di Piero Fassino
Caro Bruno, non potendo essere domani con i tanti amici e compagni che per l'ultima volta si stringeranno a te, voglio salutarti dalle colonne de l'Unità, questo nostro giornale a cui eri particolarmente affezionato e che per anni è stato il canale prezioso del tuo rapporto con i lavoratori e con i cittadini.
In queste ore di dolore e tristezza sento di doverti manifestare un sentimento di profonda gratitudine per quanto ci hai insegnato in tanti anni di militanza politica e sindacale.
Tu, Bruno, ci hai fatto amare il «lavoro», da te mai pensato e vissuto soltanto come lo strumento con cui gli individui procacciano a sé e la propria famiglia i mezzi del sostentamento quotidiano. No, tu ci hai educato a guardare al lavoro come alla più alta espressione della creatività umana. Il lavoro come manifestazione del sapere, della conoscenza, dell'ingegno.
Il lavoro come lo specchio in cui si riflette l'identità e l'immagine di ciascuno di noi. Per questo al centro del tuo pensiero e della tua azione hai sempre posto il cruciale tema dell'«organizzazione del lavoro», il cuore della fabbrica, il terreno strategico in cui esercitare un'azione sindacale volta non solo a difendere, tutelare, proteggere i diritti dei lavoratori, ma anche e soprattutto il luogo in cui contrattare, condividere, concertare, codecidere le dinamiche produttive e i destini che in ogni impresa ad esse sono legati.
«Centralità del lavoro»: è stata questa la formula con cui per molti anni si è definita quella tensione ‑ morale prima ancora che politica ‑ a dare al lavoro piena dignità, offrendo ad ogni donna e ad ogni uomo gli strumenti perché il suo lavoro fosse socialmente riconosciuto, adeguatamente remunerato, giuridicamente protetto, contrattualmente tutelato. E soprattutto valorizzato nella sua creatività, nel suo saper fare, nella sua professionalità.
Non a caso hai sempre polemizzato aspramente con chi traduceva un primitivo egualitarismo nella II categoria per tutti, nei passaggi automatici di qualifica, negli aumenti salariali indifferenziati. E, invece, hai guidato prima i metalmeccanici e poi l'intera Cgil a scommettere sulla contrattazione aziendale, sul rapporto fra salario e professionalità, sulla valorizzazione del saper fare intelligente di ogni lavoratore, compresi quei colletti bianchi, quegli impiegati, quei tecnici, a cui, dopo anni di pregiudizio e di insensibilità, proprio grazie a te il sindacato seppe aprirsi. Ed è giusto renderti merito di quanto tu abbia considerato il tema della formazione e del sapere come cruciale e si devono al tuo coraggio intellettuale conquiste di straordinario valore: le 150 ore con cui centinaia di migliaia di lavoratori completarono una formazione scolastica spesso interrotta e dispersa; i contratti di formazione lavoro con cui tantissimi giovani hanno trovato un'occupazione in condizioni più gratificanti; la promozione dell'occupazione femminile; le politiche di formazione permanente e di invecchiamento attivo.
Ed è stata proprio questa tensione a far sì che ogni lavoratore fosse pienamente padrone della propria condizione di lavoro e, dunque, del proprio destino che ti portava a guardare ad ogni innovazione del ciclo produttivo e dell'organizzazione del lavoro senza pregiudizi e chiusure ideologiche.
Innovazione, mobilità, flessibilità, ristrutturazione non sono mai state per te parole tabù. Al contrario ogni cambiamento era per te il terreno di una appassionante sfida per l'egemonia culturale. «Governare il cambiamento» era per te la bussola di una azione sindacale e politica che rifiutava 1'arroccamento difensivo e le rigidità perdenti.
Per te decisivo era che lavoratorie sindacato non fossero subalterni, ma al contrario capaci di «stare dentro» ai processi produttivi, per dare loro una guida, per ridurne i rischi e ottimizzarne i benefici. E non a caso ogni qualvolta il movimento sindacale manifestava difficoltà o reticenze ad essere all'altezza delle sfide, tu non esitavi a far sentire la tua riflessione critica, come nel caso della scala mobile o di quella drammatica vertenza FIAT che nell'autunno dell'80 vivemmo insieme con sofferenza e travaglio profondo.
Il lavoro ‑ così pensato e governato nel suo farsi ed evolvere quotidiano ‑ è stato anche il terreno su cui ridefinire le forme della rappresentanza e dell'organizzazione sindacale. I Consigli di Fabbrica e i Delegati di squadra e di reparto eletti su scheda bianca tra tutti i lavoratori, indipendentemente dall'affiliazione sindacale di ciascuno, furono una vera rivoluzione culturale che aprì il movimento sindacale a una nuova generazione operaia, rimodellò forma, linguaggio, mentalità del sindacato; gli diede una nuova capacità di rappresentanza e di capacità contrattuale; fece del sindacato un soggetto politico che non esauriva la sua identità nella sola azione rivendicativa. E proprio Consigli e Delegati ‑ la cui identità crebbe strettamente connessa alla massima valorizzazione della contrattazione aziendale ‑ furono lo strumento per la costruzione di quell'unità sindacale che ebbe proprio nella tua Flm un punto di realizzazione alto. Una unità ‑ che proprio perché fondata sulla centralità del lavoro ‑ tu hai sempre concepito e praticato come inseparabile da una forte e vera autonorma del sindacato da ogni altro soggetto politico, sociale o istituzionale.
In questo tuo straordinario percorso culturale, politico e umano hai lasciato il segno di un riformismo alto e forte, ispirato dai valori e dall'esperienza di quel socialismo democratico europeo a cui hai sempre guardato con attenzione. Un timbro di uomo di sinistra, riformista e innovatore , che hai reso evidente anche nella tua militanza di partito, condividendo con partecipazione vera i tanti passaggi che hanno caratterizzato l'evoluzione culturale e politica della principale forza della sinistra italiana. E voglio qui manifestarti una particolare gratitudine personale per come, in questi ultimi sei anni, hai voluto accompagnarmi con affetto e continua partecipazione nel difficile e appassionante cammino che da Pesaro ti ha condotto fino alle sfide nuove di oggi.
Si, davvero ‑ come ha voluto ricordare Giorgio Napolitano ‑sei stato un «protagonista della storia italiana», contribuendo in maniera determinante a fare del sindacato un attore essenziale e centrale di ogni passaggio della vita della Repubblica.
E, dunque, grazie caro Bruno. Grazie per la straordinaria lezione morale, intellettuale, politica che ci lasci.
Ci mancherai. Ci mancherai moltissimo. Ci mancherà quel tuo discorrere pacato e argomentato con cui ci guidavi, quasi per mano, a scavare nelle cose. Ci mancherà quel rigore intellettuale che non tollerava reticenze, opportunismi e ambiguità. Ci mancherà quel coraggio politico ‑ come nel '93 ‑non ti faceva arretrare di fronte alle scelte più difficili, se necessarie per il bene del paese.
Ci mancherà quel tuo sorriso timido e gentile, con cui mitigavi i tratti asciutti del tuo carattere alpino.
Mancherai a Marcelle, a cui ci stringiamo tutti con struggente affetto. Mancherai alle donne e agli uomini della Cgil con cui hai condiviso le tue «scelte di vita». Mancherai al tuo partito che aveva in te un punto di riferimento intellettuale e morale sicuro. Mancherai a tutti noi che ti abbiamo conosciuto e ti abbiamo amato.
Ma proprio per questo ti porteremo sempre con noi, nei nostri cuori, nelle nostre menti. Ciao Bruno.