L’UNITàRRIERE DELLQ , 25 AGOSTO 2007

Il ricordo del ministro Damiano: «Trentin è stato un grande innovatore, con lui la Cgil si è trasformata»

«Bruno che sapeva parlare agli operai»

«La lezione più moderna fu la sfida di governare il cambiamento invece di reagire con logiche di propaganda». «Quando era convinto delle sue opinioni sapeva andare controcorrente»

di Felicia Masocco

Non è vero che Bruno Tren­tin fosse un intellettuale aristocratico distaccato dai lavo­ratori. Al contrario. Lo ricordo all'assemblea del primo turno alle Carrozzerie di Mirafiori per il contratto dei metalmeccanici del `73, un terreno difficile, mi­gliaia di lavoratori che seppe con­vincere con il ragionamento, non con la demagogia». Cesare Damiano ricorda il leader sinda­cale scomparso, «un maestro per tutti noi».

Nel suo ufficio di ministro ha portato solo due foto, una la ritrae con Bruno Trentin.

«Si, sono foto che mi seguono nei vari traslochi. Un'immagi­ne di un corteo di Mirafiori, del 1975; l'altra mi ritrae con Bru­no Trentin. Era il 1991 Bruno era venuto per la celebrazione del centenario della Camera del lavoro di Torino. Sono im­magini che mi riportano a una situazione che vivo sempre con commozione, e mi riportano a Bruno Trentin, come persona, come dirigente sindacale di al­tissimo profilo, un maestro per tutti noi».

Qual è stata la sua lezione?

«Negli anni 70 si sono fatte le più importanti conquiste con­trattuali, Trentin era alla guida della Fiom. Sono anni di forte innovazione, dell'inquadra­mento contrattuale, delle 150 ore, dei diritti di informazione sull'impresa che dovevano far diventare i lavoratori come scrisse in un famoso libro «Da sfruttati a produttori», cioè consapevoli del proprio ruolo. Trentin fu un grande innovato­re».

Che cosa è rimasto del suo tratto nel movimento sindacale di oggi?

«Moltissimo. Si pensi solo al passaggio della Cgil ‑ che avven­ne con Trentin segretario gene­rale ‑ da un sindacato ancorato alla vecchia logica dell'apparte­nenza partitica, al sindacato di programma, dei diritti. Il sindacato che coglie la trasformazio­ne e guarda avanti in una fase molto difficile, in cui si trova a un bivio: confermare la sua vo­cazione confederale, o correre il rischio di regredire nel corpo­rativismo. Credo che la più importante lezione di Trentin stia in questo, e nell'idea di gover­nare il cambiamento invece che reagire con logiche propa­gandistiche».

Trentin viene descritto come un intellettuale, non si è visto in lui un trascinatore di masse. È d'accordo?

«No. Era indubbiamente un intellettuale. Ma l'ho conosciu­to quando ero un giovane fun­zionario della Fiom, lui ven­ne a Mirafiori per il contratto del 1973. Ricor­do l'assemblea del primo turno alle Carrozze­rie, quella più difficile, in grado di dare il via all'approvazione del contratto o alla sua boccia­tura. Erano assemblee in cui bisognava confrontarsi con mi­gliaia e migliaia di lavoratori che avevano espresso una forte partecipazione e si aspettavano un risultato. Trentin sapeva convincerli con il ragionamen­to, non con la demagogia. Quell'assemblea approvò l'ac­cordo quasi all'unanimità».

Come visse invece l'esperienza del 1980?

«Ai cancelli della Fiat cercò con grande forza e coraggio di con­vincere i delegati, le cosiddette avanguardie, ad abbandonare la lotta ad oltranza e mantene­re la lotta articolata: come si di­ceva allora "lavorare un'ora per il pane e un'ora per il latte", per poter durare di più e portare a casa un risultato. Purtroppo prevalse un altro orientamento. Trentin non era una sorta di aristocratico isolato dai lavora­tori. Al contrario, andava al contatto, era un uomo che an­dava controcorrente quando era convinto delle sue opinio­ni».

Fu protagonista dei due primi accordi di concertazione: firmò e si dimise, poi firmò ancora. Era o no fautore di quel metodo che allora era al debutto?

«Assolutamente un fautore ma visse, come noi vivemmo, l'ac­cordo del '92 come un risultato che avrebbe impedito la con­trattazione di secondo livello che giustamente Trentin difen­deva. Nel '93, l'accordo con Ciampi ripristinò il diritto alla contrattazione e segnò una nuova stagione sindacale, un modello che dura tuttora».

L'ultima applicazione lo scorso 23 luglio. Lei questa volta lo ha vissuto da un altro punto d'osservazione. Le riserve della Cgil non mancano eppure ha firmato. Secondo lei Trentin avrebbe approvato il protocollo?

«Immagino di si, anche se il ri­spetto per chi non c'è più impone di evitare interpretazioni di sorta. In ogni caso, questo pro­tocollo è profondamente diver­so da quello del '93: quello era il tempo del risanamento del debito, dell'ingresso in Europa, della guerra all'inflazione. II protocollo di oggi è esclusiva­mente redistributivo, senza scambi, con l'obiettivo di salva­guardare la parte più debole del paese».