accor­do con Berlinguer. A Lama seguì la breve stagione di Antonio Pizzinato, quadro sindacale proveniente dalla Borletti di Milano, poi fu Bruno a di­ventare segretario generale.

La sua fu un'esperienza forte, osti­nata, drammatica, contraddittoria. Eravamo in pieno passaggio d'epo­ca nel corso degli '80, in piena, avremmo detto allora, controrivoluzione mondiale, in pieno rivolgi­mento capitalistico dell'organizza­zione del lavoro, in piena crisi dell'Est (Trentin fu il solo del Pci a darvi ascolto), in piena «rivoluzione» tec­nologica. In Italia in pieno craxi­smo. L'attacco alla scala mobile investì più Botteghe Oscure che la Cgil, per strano che possa parere ‑ la Cgil stentò ad appoggiare il referen­dum, che infatti fu perduto. Da par­te sua, Trentin lo riteneva già un obiettivo arretrato rispetto alla contrattazione aziendale, che considera­va decisiva assieme al contratto na­zionale, mentre la Confindustria escludeva o l'una o l'altro. Nel 1992 al governo era Giuliano Amato, in ballo l'unificazione monetaria e il trattato di Maastricht, violenta la pressione per una rottura sindacale. Trentin fece allora la sua, credo, sola mossa interamente politica, l'oc­chio sul governo, sull'Europa e sul pericolo di isolamento della Cgil pri­ma che su quelli che considerava i suoi mandanti, i lavoratori. Siglò il famoso accordo del 31 luglio e si di­mise dalla segreteria della Cgil. Le di­missioni sarebbero rientrate. Ma quella data segnava in verità la sua fi­ne. Un anno dopo sarebbe stato so­stituito da Cofferati.

Non considerò mai quella sigla un errore, la difendeva ancora anni dopo, sostenendo che era stato l’uni­co modo di salvare sia il suo sindaca­to sia alcuni principi che sarebbero stati confermati negli accordi del 1993. Non credo che avesse ragione. Non ci perdonò l'attacco che gli muovemmo ‑ che gli mossi. Si incri­nò anche l'amicizia personale che aveva retto a molte vicissitudini e al­la separazione degli itinerari; ci ave­va legato, più che una consuetudine quotidiana, la formazione più europea che nazionale, più legata al nord che al sud, più interessata all'analisi che allo slogan. Tanto più forte fu la lacerazione. Ne ebbi ripe­tute requisitorie nelle più rare occa­sioni di incontro. La pace sarebbe stata dichiarata con qualche riga molti anni dopo.

Ma se fra noi lo scontro era iscrit­to nelle cose, fra lui e il Pci poi Pds, non lo era. Se non su un punto deci­sivo quanto poco esplicitato. Non fa­cilitò né contrastò la svolta di Oc­chetto. Seguendo quel suo filo co­stante, coerente, testardo. Sapeva da un pezzo che il Pci non aveva un «progetto di società», come amava dire, e tantomeno basato su una tra­sformazione del lavoro. Sul quale si divise sempre da una sinistra che si dibatteva fra massificazione, esalta­ta come terreno di una nuova co­scienza antagonista e nativamente ugualitaria, e radicalismo che egli non ammetteva, accusandolo di massimalismo o corporativismo. Tutto gli pareva subalterno, incapa­ce di afferrare la crescita del capita­le, incapace di opporvisi, al massi­mo condannato a una difesa perden­te quando non preludeva a un salto dall'altra parte. Fu uno dei primi a capire la Trilaterale, non cedette a conclusioni sommarie, non credette in una vittoria assoluta del toyoti­smo, non sottovalutò un taylorismo duro a morire nelle grandi aziende, credette alla necessità dell'Europa e della moneta unica come passo in avanti rispetto all'angustia dello sta­to nazionale. II suo Marx era quello della liberazione delle forse produtti­ve, ma con un accento messo sull'irriducibilità della persona, sulla sua priorità rispetto alla massa, perfino alla classe, che aveva le sue radici in una sua lettura del personalismo di Mounier, in Maritain, in una Simo­ne Weil amata e criticata per mistici­smo. Negli anni '90 avrebbe lavora­to a lungo su Americanismo e fordi­smo di Granisci. La sua impronta più profonda sta nella persuasione che nel lavoro c'è insieme un'aliena­zione e un principio di identità, che resta il luogo elettivo delle relazioni e della creatività ‑ che si tratta di libe­rarlo, liberare l'uomo nel lavoro, non dal lavoro, non fuori di esso. Questa l'utopia nel suo libro meno noto, i due saggi de La città del Lavo­ro, il primo dei quali è uno dei più se­veri attacchi alla subalternità cultu­rale della sinistra, che era stata an­che sua.

Anche fra lui e la Cgil, senza strap­pi apparenti, dovette essere una du­ra separazione. Come il Pci, anch'es­sa è spietata con i dirigenti che la­sciano sulla loro strada. In Cgil pre­se la direzione di un ufficio studi che non produsse o non fu lasciato produrre nulla di straordinario, co­me una Commissione sul program­ma del Pds in mutazione. Divenne deputato europeo. Bertinotti, che finché erano assieme in segreteria era stato oggetto di suoi attacchi asperrimi per estremismo, movimen­tismo, massimalismo (peraltro ri­cambiati in direzione opposta), lo in­contrava a Bruxelles o Strasburgo, solo, e finivano per fare colazione in­sieme. Solo arrivava dovunque, nel­le occasioni pubbliche. Al congresso di Rimini, che avrebbe visto la gran­de stagione di Cofferati, Trentin non stava alla presidenza, ma seduto a mezza sala, senza amici accanto, e col giornale aperto davanti agli ora­tori, segretario incluso.

Non so come la mettesse con gli esiti attuali della mondializzazione. Ci vedemmo sempre meno nella sua ospitale casa. Ai congressi ci ab­bracciavamo, ma con qualche imba­razzo, come due che si erano voluti bene molto tempo fa. L'ultima volta lo incontrai, inatteso, nel corteo che il manifesto fece per Giuliana Sgre­na sequestrata in Iraq. Non lo per­corremmo assieme, ci perdemmo nella folla.

Poi, negli ultimi due anni, le bruta­lità del corpo assalirono diversamen­te tutti e due. La sua banale caduta in montagna, che amava più di qual­siasi altro luogo, fu un'ironia crudele del caso. Non se ne rimise più e non so se abbia potuto riflettere sulla sua vita, sul suo tormentato e pur felice itinerario. Lo avrebbe sicuramente difeso tutto.