L’UNITàRRIERE DELLQ , 26 AGOSTO 2007

Caro Bruno

di Piero Fassino

Caro Bruno, non potendo essere doma­ni con i tanti amici e compagni che per l'ultima volta si stringe­ranno a te, voglio salutarti dalle colonne de l'Unità, questo no­stro giornale a cui eri particolar­mente affezionato e che per anni è stato il canale prezioso del tuo rapporto con i lavoratori e con i cittadini.

In queste ore di dolore e tristez­za sento di doverti manifestare un sentimento di profonda gra­titudine per quanto ci hai inse­gnato in tanti anni di militanza politica e sindacale.

Tu, Bruno, ci hai fatto amare il «lavoro», da te mai pensato e vissuto soltanto come lo stru­mento con cui gli individui pro­cacciano a sé e la propria fami­glia i mezzi del sostentamento quotidiano. No, tu ci hai educa­to a guardare al lavoro come al­la più alta espressione della crea­tività umana. Il lavoro come manifestazione del sapere, della conoscenza, dell'ingegno.

Il lavoro come lo specchio in cui si riflette l'identità e l'imma­gine di ciascuno di noi. Per que­sto al centro del tuo pensiero e della tua azione hai sempre po­sto il cruciale tema dell'«orga­nizzazione del lavoro», il cuore della fabbrica, il terreno strategi­co in cui esercitare un'azione sindacale volta non solo a difen­dere, tutelare, proteggere i dirit­ti dei lavoratori, ma anche e so­prattutto il luogo in cui contrat­tare, condividere, concertare, codecidere le dinamiche pro­duttive e i destini che in ogni impresa ad esse sono legati.

«Centralità del lavoro»: è stata questa la for­mula con cui per molti anni si è definita quella tensione ‑ morale prima anco­ra che politica ‑ a dare al lavoro piena dignità, offrendo ad ogni donna e ad ogni uomo gli strumenti perché il suo lavoro fosse socialmente riconosciu­to, adeguatamente remunera­to, giuridicamente protetto, contrattualmente tutelato. E soprattutto valorizzato nella sua creatività, nel suo saper fa­re, nella sua professionalità.

Non a caso hai sempre pole­mizzato aspramente con chi traduceva un primitivo eguali­tarismo nella II categoria per tutti, nei passaggi automatici di qualifica, negli aumenti sala­riali indifferenziati. E, invece, hai guidato prima i metalmec­canici e poi l'intera Cgil a scom­mettere sulla contrattazione aziendale, sul rapporto fra sala­rio e professionalità, sulla valo­rizzazione del saper fare intelli­gente di ogni lavoratore, com­presi quei colletti bianchi, que­gli impiegati, quei tecnici, a cui, dopo anni di pregiudizio e di insensibilità, proprio grazie a te il sindacato seppe aprirsi. Ed è giusto renderti merito di quanto tu abbia considerato il tema della formazione e del sa­pere come cruciale e si devono al tuo coraggio intellettuale conquiste di straordinario valo­re: le 150 ore con cui centinaia di migliaia di lavoratori com­pletarono una formazione scolastica spesso interrotta e di­spersa; i contratti di formazio­ne lavoro con cui tantissimi giovani hanno trovato un'oc­cupazione in condizioni più gratificanti; la promozione dell'occupazione femminile; le po­litiche di formazione perma­nente e di invecchiamento atti­vo.

Ed è stata proprio questa tensio­ne a far sì che ogni lavoratore fosse pienamente padrone del­la propria condizione di lavoro e, dunque, del proprio destino che ti portava a guardare ad ogni innovazione del ciclo pro­duttivo e dell'organizzazione del lavoro senza pregiudizi e chiusure ideologiche.

Innovazione, mobilità, flessibi­lità, ristrutturazione non sono mai state per te parole tabù. Al contrario ogni cambiamento era per te il terreno di una ap­passionante sfida per l'egemo­nia culturale. «Governare il cambiamento» era per te la bussola di una azione sindacale e politica che rifiutava 1'arrocca­mento difensivo e le rigidità perdenti.

Per te decisivo era che lavorato­rie sindacato non fossero su­balterni, ma al contrario capaci di «stare dentro» ai processi produttivi, per dare loro una guida, per ridurne i rischi e otti­mizzarne i benefici. E non a ca­so ogni qualvolta il movimen­to sindacale manifestava diffi­coltà o reticenze ad essere all'al­tezza delle sfide, tu non esitavi a far sentire la tua riflessione cri­tica, come nel caso della scala mobile o di quella drammatica vertenza FIAT che nell'autun­no dell'80 vivemmo insieme con sofferenza e travaglio pro­fondo.

Il lavoro ‑ così pensato e gover­nato nel suo farsi ed evolvere quotidiano ‑ è stato anche il ter­reno su cui ridefinire le forme della rappresentanza e dell'or­ganizzazione sindacale. I Con­sigli di Fabbrica e i Delegati di squadra e di reparto eletti su scheda bianca tra tutti i lavora­tori, indipendentemente dall'affiliazione sindacale di cia­scuno, furono una vera rivolu­zione culturale che aprì il movi­mento sindacale a una nuova generazione operaia, rimodellò forma, linguaggio, mentalità del sindacato; gli diede una nuova capacità di rappresen­tanza e di capacità contrattua­le; fece del sindacato un sogget­to politico che non esauriva la sua identità nella sola azione rivendicativa. E proprio Consi­gli e Delegati ‑ la cui identità crebbe strettamente connessa alla massima valorizzazione della contrattazione aziendale ‑ furono lo strumento per la costruzione di quell'unità sinda­cale che ebbe proprio nella tua Flm un punto di realizzazione alto. Una unità ‑ che proprio perché fondata sulla centralità del lavoro ‑ tu hai sempre con­cepito e praticato come insepa­rabile da una forte e vera auto­norma del sindacato da ogni al­tro soggetto politico, sociale o istituzionale.

In questo tuo straordinario per­corso culturale, politico e uma­no hai lasciato il segno di un ri­formismo alto e forte, ispirato dai valori e dall'esperienza di quel socialismo democratico europeo a cui hai sempre guar­dato con attenzione. Un tim­bro di uomo di sinistra, riformi­sta e innovatore , che hai reso evidente anche nella tua mili­tanza di partito, condividendo con partecipazione vera i tanti passaggi che hanno caratteriz­zato l'evoluzione culturale e politica della principale forza della sinistra italiana. E voglio qui manifestarti una particola­re gratitudine personale per co­me, in questi ultimi sei anni, hai voluto accompagnarmi con affetto e continua parteci­pazione nel difficile e appassio­nante cammino che da Pesaro ti ha condotto fino alle sfide nuove di oggi.

Si, davvero ‑ come ha voluto ri­cordare Giorgio Napolitano ‑sei stato un «protagonista della storia italiana», contribuendo in maniera determinante a fa­re del sindacato un attore es­senziale e centrale di ogni pas­saggio della vita della Repubblica.

E, dunque, grazie caro Bruno. Grazie per la straordinaria lezio­ne morale, intellettuale, politi­ca che ci lasci.

Ci mancherai. Ci mancherai moltissimo. Ci mancherà quel tuo discorrere pacato e argo­mentato con cui ci guidavi, quasi per mano, a scavare nelle cose. Ci mancherà quel rigore intellettuale che non tollerava reticenze, opportunismi e am­biguità. Ci mancherà quel co­raggio politico ‑ come nel '93 ‑non ti faceva arretrare di fronte alle scelte più difficili, se neces­sarie per il bene del paese.

Ci mancherà quel tuo sorriso timido e gentile, con cui mitiga­vi i tratti asciutti del tuo caratte­re alpino.

Mancherai a Marcelle, a cui ci stringiamo tutti con struggen­te affetto. Mancherai alle don­ne e agli uomini della Cgil con cui hai condiviso le tue «scelte di vita». Mancherai al tuo partito che aveva in te un punto di riferimento intellettuale e mo­rale sicuro. Mancherai a tutti noi che ti abbiamo conosciuto e ti abbiamo amato.

Ma proprio per questo ti porte­remo sempre con noi, nei no­stri cuori, nelle nostre menti. Ciao Bruno.