L’UNITàRRIERE DELLQ , 25 AGOSTO 2007

Quel suo «Sì» con l’Italia al collasso e la lira svalutata che salvò il Paese e il sindacato

Firmò l’accordo del ’93 senza avere il mandato della Segreteria. Un’ora dopo si dimise. ;a così venne superata la grave crisi finanziaria. E la Cgil contribuì. Al vertice del sindacato trovai Del Turco e Bertinotti. Trentin si circondava di opinioni diverse. E ascoltava tutti

di Sergio Cofferati

Per i sindacalisti della mia ge­nerazione Bruno Trentin è stato un costante punto di riferi­mento, da quando era segreta­rio generale della Fiom nella sta­gione dei consigli, da lui forte­mente voluta, fino a quando ac­cettò di dirigere la Cgil in un momento di grande difficoltà per l'organizzazione. Fu un pun­to di riferimento anche per chi veniva da esperienze e da categorie diverse dalla sua.

Quando diventai segretario generale dei chimici Bruno era già da tempo passato alla segreteria confederale. Nella cultura sindacale dell'industria di quegli anni l'esperienza dei metalmeccanici era dav­vero lontana da quella dei chimici. Tut­tavia il rispetto che la mia categoria, tra­dizionalmente moderata, nutriva nei confronti di Bruno era rilevantissimo.

A lui e alla sua cultura il sindacato deve alcune delle innovazioni più importanti degli ultimi decenni: a partire da certi strumenti di regolazione contrattuale di un mercato del lavoro che andava cam­biando, da lui promossi già negli Anni '70, per arrivare ai nuovi modelli di rela­zione fra le parti sociali.

Il momento più alto di questa opera di innovazione fu il protocollo sulla politi­ca dei redditi del 23 luglio '93, firmato col governo Ciampi, che per la parte rela­tiva alla struttura e alle regole contrattua­li è ancor oggi efficiente e operativo.

Il contributo che Bruno Trentin, con la sua specifica autonomia e capacità ope­rativa, ha dato al risanamento economi­co del Paese negli Anni '90, è stato straor­dinario. È importante ricordarlo, per il complesso e doloroso percorso che lo contrassegnò. Non a caso il '92, e in par­ticolare l'estate‑autunno di quell'anno, è ricordato come uno dei periodi più drammatici della storia recente della no­stra economia.

Allora la moneta italiana venne svaluta­ta del 30% e la Banca d'Italia fu costretta a bruciare ingentissime risorse a difesa della lira. L'azione del governo e della Banca d'Italia fu accompagnata da una difficilissima e sofferta intesa sindacale. Il 31 luglio governo, imprese e sindacati firmarono un accordo che non solo san­civa il superamento irreversibile della scala mobile ma anche congelava per un tempo determinato una parte della li­bera contrattazione fra imprese e sinda­cati.

Fu un difficile e duro accordo sull'emer­genza, che mise a repentaglio la tenuta dello stesso governo. Bruno lo firmò per senso di responsabilità. Non aveva un mandato della maggioranza della sua or­ganizzazione. Firmò e dopo un'ora si di­mise. La decisione venne presa durante una tesissima riunione tra lui e i segreta­ri confederali che lo accompagnavano al negoziato.

Quella firma consentì all'economia ita­liana di creare le condizioni per una te­nuta adeguata di fronte all'emergenza. E le successive dimissioni furono un gesto di esemplare rigore verso il sindacato.

Non fu facile, nell'autunno successivo, convincere Bruno a ritirare le dimissio­ni. Ma nulla fu facile allora: ricordo le contestazioni dei sindacalisti durante lo sciopero di settembre. II primo bersaglio fu proprio lui, a Firenze. Bruno rispose, come sempre, difendendo le ragioni dell'unità sindacale.

Nello stesso autunno riprese la trattativa col governo per definire il protocollo sul­la politica dei redditi. Una parte venne conclusa col governo Amato. Poi, col go­verno Ciampi, la trattativa si completò con la parte più impegnativa, che portò a individuare regole e comportamenti necessari a un'equa ripartizione dei red­diti, sia attraverso la politica governati­va, sia attraverso la contrattazione sinda­cale.

Se l'Italia è riuscita a entrare nel gruppo di testa europeo e a rispettare i parametri di Maastricht, è in larga parte merito di quell'intesa e del clima di rispetto fra le parti che si creò allora. Bruno Trentin è sempre stato un europeista convinto. Il contributo da lui dato, con gli accordi del '92‑93, alla collocazione europea del suo Paese è stato forse il naturale e rile­vante approdo di un'idea e di una storia. Ma c'è un altro aspetto, fra i tanti della cultura di Bruno, che mi piace ricordare: la sua capacità di ascoltare, di tenere con­to delle opinioni degli altri, senza mai rinunciare alla sua. Quando mi volle in se­greteria, notai che la stessa segretaria era molto ampia, non solo per numero (15 persone), ma anche per l'orizzonte di opinioni diverse che esprimeva: da Otta­viano Del Turco, aggiunto di Trentin, a Guglielmo Epifani, per arrivare ai segre­tari più radicali, come Paolo Lucchesi e Fausto Bertinotti.

Lui era in grado non solo di rispettare le tante sensibilità diverse della Cgil an­che di farsi carico di volta in volta delle problematiche più difficili che ognuna di quelle sensibilità rappresentava. Il suo era davvero un esercizio di leadership non limitativa delle opinioni altrui, ma sempre volta a trovare una sintesi.

Io penso che per queste ragioni Bruno Trentin, che è stato un punto di riferi­mento importantissimo per la Cgil e la sinistra, resterà un modello indimentica­bile per molti cittadini di questo Paese.