L’UNITàRRIERE DELLQ , 27 AGOSTO 2007

La testimonianza

Quel che devo a Trentin

Quelle conversazioni che abbiamo avuto, accanto alla sua scrivania... Avevi l’impressione di essere nel cuore di un mondo di conoscenza non nel punto di comando di una organizzazione sindacale

di Furio Colombo

Questo non è un ricordo e non è un addio. Questa è la testimonianza di una presenza che resta nella vita e nella cultura italiana persino in un tempo barbaro che vede futuro e modernità nello sman­tellamento, nel vandalismo, nel rimuovere e negare come segno di presenza e di afona egemo­nia.

Bruno Trentin era di quegli ita­liani che pensavano di essere in debito con il proprio Paese, un Paese che era stato fascista, razzi­sta, e distruttivo. Intendevano restituire a quel Paese dignità e rispetto. Pensava di essere in de­bito verso chi, isolato e privo di risorse e di diritti, poteva diven­tare la parte spezzata, il peso morto e vendicativo di un Paese che non sarebbe mai diventato moderno.

Bruno Trentin aveva, come im­magine della modernità, una eguaglianza solida di diritti ga­rantiti e di accessi possibili. Cre­deva in un mondo in cui ha sen­so parlare di mercato solo se ren­di forte, orgogliosa e rispettata la parte debole e la metti al sicu­ro dall'essere folla e dall'essere massa.

Spesso, parlando di lui, e persi­no apprezzandone le straordina­rie doti di leader, si è trascurato un dato formativo essenziale. Ossia quegli studi americani che lo hanno guidato a farsi protagonista di un impegno sindacale in cui vedeva diritti individuali, vite, destini, per­sone anche quando aveva di fronte piazze e cortei.

In giorni di lutto e rimpianto, in cui si è pensato a questo evento più come a una morte d'estate che a una dolorosa amputazione di un mondo già tanto precario e in perico­lo, ci sono ragioni che mi im­porta molto di ricordare.

Per esempio, una serie di con­versazioni che abbiamo avu­to, accanto alla sua scrivania, messa per traverso nella sua stanza di Segretario generale della Cgil. Avevi l'impressio­ne di essere nel cuore di un mondo di conoscenza, non nel punto di comando di una organizzazione sindacale. Era come la conversazione con un docente di uno strano campus universitario, qualcu­no che ha da passare e condi­videre cultura nuova. Stavo la­vorando per la Rai Tre di Angelo Guglielmi a un documen­tario che non era sull'Italia ma sull'America, non sul pre­sente ma sul futuro, non sul lavoro ma sulla vita. L'intervi­sta, durata quasi un'ora nella sua versione televisiva, ma

molto più lunga nella realtà, nella mia memoria, nel mate­riale di lavoro, ha contato im­mensamente per due libri che negli anni Ottanta mi sono importati molto e che qualcu­no fra coloro che erano giova­ni allora qualche volta mi ri­corda ancora: Cosa farò da grande e Carriera vale una vita. Si tenga presente che li ho scritti nel cuore della mia esperienza americana e men­tre ero presidente della Fiat Usa. La voce, lo sguardo, l'in­telligente frugare nel futuro di Bruno Trentin e « il lato americano» della sua vita, che ci è servito da punto di incon­tro, hanno profondamente contato in questi due libri, e questo è un grazie.

Un grazie in più oltre a quello che gli deve ogni italiano che ha condiviso in quegli anni, e fino a poco fa, un sogno civile fatto di offerta, di un dare di più al proprio Paese, alla pro­pria cultura, al periodo stori­co che ci accade di attraversa­re, invece di scardinare passag­gi, rimuovere pezzi, appro­priarsi di beni comuni e sban­dierare egoismi e reclami pri­vati.

Per fortuna ‑ e questo è il sen­so della storia ‑ la vita e il lavo­ro di una persona come Bru­no Trentin non vanno via con la morte. Restano le orme di un percorso nobile che a mano a mano altri scopriran­no e seguiranno. È un percor­so che si chiama civiltà e che, anche a distanza di anni, aiu­ta a distinguer é, a capire, a ri­fiutare il peggio, a fare un po' meglio.