L’UNITàRRIERE DELLQ , 27 AGOSTO 2007

Tredici anni al fianco di Bruno

di Pio Galli

Il cuore di un generoso e de­terminato combattente per i diritti dei lavoratori e per le libertà si è spento per sempre. Bruno Trentin è morto do­po tante sofferenze e la ferale notizia mi ha colpito profon­damente. A Trentin ero legato da una fraterna amicizia, oltre che da una militanza politica comune. Con lui ho lavorato per tredici anni consecutiva­mente, partecipando insieme a tante battaglie che hanno consentito grandi conquiste per i lavoratori, lasciando così un orma profonda nella storia di tutto il movimento sindaca­le. Era un uomo di grande rigo­re e sempre animato da una grande passione per il sindaca­to e per il ruolo che i lavorato­ri dovevano svolgere. Sovente ricordava che il sindacato per essere tale doveva essere vissu­to come una cosa loro e non come una cosa calata sopra di loro. In questo contesto scatu­rivano scelte non facili, anche perché fortemente contrasta­te, a partire dal superamento delle commissioni interne, delle stesse sezioni sindacali, per affermare sul campo i con­sigli di fabbrica, con l’elezione dei delegati da parte di tutti i lavoratori, iscritti e no, fino ad avviare la costruzione dal bas­so del sindacato unitario dei metalmeccanici, la Flm.

Trentin fu un grande innova­tore alla direzione della Fiom e della Cgil, qualche volta in­compreso. Ma il tempo finiva per riconoscere la giustezza delle sue posizioni. Parlo della richiesta di aumenti eguali per tutti, approvata dal Comitato centrale della Fiom nel 1969, io compreso. Lui era invece contrario a tale scelta perché, affermava, avrebbe determina­to una nefasta conseguenza. Purtroppo così fu, tanto che fummo costretti, successiva­mente, a riparametrare le qua­lifiche. Potrei citare parecchi altri esempi ma non lo ritengo opportuno perché penso sia­no conosciuti dai lavoratori. Quello che mi interessa sotto­lineare è il rigore morale che lo caratterizzava, la testardag­gine con la quale difendeva le sue opinioni quando ne era convinto, fino ad andare con­trocorrente.

Avvenne così che dopo le grandi conquiste contrattuali del 1969, dopo l’avvio del pro­cesso unitario, alcuni dirigen­ti della Cgil e del Partito Co­munista posero il problema di un suo spostamento. Tale idea fu battuta dalla compattezza dei compagni della segreteria della Fiom che ritenevano tale proposta sciagurata e incom­prensibile. Solo sette anni do­po, cioè nel 1977, Trentin la­scia i metalmeccanici per pas­sare alla segreteria della Cgil. In quella circostanza propose alla corrente comunista, agli organi dirigenti della Fiom e ai segretari della Fim e della Uilm, la mia candidatura alla direzione generale della Fiom. Tutto ciò lo fece senza dirmi niente, anche quando gli chie­si quali erano le motivazioni che lo portavano a fare tale proposta. Allora mi disse: Ve­di Pio, abbiamo fatto tanta strada insieme. E vero che io sono stato anche portatore di tante idee, ma quel che è con­tato di più è che tu da organiz­zatore hai saputo dare le gam­be a queste idee, le hai fatte camminare dentro tutta l’organizzazione e oggi la Fiom cam­mina speditamente per la giusta strada. Questo riconosci­mento da una parte mi rende­va soddisfatto per il lavoro fat­to, dall’altra però, mi sconvol­geva l’idea di sostituire Bruno Trentin come segretario gene­rale. Anche perché sapevo che sul mio nome vi era stato il consenso del gruppo dirigen­te della Fiom, dei segretari del­la Fim e della Uilm. Però, an­che se lui non me lo disse, ave­vo anche saputo che non vi era stato lo stesso consenso da parte dei dirigenti della Cgil e dello stesso Pci. Tuttavia Tren­tin andò avanti nella sua deci­sione, rispettoso dell’autono­mia della Fiom, ma soprattut­to anche perché convinto del­la scelta compiuta. Questo è stato per me Trentin: un esem­pio, un maestro di vita e un ve­ro sindacalista. Per questo il suo ricordo rimarrà per sem­pre vivo in me. Ma quello che mi auguro è che il suo insegna­mento venga dal sindacato tramandato alle nuove genera­zioni affinché sappiano che le conquiste, i diritti, le libertà di cui godono sono state conquistate con dure lotte e non rega­late da nessuno.